Ascoltare le imprese per rilanciare il
paese
Autorità,
cari amici ed amiche, signore e signori,
desidero
innanzitutto ringraziare il mio amico Vincenzo Zottola per avermi invitato a
partecipare a questo incontro, il cui titolo “Ascoltare le imprese per
rilanciare il Paese” mi trova assolutamente d’accordo.
Confcommercio
sta vivendo una nuova stagione, e in questa nuova stagione, ricca di
cambiamenti, vi sono molti obiettivi da raggiungere.
Credo
che fra i tanti obiettivi che la nostra organizzazione si prefigge di
raggiungere, ve ne sia uno particolarmente importante.
E
quello del contributo che le organizzazioni come le nostre possono portare allo
sviluppo del territorio, e quindi, della collettività, e su più ampia scala,
del Paese, attraverso un approccio
propositivo e progettuale.
Un
approccio che la Confcommercio di Latina ha coniugato con un nuovo modo di fare
rappresentanza di interessi, utilizzando al meglio le opportunità offerte dal
federalismo e creando un dialogo continuo, come è dimostrato anche dall’incontro di oggi, con le
istituzioni e con le imprese.
L’attenzione
alle esigenze di chi quotidianamente si confronta sul mercato passa attraverso
l’ascolto delle imprese che – come ha detto Zottola – è la premessa necessaria
di ogni politica di rilancio dell’economia a livello nazionale e territoriale.
L’ascolto
delle imprese - delle piccole, delle medie e delle grandi, ma soprattutto di
quelle del commercio del turismo dei servizi e dei trasporti - è infatti il
presupposto vitale per poter garantire la ricrescita del sistema economico di
questo Paese.
Qui,
oggi a Latina, ogni settore e ogni tipologia di impresa trova spazio per far
sentire la propria voce, e così
dovrebbe essere a livello nazionale.
Purtroppo
il bilancio di questa prima fase della legislatura è stato, invece, dal punto
di vista del metodo nel dialogo con le parti sociali, sinceramente deludente.
Abbiamo
assistito a fughe in avanti – da parte di Confindustria e sindacati - e interventi a gamba tesa - da parte del
Governo – su alcuni temi di vitale importanza per il tessuto produttivo
italiano.
Un
tessuto produttivo caratterizzato da una presenza diffusa di imprese, da
quattro milioni di piccole e medie
imprese che faticano e dovrebbero essere aiutate a crescere, così come le poche
grandi imprese rimaste in questo Paese.
Sappiamo
che l’economia reale è fatta, certo, da industria e grandi imprese, ma non
solo.
Anzi,
è fatta, oggi, e sempre di più lo sarà in futuro, di servizi e di trasporti, di
turismo e di commercio; e su questi settori si dovrebbe investire per
rafforzare la produttività e per accelerare la crescita.
Per
questo noi abbiamo lanciato - nel corso dell’Assemblea Straordinaria, che si è svolta esattamente la settimana
scorsa è che ha fatto sentire la nostra ferma bocciatura della Legge
Finanziaria 2007 – la proposta di un concreto e operativo “Patto per la
crescita”.
Qualcun
altro, giocando con le parole, ma dietro le parole si possono nascondere molte
cose, ha invece ipotizzato un nuovo Patto
per la produttività fra Governo e parti sociali.
Una
cosa è certa, crescita e produttività sono strettamente legate fra di loro,
così come è altrettanto certo che fra le parti sociali non si possono certo
ignorare quelle organizzazioni che rappresentano il 95% della realtà
imprenditoriale e più del 50% dei lavoratori dipendenti di questo Paese!
Insomma
noi ci siamo, e siamo pronti a fare la nostra parte.
Perché
le imprese che noi rappresentiamo ci chiedono semplicemente che il Paese le
consideri una opportunità, una risorsa sulla quale investire con politiche
mirate.
E
non un bancomat dal quale prelevare a piacimento per far fronte ad esigenze di
risanamento dei conti pubblici!
Una
risorsa, quindi, sulla quale investire per il sostegno della nuova imprenditoria,
della formazione, delle nuove tecnologie, delle forme di associazionismo.
Una
risorsa che non può essere mortificata e ingabbiata da una burocrazia che,
insieme alla pressione fiscale, la stritola; una burocrazia che rende
complicata la quotidianità e ci penalizza rispetto ai competitors degli altri
Paesi europei, come è emerso a chiare lettere dalla nostra ricerca “L’impresa
di fare impresa”, realizzata insieme al Censis.
E
la valorizzazione di questa risorsa deve passare anche attraverso una
politica che guardi al rilancio dei
consumi, affinché il sistema delle imprese, e con esso l’intera economia,
possano tornare a respirare a pieni polmoni e non essere soffocati.
Noi,
in fin dei conti, non chiediamo altro
che le imprese possano operare e crescere in un contesto “sano”, nel quale sia garantito il
pluralismo economico e la coesistenza di forme produttive diverse, nel quale
sia salvaguardata la specializzazione e la varietà dell’offerta commerciale e
turistica.
Perché
la differenziazione - mi piace ricordarlo proprio qui oggi, in una provincia
che esprime realtà diverse facendo coesistere poli turistici, commerciali,
agroalimentari, industriali, in un mix di attività che si intersecano e
interagiscono creando valore aggiunto dalle loro sinergie - è di per se una
ricchezza e contribuisce allo sviluppo del territorio.
In
sintesi, questo è quello che ci aspettiamo dal Paese, questo è quello che
abbiamo chiesto al Governo.
Questo
è quello per cui lottiamo, che ci saremmo aspettati di trovare in Finanziaria –
e così non è stato – e per cui abbiamo manifestato prima insieme alle altre
organizzazioni delle piccole e medie imprese e poi nella nostra assemblea
straordinaria.
Un’assemblea
straordinaria caratterizzata dallo slogan una “Finanziaria da cancellare perché
aumenta le tasse e tassa lo sviluppo, penalizza le imprese e non aiuta il
Paese.”
Un’
Assemblea straordinaria che facendo sentire forte, chiara e senza esitazioni la
nostra voce un risultato immediato l’ha ottenuto: la cancellazione della tassa
di soggiorno. Una notizia che ci è arrivata “in diretta”, proprio durante il
mio intervento e che dimostra come serva più la mobilitazione della forza della
ragione piuttosto che della forza dei muscoli.
E’
vero, abbiamo ottenuto e registrato anche delle “aperture” e degli
“aggiustamenti” sullo scontrino fiscale, sull’apprendistato e sulle concessioni
demaniali (tema quest’ultimo che tuttavia lascia adito ancora a
preoccupazioni).
Sono
segnali importanti, positivi.
Questo
non ci deve far adagiare, ma anzi, ci deve spronare ad andare avanti, con
determinazione, perché l’impianto generale della Finanziaria non può essere
condiviso.
Perché
è una finanziaria che rinuncia a ridurre drasticamente la spesa pubblica, che
sfiora i 40 miliardi di euro e tuttavia non riesce ad accelerare la crescita
del Paese.
E
soprattutto non è una finanziaria che fornisce risposte alle imprese, alle
nostre imprese.
Le
nostre imprese che vogliono, e devono, essere ascoltate.
E
non solo per interessi di bottega, come direbbe qualcuno, ma anche e
soprattutto per l’interesse del Paese, per la sfida della competitività, una
partita che può essere vinta.
Grazie.