Cari Amici, Signore e Signori,
intervengo oggi a questo dibattito – sul mercato del software e dei servizi in Italia un tema che Assintel, nel Report 2006 ha saputo analizzare con la consueta puntualità – perché considero l’innovazione un punto fermo per affrontare i problemi di competitività del nostro Paese.
Perché accrescere la competitività del sistema
economico italiano, passando attraverso la crescita e l’innovazione dei
servizi, è infatti un’occasione straordinaria per rilanciare la crescita e l’innovazione.
Che l’Italia sia ormai a pieno titolo entrata in
quella che si definisce, ormai da più di due decenni, l’economia post –
industriale è un dato di fatto ormai scontato.
Alvin Toffler ci ha spiegato infatti che
esistono tre “ondate” nella storia
dell’economia e della cultura umana.
La prima è l’agricoltura, la seconda è l’industria,
la terza è l’informazione.
“La terza ondata”, che è anche il titolo del libro
di Toffler, è l’epoca in cui viviamo e nella quale ciò che conta non è più il
possesso delle risorse, né delle macchine per trasformarle, ma la conoscenza.
Il potere è nelle mani di chi ha maggiori conoscenze o può controllare il
flusso delle informazioni.
E il lavoro, cioè l’occupazione, si è spostato
prevalentemente nel terziario -spiegava Toffler, ma noi lo sappiamo bene, e non
manchiamo di ricordarlo a chi definisce gli interventi di politica economica -
perché sono sempre più numerose le persone che si occupano di rapporti umani e
di scambio di informazioni.
Lo scambio di informazioni, e di conseguenza, gli
strumenti che lo consentono, il software e l’Information Technology, diventano
quindi, gioco forza, i cardini sui quali far ruotare gli interventi per la
crescita e la competitività.
E la mia non è una tesi di parte, solo per strappare
applausi in questa sede, ma è una semplice constatazione di fatto, testimoniata
da quanto è avvenuto e avviene nelle economie che, in questi anni, sono più
rapidamente cresciute e in cui gli
incrementi di produttività sono largamente dovuti al rapporto tra innovazione e
sistema dei servizi.
E’ per questo motivo e per quanto Toffler ha saputo
con lungimiranza profetizzare, che mi stupisco nel constatare che il Ministro
Pier Luigi Bersani, mettendo mano alla programmazione di politiche di competitività
e sviluppo, abbia voluto chiamare il disegno di legge che riguarda questa
materia “Industria 2015”, pur avendo voluto dare a questo termine, cito il
documento che lo sintetizza e lo accompagna, una significato che “ è riferito
al concetto più ampio che questo termine può assumere in una economia moderna
ed avanzata (….)
Mi stupisco perché è ormai evidente che il nostro
sistema economico non è più un sistema “industriale” e che il sistema di
incentivi di cui il nostro sistema imprenditoriale ha bisogno deve essere
tarato sulle attività innovative e sui servizi.
E nonostante il documento che citavo prima le mie
perplessità fanno riferimento, in particolare, alla ripetuta sottolineatura del
fatto che la crisi di competitività del sistema produttivo italiano, riguarda
in particolare, il settore industriale, con ciò riferendosi propriamente ad un
settore economico e non più ad una politica di impresa generale.
Al riguardo ricordo, che anche nel recente passato,
il termine “industry” – utilizzato dalla Commissione Europea per indicare
l’attività economica di impresa in generale – è stato spesso tradotto dai
Governi italiani come pertinente al solo settore manifatturiero, con grave
pregiudizio per il settore economico dei “servizi” escluso per anni dall’accesso
alle misure nazionali per la ricerca e per le aree depresse.
D'altronde lo stesso dicastero che il Ministro
Bersani ricopre ha abbandonato da tempo la dizione di Ministero dell’Industria
o delle Attività Produttive trasformandosi appunto in Ministero per lo Sviluppo
Economico!
Mi aspetto quindi, a breve, un chiarimento affinché
si possa davvero intervenire, all’interno di una normativa quadro, per la
definizione delle specificità dell’innovazione tecnologica, che non è
appannaggio dell’industria, o un “vassallo” di questa, ma anzi, il fattore trasversale che consente
di alzare i livelli di produttività di tutti i settori economici.
Si tratta, in altri termini, di superare una visione
dell’innovazione – e del sostegno all’innovazione – tutta dedicata e destinata
alle produzioni manifatturiere.
Questa visione, infatti, ha avuto come risultato una
marginalizzazione di fatto delle imprese del terziario, che non sono ricomprese
nei regimi nazionali sulla ricerca e solo recentemente sono rientrati in quelli
sull’innovazione tecnologica.
Il digital divide, lo spartiacque che separa il
mondo tra coloro che possono accedere alle moderne tecnologie della
comunicazione e coloro che ne sono tagliati fuori non è solo un problema che
divide il nord e il sud del mondo, i paesi avanzati e quelli in via di
sviluppo.
E’ invece il fattore che può portare un sistema economico a perdere la gara della
competitività, perché oggi le imprese, tutte le imprese, devono avere accesso
alle nuove tecnologie, integrando l’uso dell’informatica nei processi
produttivi, migliorando la loro efficienza e ottimizzando così i servizi al
cliente e alla collettività.
Il mondo dell’Information Technology – di cui le
vostre imprese costituiscono l’ossatura portante – sta giocando una partita importante, una sfida per integrare le nuove tecnologie nella vita di tutti i
giorni, in ogni parte della società, per rendere la conoscenza un bene
condiviso e garantire sistemi che si prestino
a migliorare il modo di lavorare e di produrre.
Su questa sfida noi oggi dobbiamo investire, perché,
come ci faceva notare Toffler, se la prima “ondata”, quella che vedeva
l’agricoltura al centro delle attività umane è durata dieci millenni, e la
seconda, quella industriale – se la facciamo partire dalla nascita delle
macchine a vapore – due secoli, la terza, quella della comunicazione, è
decisamente giovane, ma dimostra delle potenzialità che devono essere coltivate
e un energia che non può e non deve andare dispersa.