“In
un panorama europeo in cambiamento e forse in ripresa, l’Italia appare ancora
sotto sforzo…”.
Con
questa affermazione si apre il Rapporto Censis-Confcommercio sull’andamento dei
consumi in Europa, che oggi vi presentiamo.
Mi
sembra una sintesi efficace del clima di opinione dei consumatori, delle
imprese e, più in generale, del Paese.
E
la sua efficacia deriva dal fatto che la formula di un’Italia sotto sforzo
sintetizza tutti i dati, tutti gli elementi che hanno contraddistinto negli
ultimi anni e che ancora oggi contraddistinguono la realtà economica e sociale
del nostro Paese.
L’Italia,
infatti, è sotto sforzo anzitutto perché, ormai da troppi anni, si trova a fare
i conti con una crescita economica lenta.
Ciò
non solo rende arduo realizzare più equità sociale e più sviluppo, ma aggrava
le difficoltà della finanza pubblica e rende oggettivamente impervio il
percorso del miglioramento dei conti dello Stato.
La
“riflessività” dei consumi delle famiglie italiane – in Italia appena il 30%
delle famiglie contattate prevede di intensificare, nell’ultima parte
dell’anno, i propri consumi a fronte, ad esempio, del 54,9% della Spagna – ci
sembra, dunque, la traduzione puntuale della realtà macroeconomica del Paese.
Un
Paese che, nonostante una manovra finanziaria da 35 miliardi di euro e
nonostante il rientro dall’extradeficit, si attende, per il prossimo anno, una
crescita del Pil intorno all’1,4%. In rallentamento, dunque, rispetto all’1,7%
con cui dovrebbe chiudersi, per effetto della ripresina, l’anno in corso.
Un
Paese riflessivo e sotto sforzo, dunque. Un Paese, insomma, a cui non sembra
ancora che la rotta sia cambiata.
C’è
chi dice che ciò sia dovuto semplicemente ad un problema di cattiva
comunicazione della qualità della legge finanziaria. Cioè al non essere
riusciti a rendere esplicito, al suo interno, il collegamento tra risanamento e
riforme.
A
nostro avviso, purtroppo, la questione è più radicale. Il collegamento non c’è,
non c’è proprio.
Perché
le riforme destinate ad incidere sulla dinamica strutturale della spesa
pubblica – richiamate dal Dpef in riferimento ai grandi comparti di spesa della
previdenza e della sanità, del pubblico impiego, della finanza pubblica
centrale e locale – in finanziaria non vengono affrontate.
E
rinviare la soluzione di questioni oggettivamente urgenti certo non
contribuisce a dare certezze e fiducia ai consumatori, alle famiglie, alle
imprese.
Smaltita
la dose di sacrifici richiesti da questa finanziaria, tutti sanno, infatti, che
resta aperto il problema di riformare il sistema pensionistico pubblico, di
rendere la sanità pubblica più efficiente, di premiare nel pubblico impiego
produttività, merito e responsabilità, evitando aumenti contrattuali a pioggia
e favorendo una effettiva mobilità.
Letti
(e non è facile) gli 800 e passa commi di questa finanziaria, tutti sanno che i
veri risparmi di spesa non sono poi granché e che la pressione fiscale è
destinata a raggiungere nuovi livelli da record.
Perché
non c’è solo la nuova curva delle aliquote sui redditi personali, ma ci sono
anche i tributi di scopo e lo sblocco delle addizionali per Regioni ed enti
locali, gli aumenti del bollo auto e delle imposte regionali sulla benzina,
l’aumento dell’Ici e degli estimi catastali, nuovi automatismi per gli studi di
settore, l’aumento dei contributi previdenziali per il lavoro autonomo e per
l’apprendistato, la crescita di controlli ed adempimenti che significa la
crescita di burocrazia.
Una
burocrazia che, già oggi, costa alle imprese dei servizi qualcosa come 8
miliardi di euro all’anno.
Tutti
sanno. E, per questo, tutti protestano.
Le
imprese che noi rappresentiamo, certo. Ma anche i pensionati e il mondo
dell’Università e della ricerca, ad esempio.
Tutti
pregiudizi di un Paese impazzito?
Certamente
no. Piuttosto questa finanziaria non indica un progetto. E senza un chiaro,
riconoscibile e condiviso progetto per il futuro, il Paese non riparte.
Del
resto, il cammino della finanziaria non è ancora concluso, ma già si affollano
proposte di “Patti per la crescita”.
Se
non si tratta di semplici segnali di fumo, noi siamo pronti a fare, come
sempre, la nostra parte.
Ma
gli obiettivi devono essere chiari, pochi, coerenti.
Le
infrastrutture, e del resto i nodi di Alitalia e delle Ferrovie dello Stato
sono ormai venuti al pettine.
E
l’innovazione del sistema dei servizi e dei trasporti, del commercio e del
turismo: il vero volano sul quale investire per rafforzare produttività e
crescita.
Nel
commercio, in particolare.
Un
commercio di cui il Rapporto ricorda la capacità di agire in risposta alla
“marcata propensione dei cittadini alla multicanalità dei consumi”.
E’,
insomma, la forza del pluralismo distributivo italiano, in cui piccole, medie e
grandi imprese competono, tra loro e a vantaggio dei consumatori, rispondendo
alle esigenze di “una clientela che ha gusti, desideri e necessità differenti
che talvolta coesistono in una stessa famiglia”.
Famiglie
che ricercano “la buona qualità dei prodotti a marca commerciale” e, in
parallelo, sono sensibili alla “riscoperta del buon vivere e dell’esaltazione
della qualità dei prodotti”, oltre che a “una dimensione responsabile e
consapevole del consumo”.
Perché
e vero: non siamo “un Paese depresso e sottoposto ad una ineluttabile deriva di
impoverimento”, come avrete modo di leggere nel Rapporto.
Gli
ottimisti sono quasi il 45% degli intervistati e il 54% degli stessi
intervistati considera sufficienti le proprie capacità di spesa e di consumo.
Ma
si procede a fasi alterne e soprattutto – si legge ancora nel Rapporto –
“scarsi appaiono in Italia i segnali rassicuranti per le famiglie, provenienti
sia dal sistema politico che da quello economico…”.
Delle
incertezze economiche ho già detto.
Per
quelle politiche, basta pensare a quanto pesa, in questa manovra e nelle sue
scelte, l’immagine di un Paese spaccato tra “ricchi” e “poveri”.
E
a quanto poco, invece, questa manovra riesca a leggere la realtà di un ceto
medio diffuso fatto di lavoro dipendente, di lavoro autonomo e di attività
d’impresa.
Un
ceto medio che tutto insieme fa fatica ed è sotto sforzo.
In
quell’immagine del Paese spaccato, in questa incapacità di comprendere l’Italia
dei ceti medi, è certificata la battaglia persa dalle componenti moderate e
riformiste della maggioranza e del Governo.
E’
certificato il peso della cambiale politica che si è dovuta onorare con il
Sindacato e con la sinistra massimalista.
Salvo
poi ritrovarsi in piazza tanto il Sindacato, quanto componenti dello stesso
Governo!
E’
stabilità questa?
E’
una stabilità coerente con le sfide che il Paese deve affrontare?
Non
ci sembra proprio.
C’
è insomma qualcosa, sul piano delle regole politiche ed istituzionali, che
proprio non va.
Non
va il meccanismo di una finanziaria che il Parlamento, poi, non riesce, di
fatto, a discutere e a migliorare. E bene, dunque, ha fatto il Presidente della
Repubblica, Giorgio Napolitano, a richiamare l’attenzione sulla necessità di
una riforma della legge e della sessione di bilancio.
Ma
non vanno, anche e soprattutto, le coabitazioni forzate e gli equilibri
instabili all’interno delle coalizioni bipolari.
Quelli,
cioè, che determinano la costituzione di poteri di veto e di unanimità ad ogni
costo.
Anche
di questo bisognerà parlare se davvero si vuole costruire, per l’Italia, un
progetto che guarda al futuro.