Cari Amici, Signore e Signori,
sono particolarmente contento di essere potuto
intervenire a questo convegno perché reputo questo settore, la ristorazione
moderna, un comparto fondamentale, non solo per la valenza economica che
riveste, ma anche per la funzione sociale e direi, persino culturale.
Le imprese e gli imprenditori oggi qui riuniti
rappresentano, infatti, un sistema che quotidianamente si rivolge ad una fetta
enorme di persone, delle quali devono - e sanno – interpretare i bisogni e le
aspettative, coniugando qualità ed efficienza.
La ristorazione collettiva, che fornisce un milione
di pasti al giorno, ad aziende, enti, strutture sanitarie e scolastiche,
aeroporti e ovunque ci sia necessità di un servizio di ristorazione per
collettività, costituisce un chiaro esempio di terziarizzazione dell’economia e
della società.
La trasversalità del servizio svolto da queste
imprese, e l’ampiezza e l’eterogeneità
della platea alla quale si rivolgono sono un chiaro indice del fatto che
l’innovazione non è più monopolio del settore industriale, ma anzi, al
contrario, che sono i processi innovativi del terziario a consentire ad altri
settori, siano essi pubblici o privati, di migliorare le proprie prestazioni.
L’innovazione, infatti, non è più soltanto tecnologia,
ma organizzazione del lavoro, marketing, logistica, formule distributive e
commerciali.
Sono ormai numerose le imprese che operano in questo
specifico mercato avendo un profilo internazionale di prim’ordine. E questo è
un bene, perché possiamo contare su uno scambio continuo di esperienze maturate
in altri contesti e sul trasferimento di know-how da un Paese all’altro.
Il valore aggiunto delle vostre aziende è costituito
però dal non perdere mai di vista il contesto nel quale si opera, anzi, tarando,
con professionalità e competenza, l’offerta in funzione del pubblico di
riferimento.
Valorizzando la tradizione culinaria italiana e i
prodotti tipici, ma senza mai perdere di vista una meticolosa innovazione di
processo ed organizzativa.
D’altronde la ristorazione, tutta la ristorazione,
sta vivendo dei grandi cambiamenti.
Non è più un mercato di nicchia legato ad eventi
speciali, ma un mercato che interessa la vita quotidiana di milioni di consumatori.
Il consumatore pone domande nuove in funzione di una
moltiplicazione delle occasioni di consumo che in termini aggregati raggiunge
dimensioni eccezionali.
La ristorazione, tutta la ristorazione, vale nel
nostro Paese almeno 60 miliardi di euro, conta 240mila imprese, occupa 857mila
persone.
Ed è presente ovunque – nel piccolo paese come nel
grande centro urbano, in autostrada come nei luoghi di lavoro, nelle scuole
come nei luoghi di riposo e di cura, nei comuni a vocazione turistica e in
quelli a vocazione industriale - con una pluralità di offerta che non ha
eguali.
E’ un mercato in continua evoluzione, che è capace di progredire ed adattarsi, con
delle prospettive di crescita, anche se forse con luci ed ombre.
Perché vi è un contesto di riferimento da
considerare.
Il contesto è quello di un Paese che sembra possa
ricominciare a crescere – se saranno confermate le stime dell’Ocse che vede nel
2007 un aumento del Pil dell’1,8% - ma meno, e più lentamente di altri Paesi
europei.
Con una
“ripresina” – passatemi il termine – condizionata da molti fattori, non
ultimo la necessità, ormai un imperativo che ci viene anche dall’Europa, di
sistemare i conti pubblici.
Se vogliamo che questa “ripresina” si consolidi e se
puntiamo a stabili tassi di crescita almeno nell’ordine del 2% all’anno, non si
può non procedere sulla strada della riduzione della spesa pubblica, purchè
questi interventi siano accompagnati sia da
riforme che incidano strutturalmente, che dal sostegno all’innovazione,
soprattutto nei servizi, come leva per l’incremento di produttività di tutto il
sistema-Paese.
La spesa pubblica, dunque: tagli alle spese
improduttive, innanzitutto; e, poi, interventi sui grandi comparti di spesa:
dalla sanità alla previdenza, dal pubblico impiego alla finanza centrale fino
agli Enti locali.
In sintesi: spendere meno, ma soprattutto spendere
meglio.
Spendere meno ma spendere meglio: credo questa
affermazione risvegli un nervo sensibile per alcune delle vostre aziende, che
stanno cercando di trovare, proprio in quest’ottica, una soluzione ad un problema, quello delle gare al massimo
ribasso, che non significa però, purtroppo, come dovrebbe, “offerta economica
più vantaggiosa”.
Il vantaggio, in un mercato dove le aziende
riforniscono collettività con esigenze specifiche, penso di nuovo a scuole e ospedali,
deve essere assolutamente, e senza esitazioni, interpretato come ricerca della
qualità al giusto prezzo.
Perché scuole e ospedali per le aziende sono sì
spazi di mercato, ma non solo.
Sono luoghi dove le imprese devono esercitare il
massimo della responsabilità sociale.
E per fare questo devono essere messe nelle giuste
condizioni.
Insomma, i vincoli di bilancio non si rispettano
abbassando la qualità dei servizi, ma tagliando le spese improduttive.
E credo che di queste spese improduttive, non sia difficile trovarne.
Ma come dicevo, non basta “tagliare”, bisogna
investire nello sviluppo, nella crescita, ridare fiducia alle imprese e ai
consumatori.
Perché i consumi delle famiglie continuano ad essere
tutt’altro che brillanti e gli indici di fiducia dei consumatori italiani
continuano a ristagnare.
Anche da parte delle imprese – di tutte le imprese,
ve lo garantisco – si percepisce un
diffuso senso di incertezza relativo alle prospettive di più lungo periodo
dell’economia italiana e alla consapevolezza di lavorare “sotto sforzo”.
L’impegno di Confcommercio, in questo momento più
che mai, è di affrontare - in una agenda fitta di incontri per un serrato
confronto con il Governo - i nodi che attanagliano il sistema imprenditoriale,
e di avviare un percorso, che iniziando dalla finanziaria 2007, possa eliminare
quei vincoli, diretti o indiretti, che gravano sulle imprese.
Penso innanzitutto alla pressione fiscale e al costo
del lavoro. Ma anche ad uno snellimento di procedure per alleggerire gli
adempimenti aziendali ed alla semplificazione nei rapporti con la pubblica
amministrazione.
Un impegno, insomma, finalizzato a consentire al
terziario, che è ormai il vero motore dello sviluppo economico, di crescere in
un contesto “sano” e competitivo al tempo stesso.
Per guardare al futuro con ottimismo, con un
ottimismo che nasce dalla consapevolezza dei problemi aperti, ma anche dal
convincimento che ce la possiamo fare.
Con l’intelligenza e la tenacia tipica di chi, ogni
giorno, si confronta con il mercato e non demorde. Mai.