Autorità, cari amici ed
amiche, signore e signori,
ringrazio innanzitutto
il Fai e la sua Presidente Giulia Maria Mozzoni Crespi per l’invito a questa
sessione dei lavori, “Il Patto necessario tra tutela e rilancio economico”,
finalizzato a creare un confronto - anzi, a lanciare un Patto Nazionale, cito
le parole del Fai - fra chi protegge e chi investe.
La prima considerazione
che sorge spontanea è quella relativa agli attori di questo patto.
Perché, devo dire, in
realtà non è così netta, o forse non dovrebbe esserlo, la distinzione fra chi
si preoccupa di tutelare il patrimonio culturale, artistico, paesaggistico e
ambientale dell’Italia - penso al Fai, che ne ha fatto una missione, ma anche
alle istituzioni, per le quali la tutela deve essere un dovere - e chi ha come
obiettivo la crescita e il rilancio economico del nostro Paese.
Perché l’arte, la
cultura, il paesaggio, sono definiti, non a caso, un patrimonio.
E un patrimonio deve
essere tutelato, ma, per farlo fruttare, bisogna anche saper investire.
Poiché parliamo di un
patrimonio collettivo, è chiaro che l’interesse dovrebbe essere di tutti.
E allora vediamo,
partendo dalle caratteristiche di questo patrimonio, chi può fare che cosa, e,
brutalmente, a chi conviene fare cosa.
Voglio darvi
innanzitutto un dato. Solo nell’ultimo ponte festivo, quello di Ogni Santi,
oltre un milione di italiani, più del 20% di coloro che si sono spostati da
casa, ha scelto, invece della montagna, il mare o i laghi, le città d’arte.
Le nostre città, quindi,
ricche di monumenti, ma non solo.
Perché l’attrattiva di
una città è data, oltre che dalle bellezze artistiche, da un insieme di fattori
che vanno dall’accessibilità ai trasporti, dalla “godibilità” ai divertimenti,
dagli eventi culturali all’enogastronomia fino alle possibilità di shopping.
Insomma, le città
d’arte, ma anche e soprattutto i siti minori, i piccoli comuni, sono
valorizzati solo se inseriti in un contesto economico vivace, ma al tempo
stesso, “compatibile”.
Presenza di negozi e di
attività culturali si intrecciano in un insieme sempre più stretto, e per
entrambi si può parlare sia di tutela che di investimenti.
E’ importante quindi
salvaguardare, insieme all’ambiente, la specializzazione dell’offerta
commerciale, perché la differenziazione è di per se una ricchezza e
caratterizza l’identità di un territorio.
E l’Italia si
contraddistingue, da sempre per la qualità e la varietà dei suoi prodotti,
siano essi opere d’arte, natura, o la stessa ospitalità.
In Italia c’è una lunga
tradizione che porta a rifuggire dalla mediocrità e dalla omologazione, perché
la ricchezza della natura ha saputo coniugarsi con la sapienza, la laboriosità,
la creatività e l’impegno degli uomini.
E’ questa tradizione,
questa ricchezza, il nostro patrimonio da tutelare e sul quale investire.
E questa identità,
questa ricchezza, quanto più è radicata sul territorio tanto più contribuisce a
fare del nostro Paese una meta ambita per i viaggiatori di tutto il mondo.
Perché nel mercato
globalizzato tutto può essere copiato e delocalizzato, ma non un’ identità che
è costituita da un “combinato disposto” di fattori che sono così strettamente e
profondamente legati fra di loro.
Una passeggiata
naturalistica, una mostra d’arte, la scoperta di un sito storico o di un borgo
se vissuti in un contesto adeguato, dotato di servizi e attento all’ambiente,
diventa una esperienza non solo intellettuale, ma che coinvolge la sfera delle
emozioni.
Quanto più sarà forte
l’emozione, tanto più quel sito che l’ha provocata acquisterà valore ai nostri
occhi e nel nostro ricordo.
Torniamo quindi ad un
concetto, quello di valore, che torna ad essere il cardine di questo dibattito.
Bisogna dare valore al
patrimonio culturale e ambientale italiano.
Si può e si deve fare,
ma con un coinvolgimento che veda operatori privati, fondazioni, amministratori
pubblici, istituzioni ed enti locali lavorare insieme.
Nell’ambito della
manovra Finanziaria 2007, ad esempio, per il patrimonio dello Stato sono
contenute alcune ipotesi per la valorizzazione degli immobili pubblici anche ai
fini di promozione dello sviluppo locale.
E’ una finalità sulla
quale non si può non essere d’accordo. Ma bisogna far si che questo principio
si traduca in una occasione concreta e reale, di tutela, da un lato, e di
rilancio economico, dall’altro.
Ho citato prima, non a
caso, i piccoli comuni.
L’Italia, così come è
caratterizzata da un tessuto imprenditoriale fatto di piccole e piccolissime
imprese è connotata da un tessuto demografico e urbanistico caratterizzato da
piccoli e piccolissimi comuni, che costituiscono oltre il 70% di tutti i comuni
italiani.
Già nelle precedenti
legislature, così come in quella attuale, sono state presentate diverse
proposte di legge per promuovere le attività economiche, sociali, ambientali e
culturali di queste realtà.
Proposte che prevedono
ipotesi di interventi che vanno dalla valorizzazione del patrimonio naturale,
rurale, e storico-culturale, fino agli incentivi e premi di insediamento a
favore sia degli abitanti, per combattere lo spopolamento, che a favore di
attività economiche, che pur essendo, dal punto di vista della redditività,
marginali, costituiscono, come succede spesso per il negozio o il bar, l’unico
punto di riferimento per la collettività.
Sono proposte forse
affinabili, migliorabili, ma è necessario che a questa Italia minore, ma
potenzialmente ricca, da salvaguardare e su cui investire - un tema su cui
Confcommercio si è spesa già da tempo e che ha trovato fra l’altro consensi
bipartisan – sia data l’attenzione che merita.
Facciamo allora in modo
che vengano sfruttati, al meglio, gli strumenti di pianificazione del
territorio; restituiamo alla collettività la possibilità di fruire di beni
pubblici che se non sono addirittura abbandonati sono spesso destinati ad usi
impropri o sottoutilizzati; creiamo un circolo virtuoso all’interno del quale
pubblico e privato possano ciascuno offrire il meglio delle proprie risorse e
competenze.
Insomma, si parla da
decenni di distretti industriali: forse è il caso di cominciare a parlare, e di
realizzare, dei distretti socio culturali, terziari, turistici, nei quali le
potenzialità e le risorse siano davvero valorizzate.
Proviamo allora ad
allargare i nostri orizzonti, a fare delle previsioni anche a medio e lungo
termine, ma su progetti concreti sui quali investire.
Giochiamo di anticipo,
una volta tanto, e non di rimessa.
Grazie