Signor Presidente,
in riferimento a quanto ci è stato oggi illustrato, desidero anzitutto svolgere qualche breve considerazione di metodo.
Credo, infatti, che tutti ci ritroviamo nel
riconoscere la fecondità del metodo della concertazione: sia che si tratti di
fare scelte che consentano di migliorare l’andamento dei conti dello Stato, sia
che si tratti di perseguire l’obiettivo prioritario di rilanciare la crescita e
lo sviluppo.
Anzi, da questo punto di vista, mi sentirei di dire
che la concertazione è il metodo coerente con la posizione di chi ritiene che,
oggi più che mai, si debba evitare il ricorso alla politica dei due tempi,
coniugando invece insieme le necessità del risanamento della finanza pubblica
con l’impegno per l’accelerazione del passo di crescita della nostra economia.
Del resto, ci stiamo confrontando con un quadro
congiunturale non privo di segnali positivi, ma ancora incerto e fragile.
E che richiede, dunque, grande cautela nel ricercare
il punto di equilibrio tra riduzioni di spesa, ricerca di nuove entrate,
definizione di misure pro-competitive.
Contemporaneamente, però, avvertiamo tutti
l’esigenza che questo metodo – la concertazione – venga profondamente
rivitalizzato.
Perché non abbiamo certamente la necessità di
confronti protocollari, ma di un lavoro comune – continuo e strutturato nel
tempo – che consenta a ciascuna parte sociale di contribuire, ed anche di
assumere impegni, in ragione di quel che effettivamente rappresenta
nell’economia reale del Paese.
Fermo restando, naturalmente, che a nessuno può
essere riconosciuto un potere di veto e che spetta al Governo la responsabilità
finale delle decisioni.
Si tratta peraltro – Signor Presidente – di una via
virtuosa alla concertazione, sulla quale Lei stesso si è soffermato in occasione
del Suo intervento al Congresso della UIL.
Perché, dunque, da parte mia, questo preliminare
richiamo di metodo?
Perché, indubbiamente, l’illustrazione oggi fattaci
delle linee guida del Dpef non esaurisce, ovviamente, l’esigenza fortissima che
noi avvertiamo di approfondire, con il Governo e con le altre parti sociali, il
confronto sul “come e dove siamo” e, soprattutto, quello sul “che fare”.
Per carità, comprendo tutte le esigenze di urgenza
connesse all’ insediamento del Governo, al rispetto dei tempi di presentazione
del Dpef e al confronto con la Commissione Ue sul percorso di rientro
dall’extra-deficit.
Ma, a futura memoria e pensando al lavoro che resta
da fare in vista della definizione della legge finanziaria per il 2007, segnalo
la necessità di concordare sedi, modi e tempi di lavoro, che rendano l’incontro
plenario in Sala Verde una tappa di verifica o una tappa conclusiva di un
percorso di confronto, di discussione, che viene da lontano e che guarda
lontano.
Semplicemente, perché è questa la prospettiva che ci
serve per risolvere sia la questione dell’andamento della finanza pubblica, sia
– e soprattutto – la questione del rilancio della crescita.
Quanto al merito, gli ordini di grandezza delle
necessità di intervento erano ormai largamente e sostanzialmente noti. Si
tratta, poco più o poco meno, di tre punti di PIL, tra rientro
dall’extra-deficit e finanziamento della riduzione del cuneo fiscale e
contributivo
E’ un’operazione certamente impegnativa. Ma, da mio
punto di vista, il richiamo alle difficoltà con cui il Paese si è confrontato
all’inizio degli anni novanta, valgono soprattutto a testimoniare del fatto che
possiamo farcela.
E che possiamo farcela chiarendo a tutti che nessun
pasto è gratis, ma che tuttavia non c’è davvero necessità di lacrime e sangue.
C’è spazio, infatti, c’è ampio spazio per governare,
per controllare e per ridurre la spesa pubblica.
Una spesa pubblica che rappresenta, ormai, un po’
meno della metà del PIL e in cui la crescita dei consumi finali delle pubbliche
amministrazioni – crescita degli stipendi e dei consumi intermedi – non si è
certamente accompagnata ad un analogo incremento di efficienza e produttività
della funzione pubblica.
C’è spazio e c’è la necessità di una profonda
riqualificazione della spesa sociale. Aprendo il ragionamento sulla
sostenibilità di lungo periodo del nostro sistema previdenziale e facendo di
tutto affinché il Patto di Stabilità Interno sia in grado di assicurare la
tenuta nel tempo della programmazione della spesa sanitaria.
Così come c’è la necessità di contrastare e di
recuperare evasione ed elusione fiscale e contributiva.
Anche in questo caso, noi vogliamo fare la nostra
parte. Così come – spero – tutti la vorranno fare.
Perché – Signor Presidente – proprio Lei ha ricordato,
intervenendo al Congresso della UIL, quali siano le dimensioni del “nero” nel
nostro sistema economico.
Duecento miliardi di euro, che si traducono in un
mancato gettito fiscale e contributivo nell’ordine degli 80, 90 miliardi di
euro.
Di fronte a queste dimensioni, mi sembra corretto
riconoscere che si tratta di una patologia che investe tutta l’economia e tutta
la società italiana e che, dunque, non è invece corretto cedere, per così dire,
alla tentazione di indicare nell’impresa diffusa e nel mondo del lavoro
autonomo i protagonisti di riferimento del fenomeno dell’evasione.
Anche perché – accanto all’evasione – c’è la tecnica
più raffinata dell’elusione. E perché, per quanto perfettibile, l’esperienza
degli studi di settore sta funzionando e sta producendo un crescente gettito
tributario.
Evasione ed elusione vanno, dunque, contrastate.
Così come si vuol fare per l’IVA.
Una scelta giusta. Così come giusta è la scelta di
non aumentare aliquote nominali che sono tra le più alte d’Europa e che,
invece, per il settore turismo meriterebbero di essere portate ai livelli più
bassi praticati da Paesi europei nostri competitori.
Senza dire, naturalmente, degli effetti di scelte di
innalzamento delle aliquote in termini di penalizzazione dei consumi delle
famiglie, di spinte inflative e di sperequazione sociale.
Quanto alla riduzione del cuneo, ripeto: parliamone
a fondo e per tempo.
Perché, a nostro avviso, va fatta con un’equa
distribuzione del beneficio tra imprese e lavoratori, anche come parte di una
politica dei redditi che, ancora una volta, merita di essere rivitalizzata, ma
che non può essere frettolosamente mandata in soffitta.
E perché pensiamo che debba essere generalizzata.
Non solo perché è il mercato il migliore selezionatore, ma anche perché ridurre
il costo del lavoro ed assicurare maggiore salario netto è un’esigenza comune
delle imprese – di tutte le imprese - e
dei lavoratori, di tutti i lavorator. In particolare, di quelli con livelli di
reddito medio-bassi.
Se poi dovessimo ragionare di selezione, discuteremo
della qualità e della finalità dei criteri.
Vogliamo utilizzare la riduzione del cuneo per
incentivare la trasformazione dei contratti temporanei in contratti a tempo
indeterminato? Parliamone, perché ci sembra un’idea interessante.
Vogliamo sostenere l’innovazione? Parliamone, a
condizione di riconoscere che c’è necessità non solo dell’innovazione di
prodotto tipica del manifatturiero, ma anche di quella di servizio tipica del
terziario.
Altrimenti, avrebbe davvero poco senso porre, poi,
la questione della necessità di una maggiore produttività dei servizi.
Altrimenti, non di selezione si tratterebbe, ma di
una discriminazione nei confronti di quell’economia dei servizi, che oggi
rappresenta, all’incirca, il 65% del PIL e dell’occupazione del Paese.
Quanto al pacchetto per le liberalizzazioni, che
dovrebbe essere definito più o meno contestualmente al varo del Dpef, anche qui
– Signor Presidente e Signor Ministro Bersani – avvertiamo l’esigenza di scelte
che si facciano accettando il confronto e verificando il contributo di tutte le
parti interessate.
Perché è vero che di concorrenza non c’è ne è mai
abbastanza. Ma ci sono settori che sono stati aperti e che si sono confrontati
con processi di ristrutturazione profonda e in anni di congiuntura difficile.
Il riferimento alla distribuzione commerciale è, ovviamente, non casuale.
Così come sarebbe bene confrontarsi e discutere
prima di procedere – a colpi di accetta – sul terreno del riordino della
normativa in materia ambientale.
In conclusione, dopo il varo del Dpef e della
manovra di aggiustamento dei conti dello Stato, resta da lavorare sulla
sostanza delle scelte da operare con la legge finanziaria.
Non c’è tempo da perdere: è vero. Ma bisogna fare,
insieme, presto e bene.
Una buona concertazione può aiutare a fare bene.
Vediamoci con maggiore continuità e con un metodo di
lavoro.
Penso che ne guadagneremmo tutti e, soprattutto, ne
guadagnerebbe – in termini di certezza e di fiducia – l’intero Paese.
E chissà che, alla fine, questa buona concertazione
non ci aiuti anche ad attenuare qualche rigidità di troppo da parte della
Commissione UE.