Cari Amici,
esce in libreria, in questi giorni, un bel libro dedicato a Renato Cesarini, l’italoargentino che segnò al novantesimo minuto di un’Italia Ungheria del 1931, entrando così nella storia del nostro calcio.
La “zona Cesarini” è rapidamente divenuta una
metafora extra-calcistica. Una metafora che mi torna utile anche oggi per
cercare di rispondere all’interrogativo posto al centro del nostro incontro.
Per l’italia, siamo al “tempo scaduto”?
Sono – naturalmente – tra coloro che pensano di no;
che pensano che la partita sia ancora aperta e che – come insegna la “zona
Cesarini”- vada comunque giocata fino all’ultimo minuto.
Lo penso senza alcuna ideologia dell’ottimismo, cioè
senza nascondere nulla del fatto che – dietro
i tanti segnali dell’Italia ricca, affluente e del benessere – emergano
sempre di più i troppi nodi strutturali della competitività difficile e del disagio sociale.
E lo penso, anche,
riconoscendo la validità delle preoccupazioni di chi teme che l’Italia
rischi, di questo passo, di essere esclusa dal gruppo di testa dell’economia
mondiale.
Perché lo penso, allora?
Semplicemente, perché esattamente questo mi sembra
il compito di chi – ad ogni livello e in ogni ruolo – voglia, comunque, far
qualcosa per questo Paese.
Con tutta la necessaria consapevolezza
dell’intensità delle sfide con cui dobbiamo confrontarci, ma anche sapendo che
possiamo farcela.
Insomma, non mi ritrovo nell’alternativa politica
secca tra gli “ottimisti” e i “disfattisti” e resto fedele – si parva licet e
come, credo, tanti in questa sala – al metodo di De Gasperi.
Un De Gasperi che – parlando alla Camera di
Commercio di New York nel gennaio del ’47 e, dunque, in tempi davvero
difficilissimi per il nostro Paese – così affermava :
“Noi non siamo dei visionari, non siamo dei
fantastici, non vogliamo creare illusioni nel nostro popolo o negli altri
popoli. Sappiamo che i progressi del mondo sono lenti, che bisogna essere
realisti, che bisogna aver tenacia e pazienza…”.
Tenacia e pazienza: virtù – morali e politiche –
tipiche di chi si riconosce nella responsabilità delle “formiche”.
Di responsabilità, di un supplemento di
responsabilità c’è infatti, oggi, anzitutto bisogno.
Della responsabilità di una politica alta, non meno
che di quella delle forze sociali.
Perché, certamente, la partita da soli non la si
vince. E, se davvero si vuole scongiurare il declino e rilanciare l’economia,
occorre tutta la responsabilità necessaria per un confronto fatto secondo
regole condivise – nel reciproco rispetto dei ruoli e senza invasioni di campo
– e fatto per condividere uno schema di gioco.
Senza dirigismi, certo; senza invocare un
anacronistico ritorno dello Stato nell’economia.
Ma ritrovandoci – tutti - in un progetto per il Paese, in un’agenda dei lavori per la prossima
legislatura, che metta al centro i problemi reali dell’economia reale: i
problemi del fare impresa e del competere.
Esattamente per tenere insieme – come fa il titolo
dell’incontro – “ricerca, innovazione, aumento della produttività in un quadro
di solidarietà sociale”.
Come si fa, cosa si deve fare per tenerli insieme?
Anzitutto, una scelta di metodo. Che è, poi, quella
di non accettare la politica dei due tempi: prima, il tempo del risanamento
della finanza pubblica; poi (e forse) quello delle azioni per la crescita e lo
sviluppo.
Perché – al contrario - è solo con un passo di crescita più veloce della nostra economia
che si rende un po’ più agevole l’aggiustamento strutturale dei conti dello
Stato, cioè il miglioramento del rapporto deficit/PIL, dell’avanzo primario e
la riduzione dello stock di debito pubblico.
Il che non esclude, ovviamente, operazioni
straordinarie finalizzate alla riduzione del debito attraverso privatizzazioni
– purchè funzionali a reali
liberalizzazioni – e vendita di patrimonio pubblico.
Ma esclude – dovrebbe escludere – interventi di
aggravamento della pressione fiscale complessiva a carico delle imprese e dei
cittadini e conferma – dovrebbe invece
confermare – la necessità di un sistema Paese fiscalmente più competitivo.
Ricercando -
poi - nel contrasto e nel
recupero dell’evasione fiscale e contributiva, nella riduzione della spesa
intermedia delle pubbliche amministrazioni, nella riqualificazione della spesa
sociale – e dunque nella costruzione di un welfare finanziariamente sostenibile
e socialmente più inclusivo, anche perché fondato sull’intervento attivo e
sussidiario dei privati e delle famiglie – risorse aggiuntive per le politiche
attive per la crescita e lo sviluppo.
Ricerca, innovazione, aumento della produttività e
solidarietà sociale: detto della scelta di metodo necessaria per declinare
insieme questi obiettivi, mi resta da dire di un’altrettanto necessaria scelta
di merito.
In tutte le economie che “galoppano” di più – in
Europa, negli Stati Uniti e nelle altre
aree del mercato globale - c’è sempre un nesso strettissimo tra
crescita, innovazione ed incrementi di efficienza e di produttività del sistema
dei servizi.
Al punto che questo è quanto il McKinsey Institute
ha recentemente “certificato” per
l’Italia: “il rilancio dell’industria manifatturiera non potrà essere il motore
della crescita, la cui vera chiave sta invece nel significativo miglioramento
della produttività dei servizi…”.
Insomma, il terziario è il motore intelligente
dell’economia; è il terziario che – anche nel 2005 a crescita zero – ha
costruito 130 mila nuovi posti di lavoro.
Ecco, è questo il merito del problema politico, che
Confcommercio pone: riconoscere la centralità del sistema dei servizi come
grande occasione di crescita e di sviluppo per l’intero sistema-Paese.
Un’occasione da perseguire, certo, con “regole” di
apertura dei mercati, cioè con la concorrenza e con le liberalizzazioni.
Ma con una concorrenza e con liberalizzazioni che
non siano integralmente demandate alla “mano invisibile” del mercato e siano
invece gestite – a proposito della coesione e della solidarietà sociale –
tenendo conto del ruolo economico e sociale di quel pluralismo imprenditoriale che connota così profondamente il
sistema produttivo italiano.
E, dunque, investendo – in termini di attenzione, di
politiche e di risorse – in quelle PMI, che costituiscono all’incirca il 95% di
questo sistema produttivo e che sono le
protagoniste dei processi di sviluppo territoriale.
Per evitare che i pochi residui “campioni nazionali”
restino delle cattedrali nel deserto.
Per far sì che le imprese, tutte le imprese – le piccole, le medie, le grandi –
possano giocarsi la partita e possano crescere.
Con un federalismo, in cui i diversi livelli
istituzionali collaborino tra loro e, soprattutto, collaborino con l’iniziativa
privata dei cittadini e delle imprese.
Con un’innovazione diffusa, fondata su tecnologie e
processi di aggregazione di rete e di distretto.
Con l’attenzione alle risorse umane e ai processi di
formazione continua, che sono il migliore antidoto alla precarizzazione di un
mercato del lavoro che della flessibilità non può fare a meno.
Con un sistema di sicurezza sociale fondato sulla
dignità del lavoro e sulla responsabilità delle scelte individuali e
collettive.
Ecco lo spazio, ecco la necessità di una politica
della responsabilità, che coinvolge tutti: i partiti politici come le forze
sociali.
Ecco la politica che deve scendere in campo prima
che il tempo sia scaduto.
E’ accaduto già altre volte nella storia del nostro
Paese. E non c’è ragione per cui non lo si possa fare anche oggi.
Bisogna riconoscere le difficoltà del presente senza
la tentazione di ritagliarsi il ruolo comodo delle Cassandre o dei grilli parlanti.
Bisogna riconoscere le difficoltà del presente per
costruire – invece – il futuro.
Con la laboriosità tenace, paziente, organizzata e
responsabile delle “formiche”.