Signor
Vice Ministro,
desidero
innanzitutto ringraziarTi, anche a nome dei miei colleghi qui presenti, per
avere accolto l’invito a partecipare al Consiglio Generale di Confcommercio.
Una
disponibilità – la Tua - tanto più significativa in un momento in cui l’agenda
del Governo è fitta di impegni rilevanti, e che quindi interpreto come un
segnale di grande attenzione per le imprese che Confcommercio rappresenta.
Per
il nostro Paese, si sta cominciando a parlare di ripresa: secondo le previsioni
dell’Ocse, il Pil potrebbe crescere, nel corso di quest’anno, dell’1,8%.
Ma
non si può cantar vittoria troppo presto, come ha ricordato anche il
Governatore Draghi.
Perchè
su queste previsioni gravano le incognite legate all’andamento dei prezzi
petroliferi, delle tensioni geopolitiche internazionali e della possibilità di
un rallentamento dell’economia americana, nonché la persistente debolezza dei
consumi delle famiglie, in Europa e, particolarmente, nel nostro Paese.
In
definitiva, infatti, l’Italia cresce meno di altri Paesi europei, e questa
crescita è destinata a rallentare nel 2007.
Soprattutto
non si può cantar vittoria quando i consumi delle famiglie continuano ad essere
tutt’altro che brillanti e gli indici di fiducia dei consumatori italiani
continuano a stagnare.
Si
percepisce da parte delle famiglie e delle imprese - e di questo me ne faccio
interprete, perché lo verifico quotidianamente e me lo confermano i dati - un
diffuso senso di incertezza relativo alle prospettive di più lungo periodo
dell’economia italiana.
Quindi,
se vogliamo che questa “ripresina” si consolidi e se puntiamo a stabili tassi
di crescita almeno nell’ordine del 2% all’anno, la strada da imboccare è
chiara: riduzione della spesa pubblica, senza “lacrime e sangue”, ma con riforme
che incidano strutturalmente; controllo e riduzione della pressione fiscale;
sostegno all’innovazione, soprattutto nei servizi, come leva per l’incremento
di produttività di tutto il sistema-Paese.
La
spesa pubblica, dunque: tagli alle spese improduttive, innanzitutto; e, poi,
interventi sui grandi comparti di spesa: dalla sanità alla previdenza, dal
pubblico impiego alla finanza centrale fino agli Enti locali.
In
sintesi: spendere meno, ma soprattutto spendere meglio.
La
Finanziaria non potrà fare tutto questo e subito. Ma può e deve indicare con
chiarezza la strada da intraprendere nell’immediato e da percorrere, con passo
certo, negli anni a venire.
Insomma,
non si possono ignorare le sollecitazioni che arrivano dall’Europa, e non si
può non tenere presente l’intervento del Presidente della Repubblica: “il
richiamo al rigore nei conti pubblici è una cosa sacrosanta”.
Il
problema allora è capire come conciliare rigore e sviluppo, e - posto che la
manovra per il 2007 sarà di 30 miliardi di euro - stabilire quanta parte del
fabbisogno sarà coperta attraverso riduzioni di spesa e quanto sarà invece
reperito attraverso maggiori entrate.
E
qui entriamo nel vivo, perché se le entrate stanno andando, come sembra,
piuttosto bene, forse allora non è il momento di pigiare ulteriormente il
pedale fiscale.
E
non si può accettare di conseguenza come ineluttabile la previsione di una
crescita della pressione fiscale, nel prossimo anno, di circa un punto
percentuale, arrivando, anzi tornando, a più del 42% del Pil, il dato più alto
dal 1997.
Per
questo è fondamentale che il rapporto tra recupero di evasione ed elusione e
riduzione delle aliquote fiscali sia strettissimo e il più contestuale
possibile. Così come è fondamentale la contestualità del controllo e della
riduzione della spesa pubblica.
In
quest’ottica, la lotta all’evasione e all’elusione diventa non solo una
priorità del Governo, ma un tema che vogliamo fare nostro.
Perché
le dimensioni del “nero”, nel nostro sistema economico, sono almeno pari a 200
miliardi di euro, che si traducono in un mancato gettito fiscale e contributivo
nell’ordine degli 80 e più miliardi di euro.
Perchè
l’evasione fiscale in Italia riguarda, e qui le parole sono le Tue, Vice
Ministro Visco, “milioni di persone e tutte le categorie sociali: imprese
medie, grandi e piccole, lavoratori autonomi, lavoratori dipendenti,
pensionati… E’ inutile, strumentale e fuorviante impostare la questione della
lotta all’evasione in termini di categorie sociali.”
E’
una giusta premessa.
Innanzitutto
perché - torno a dirlo, e questo deve essere il primo, reale obiettivo - se
tutti pagano le tasse, si può pagare tutti meno. E peraltro – almeno noi così
pensiamo – ridurre il carico fiscale complessivo e rendere più efficienti i
servizi pubblici è un buon modo per far sì che tutti paghino e per rafforzare
la tax-compliance.
Ma
anche perché se è vero che l’evasione è un fenomeno che riguarda tutte le
categorie sociali e produttive, allora ben venga la messa a punto di strumenti
efficaci.
Noi
siamo pronti a continuare il lavoro comune intrapreso con gli studi di settore
(ed anche a farne una manutenzione straordinaria, come dirò più oltre) ma per
gli altri, per recuperare i danni causati da un’economia sommersa così diffusa,
cosa sta mettendo in campo il Governo?
Per
tante, troppe società di capitali cronicamente “in rosso” si sta studiando un
meccanismo mirato?
Insomma,
la questione dell’evasione e dell’elusione fiscale va affrontata
complessivamente e senza un’ inutile e controproducente “caccia alle streghe”.
Per
questo occorre anche un’amministrazione finanziaria efficiente, più efficiente.
E che faccia i controlli realmente necessari. Vorrei dire: non uno di meno, non
uno di più. Che assuma le informazioni necessarie. Anche qui, quelle realmente
necessarie. Non una di più, non una di meno e nel rispetto del diritto alla
privacy.
Ma
è importante pensare anche al contribuente in regola. Che paga le tasse e
vorrebbe pagarle con un sistema di norme più semplici, più chiare e,
soprattutto, certe e stabili.
Che
paga le tasse e, avendone diritto, vorrebbe rimborsi fiscali più veloci. Che
paga le tasse e vorrebbe, nel nostro Paese, un sistema fiscale più attento
anche alle disposizioni comunitarie. Se ne avvantaggerebbe il contribuente e
converrebbe in definitiva anche allo Stato, visto ciò che è accaduto con la
condanna dello Stato italiano, da parte della Corte di Giustizia europea, per
il mancato rispetto della normativa comunitaria in materia di detraibilità Iva
per le auto aziendali.
Il
tutto nel rispetto dei principi di quello Statuto del contribuente che troppo
spesso è stato dimenticato, fino al punto di procedere all’emanazione di norme
fiscali con valore retroattivo.
Dunque,
meno tasse, certo. Ma anche un rapporto tra contribuenti e amministrazione
finanziaria più collaborativo, coerente con la riconosciuta necessità di
semplificare i rapporti tra imprese e pubbliche amministrazioni e di ridurre i
costi aggiuntivi per gli adempimenti burocratici, con una particolare
attenzione al loro impatto sulle imprese più piccole.
Cito,
al riguardo e solo per esempio, il caso “storico” della tassa sulle insegne e
il caso più recente della trasmissione telematica dei corrispettivi.
E
lo faccio per porTi, caro Vice Ministro, una questione di metodo più generale:
in questi e in molti altri casi, non sarebbe utile avere momenti di confronto
stabili tra imprese e amministrazione, che aiutino preventivamente a valutare
l’impatto sulle imprese di norme e procedure fiscali e a monitorarne il
funzionamento in corso d’opera?
Non
sarebbe un buon modo per costruire, nel nostro Paese, un fisco più moderno che
cooperi al perseguimento degli obiettivi della competitività e dello sviluppo?
Un’esperienza
importante di confronto e di collaborazione tra imprese contribuenti e
amministrazione finanziaria, la si è realizzata con gli studi di settore.
Sono
passati esattamente dieci anni dal “protocollo d’intesa” che ha istituito gli
studi di settore, e dopo l’ondata di evoluzioni e revisioni che negli ultimi
anni hanno coinvolto gran parte di questi studi è giunto sicuramente il momento
di fare un bilancio.
E
se serve, una rivisitazione di questo strumento, che deve avere però un
obiettivo chiaro: quello di renderli più efficienti e non quello di assicurare,
“comunque” e per così dire “in automatico”, maggiori entrate alle casse dello
stato.
Valutando,
anzitutto, come i comportamenti dei contribuenti sono cambiati nei diversi
settori e nelle diverse tipologie di impresa. E come, poi, gli studi possano
leggere meglio l’andamento dei costi e dei ricavi in uno scenario
caratterizzato da differenziazioni territoriali profonde e da veloci mutamenti
dell’andamento del mercato.
Insomma,
l’obiettivo della rivisitazione, della manutenzione straordinaria degli studi
di settore dovrebbe essere quello di rendere più equa la distribuzione del
carico fiscale fra imprese.
Perché
ci sarà chi deve pagare di più, e chi lo deve fare, lo faccia. Ma ugualmente,
chi ha diritto di pagare di meno, sia messo in grado di farlo.
Ci
sono, infatti, tantissimi lavoratori autonomi e piccoli imprenditori che in
questi anni di crescita lenta e di consumi al palo hanno fatto davvero una gran
fatica a pagare tasse e contributi.
Tantissimi
dei “nostri” - mi si passi l’espressione - in questi anni non ce l’hanno fatta
più e – a decine di migliaia all’anno - hanno semplicemente chiuso.
Non
è stato un bene per loro e, francamente, non penso che sia stato un bene per il
Paese.
Le
imprese del terziario chiedono solo di poter lavorare, senza corsie preferenziali,
ma in un contesto attento alle loro esigenze, alle nostre esigenze, per
crescere e far crescere il Paese.
Per
questo chiedono che si dia risposta a questioni che sono davvero divenute di
troppo lungo periodo: dalla esclusione delle imprese commerciali dall’accisa
agevolata per gli usi di gas metano alla detraibilità Iva per il turismo
congressuale e ai canoni demaniali; dalla tassa sulle insegne alla deducibilità
delle spese per le autovetture per gli agenti di commercio; dall’incidenza del carico
fiscale sul gasolio per l’autotrasporto agli sgravi contributivi per le imprese
del cabotaggio; dagli incentivi per le ristrutturazioni edilizie e gli
investimenti in innovazione al credito di imposta per i nuovi assunti e alla
fiscalità di vantaggio per il Mezzogiorno.
Solo
esempi, pochi esempi, di un elenco lungo e, ormai, troppo lungo.
Siamo,
però, gente concreta e che sa far di conto. E non ci piacciono, dunque, né le
lamentazioni, né i libri dei sogni.
Per
questo, all’inizio di una nuova legislatura, la richiesta che facciamo è assai
semplice: si esamini il dossier delle questioni aperte, a partire dalla
questione della riduzione del cuneo fiscale e contributivo; ci si confronti e
si dica – dica il Governo – cosa potrà essere fatto subito e cosa potrà essere
fatto negli anni a venire. Con gradualità e realismo, certo. Ma anche assumendo
impegni precisi.
Altrimenti,
la concertazione – anche quella necessaria per scrivere un nuovo “Patto per la
crescita” – si risolverà in dichiarazioni suggestive, ma certo non aiuterà a
costruire, per il nostro Paese, un futuro migliore.