Non esiste una età anagrafica per passare dalla vita attiva al pensionamento; nel lavoro autonomo, poi, il principio della responsabilità è il perno di tutta la vita.
Il negozio non rappresenta, come per i dipendenti
l’ufficio, cioè un luogo fisico in cui dare un contributo, per un tempo
determinato, alla società.
L’imprenditore che lascia l’attività quasi mai se ne
distacca veramente; non solo perché spesso quelli che proseguono sono i figli
ma soprattutto perché quello che vuole trasmettere loro è - oltre ad un concetto di responsabilità individuale verso ciò che si
è costruito - anche il rispetto per il contesto, sociale, territoriale ed
umano, in cui l’azienda è inserita.
Il negozio per un commerciante è parte di sé; il
lavoro, lo sapete bene, non finisce quando si abbassa la saracinesca ed è questo il motivo per cui, in linea di
massima, la vita lavorativa degli autonomi è molto più lunga di quella dei
lavoratori dipendenti.
Questo aspetto però, quando si è trattato di
prevedere un innalzamento dei contributi previdenziali dei lavoratori autonomi
non è stato adeguatamente considerato.
Perché si è caduti nella semplicistica equazione che
quello che vale per i dipendenti, su diversi fronti, deve valere anche per chi
ha un impresa.
Ma non è così, e in particolare non è così se si va
a guardare la situazione della gestione Commercianti dell’Inps e la si
confronta con le altre. Le casse sono in attivo, e non di poco, con un solido
attivo patrimoniale superiore ai sette miliardi di euro e un andamento positivo
del rapporto fra attivi e pensionati
dovuto, come sottolineavo, proprio all’allungamento della vita
lavorativa degli imprenditori del terziario.
E allora perché si è sentita l’esigenza di questo
innalzamento, che appesantisce ulteriormente la già difficile gestione
d’impresa in un periodo, un lungo periodo, di crisi dei consumi?
Perché bisognava reperire delle risorse, certo, per
affrontare gli impegni previsti dalla Finanziaria.
Ma allora, devo tornare a dirlo, il Governo non può
utilizzare le nostre categorie come un bancomat, dal quale attingere per far
fronte alle necessità di cassa.
Necessità che nessuno vuole negare – siamo stati noi
i primi a sostenere che per far crescere l’Italia è necessaria una legge
finanziaria che sappia coniugare rigore e sviluppo – ma per le quali bisogna
trovare risposte mirate, e coerenti.
Confcommercio ha più volte ribadito che la strada da
seguire deve essere quella dei tagli di spesa, ma lo ripeto per l’ennesima
volta, delle spese improduttive, degli sprechi, che possono e devono essere
individuati con un attento lavoro di cesello, nelle amministrazioni centrali e
periferiche.
Senza però perdere di vista un obiettivo, quello
della crescita, che passa attraverso un
miglioramento del contesto sociale ed economico di famiglie e imprese.
Buona parte delle imprese rappresentate da
Confcommercio sono piccole e medie ed hanno uno o due coadiutori familiari; non
si può quindi parlare delle nostre imprese senza parlare delle loro famiglie.
Le proposte politiche a sostegno degli anziani e la
famiglia presentate oggi, da quelle sull’autosufficienza alle politiche
fiscali, dalla prevenzione all’assistenza costituiscono un “mix” di interventi
concreti.
E questi interventi devono essere realizzati
mettendo in campo tutte le risorse possibili, che non significa
necessariamente, o non solo, prevedere
maggiori spese, ma anche e soprattutto
sfruttare al meglio e rendere più efficienti le strutture già esistenti,
valorizzare il ruolo dell’associazionismo, introdurre forme compensative come
sgravi fiscali, detrazioni o deduzioni a fronte di spese vive (spese
farmaceutiche, trasporti, etc.) o costi indiretti derivanti dal tempo dedicato
alle attività di cura e assistenza e sottratto ad all’attività di impresa o ad
altre forme di sostegno, comunque monetizzabili, all’interno della famiglia e
della società.
Perché come è stato illustrato oggi, esiste una
famiglia sostanziale, allargata, a geometria variabile, che costituisce la
“vera rete di salvataggio” della
persona anziana.
E allora quando si parla di un Italia che invecchia,
cominciamo a considerare l’altra faccia della medaglia, quella di poter
disporre di un enorme serbatoio di
forza e di tempo.
La forza di chi può e vuole dare il proprio
contributo alla società, ma che chiede gli venga riconosciuto l’impegno e il
ruolo che in questa società ha svolto e continua, in gran parte dei casi, a svolgere.
Non consideriamo questo serbatoio un pozzo senza
fondo, dal quale attingere a piacimento, ma una sorgente, intorno alla quale
c’è un terreno da mantenere, da accudire, affinché la sorgente non si
esaurisca.