Cari Amici,
grazie per l’invito ad intervenire alla discussione di oggi, il cui ampio dossier preparatorio testimonia di un’attenzione al “mondo laborioso e creativo” delle piccole e medie imprese articolata e meditata.
Tanto articolata e meditata che – volendomi attenere
alla disciplina dei tempi di intervento che ci avete opportunamente proposto –
devo, naturalmente, scegliere anzitutto in che modo “investire” i miei
dieci minuti.
Scelgo, dunque, di investirli per discutere –
fondamentalmente – delle buone ragioni di un’attenzione specifica al tema delle
PMI e dei modi possibili per assicurare continuità a questa attenzione nei
lavori della prossima legislatura.
La prima e la più importante delle buone ragioni è
l’affermazione di apertura del dossier: “L’Italia rimarrà vitale finchè il
tessuto delle piccole e medie imprese che la caratterizzano rimarrà vitale”.
Affermazione apodittica, ma davvero imprescindibile
in un Paese in cui circa il 95% delle imprese è ricompreso nella classe
dimensionale fino a 20 occupati
Affermazione non solo imprescindibile, ma anche
urgente – in termini di analisi e di proposta – in una fase in cui questo vero
e proprio motore del nostro sistema produttivo “batte in testa”, facendo
registrare – secondo dati recenti dell’Osservatorio Nomisma-Crif – una contrazione degli investimenti delle
microimprese – quelle fino a 10 addetti e con fatturato entro i 2,5 milioni di
euro – di oltre il 12% tra il 2004 e il 2005 e una riduzione del loro indice di
dinamicità – che misura strategia aziendale, sviluppo organizzativo e sviluppo
tecnologico – di quasi il 22%.
Certo, questi dati sono la conseguenza di tutti i
processi di fondo che investono il nostro Paese e che ne definiscono la
condizione di competitività difficile:
-
la
globalizzazione dei mercati e delle produzioni e il basso tasso di innovazione
tecnologica in gran parte dei settori produttivi “maturi”;
-
il
deficit di dotazione infrastrutturale e l’impatto del caro-energia;
-
le
inefficienze del sistema dei servizi;
-
il
“peso” di un sistema di sicurezza sociale, che occorre rendere, al contempo,
finanziariamente più sostenibile e
socialmente più inclusivo;
-
il
“ritardo” nei processi di semplificazione dei procedimenti amministrativi e,
più in generale, la difficoltà nel realizzare un rapporto tra funzione pubblica
e iniziativa privata realmente cooperativo;
-
la
questione irrisolta del ritardo di sviluppo dell’intera area territoriale del
Mezzogiorno.
E’, ovviamente, una lista di criticità
esemplificativa e certamente non esaustiva.
Una lista che vale per tutte le imprese italiane, ma
- ancora prima e di più – per la
cosiddetta impresa diffusa, cioè per quelle piccole e medie imprese così
profondamente radicate nei processi di sviluppo territoriale e che, certamente, non sono - per così dire
– “vocate” alla delocalizzazione.
Ancora prima e di più – ecco il punto – perché fare
– come è scritto nel dossier – di “un disegno organico di politiche costruite
sulla specificità delle piccole e medie
imprese…un asse portante dell’intera politica economica si è rivelato – e da
sempre - difficoltoso”.
Da sempre: con una continuità, cioè, di lungo, di
lunghissimo periodo e con una responsabilità politica assolutamente bipartisan.
La responsabilità – voglio dire – di scelte che
hanno invece guardato – troppo e troppo
a lungo – alla grande impresa – e, in particolare, alla grande impresa
industriale – come il soggetto “principe” del percorso della crescita e dello
sviluppo.
E, conseguentemente, come l’oggetto pressoché esclusivo delle categorie di
analisi, degli strumenti di intervento
e delle risorse della politica economica.
Provo a dirlo in altri termini: di “campioni
nazionali”, c’è certamente bisogno. Ma – in un Paese in cui sono le piccole e
le medie imprese a costituire la struttura del sistema produttivo – questo non
basta.
Ecco perché c’è la necessità di politiche specifiche
per le piccole e le medie imprese e – in particolare – per quelle piccole e
medie imprese dei servizi, che meriterebbero di essere poste al centro di un
grande progetto di innovazione tecnologica ed organizzativa.
Non fosse altro perché – come è noto - è appunto il nesso stretto tra innovazione e
servizi a dar largamente conto degli
incrementi di efficienza e produttività registrati nelle economie del mercato
globale che più galoppano.
Anche per il nostro sistema dei servizi bisogna
evitare, dunque, la trappola della politica dei due tempi: non può esserci
prima il tempo della concorrenza e delle regole di apertura dei mercati e, poi,
il tempo delle politiche attive, delle regole e degli strumenti – cioè – per
l’accrescimento dell’efficienza dell’attività d’impresa.
Concorrenza e politiche attive vanno, invece,
coniugate insieme. Per consentire a tutte le imprese – le piccole, le medie, le
grandi – di irrobustire il loro modello di business e di crescere.
Politiche specifiche per le piccole e le medie
imprese, dicevo. Ma – naturalmente – a condizione che la specificità non
divenga separatezza. Piuttosto quel che occorre è che la consapevolezza del
ruolo di queste imprese nel sistema produttivo innervi di sé l’intera gamma
delle politiche economiche e sociali.
Insomma, politiche dedicate, sì; ma nel quadro
generale di un progetto di crescita e di sviluppo che riconosca nell’impresa
diffusa una delle grandi risorse di questo Paese.
Fin qui – dunque – le buone ragioni della centralità
della questione PMI all’interno dell’agenda dei lavori per la prossima
legislatura.
Ma come dare continuità e tensione al tema?
Certo, non con la stanca ritualità dei confronti tra
Governo e parti sociali.
Si tratta, invece, di recuperare il meglio della
esperienza della concertazione, cioè la capacità e la volontà di condividere
pochi e qualificati obiettivi strategici e di impegnarci tutti in maniera
conseguente.
Una concertazione per “progetti”, di cui il
“progetto PMI” sia un capitolo qualificato, ma non separato rispetto agli
altri.
Con un metodo di confronto che eviti tanto il rito
della consultazione universalistica delle sigle – sganciata da una doverosa
verifica della loro reale rappresentatività e, dunque, della loro capacità di
contribuire alla concertazione per “progetti” – quanto la tentazione delle
relazioni privilegiate e dei tavoli “separati”.
Una nuova concertazione, coerente – poi – con
l’architettura istituzionale della Repubblica federale e che sia, dunque,
occasione strutturata di confronto e di coordinamento tra i diversi soggetti
istituzionali che compongono l’asse verticale della sussidiarietà, ma anche con
i protagonisti della dimensione orizzontale della sussidiarietà: le
rappresentanze sociali e le autonomie funzionali, tra cui le Camere di
Commercio.
A cui – a dire il vero – il dossier riserva un
giudizio un po’ affrettato e ingeneroso: “Le Camere di Commercio devono
mettersi in grado di funzionare come centri di servizi e non semplicemente come
registri di imprese. Altrimenti, è meglio cambiare e rendere la contribuzione
delle imprese volontaria (e non obbligatoria) e commisurata alla qualità dei
servizi offerti”.
A fronte di questo giudizio, voglio ricordare non
solo il nesso istituzionale tra iscrizione alle Camere e obbligo della tenuta
dei Registri Imprese, ma anche e soprattutto quanto le Camere hanno fatto e
stanno facendo – nell’ambito di un’esperienza di autogoverno delle diverse
“business-communities” territoriali – proprio in tema di servizi alle imprese.
Sia che si tratti di agire sul versante dei processi
di semplificazione, sia che si tratti di operare per la promozione di nuova
imprenditorialità e per la formazione; sia che si tratti di sostenere l’export
e i processi di internazionalizzazione, sia che occorra promuovere
l’infrastrutturazione dei territori o sostenere l’innovazione o una più
robusta cultura finanziaria delle PMI.
Certo, è un processo in corso e c’è ancora molto da
fare. Ma, oggi, non si può davvero dire che il sistema italiano delle Camere di
Commercio viva – nell’esperienza quotidiana delle imprese italiane – soltanto
come responsabile istituzionale della tenuta del Registro delle imprese.
Le Camere di Commercio sono cambiate, stanno
cambiando e ancora di più dovranno cambiare: rafforzando, anzitutto, le
sinergie di programma e operative con le associazioni imprenditoriali per
divenire delle vere e proprie “agenzie per le imprese”, cui la funzione
pubblica potrà e dovrà delegare funzioni valutative e istruttorie, ma anche
compiti di regolamentazione e autoregolamentazione.
E’ in questa prospettiva – dunque – che trovo
particolarmente interessante la proposta di costruzione di “un disegno
istituzionale che dia alla rappresentanza delle PMI (e non solo) ascolto nelle
politiche specifiche”.
Un disegno che passa da un CNEL riformato e dal suo
legame, appunto, con le rappresentanze e con le Camere di Commercio.
Concludo con una proposta: la proposta che
Confcommercio rivolge agli schieramenti politici alla vigilia del confronto
elettorale.
Confrontiamoci sui programmi e sulle proposte. Se
c’è un terreno comune – e noi crediamo che ci sia – fatto dal “nocciolo duro”
del problema della competitività e dalla necessità di affrontare i problemi
concreti dell’economia reale e del fare impresa, riconosciamolo come un’agenda
bipartisan per la prossima legislatura.
Perché di politica – e di una nuova qualità della
politica – le imprese italiane, e in particolare le piccole e medie imprese,
hanno davvero bisogno.
Grazie.