Considero davvero un privilegio questa opportunità di incontro – in una
sede unica ed irripetibile come il Sacro Convento di S
Considero
davvero un privilegio questa opportunità di incontro – in una sede unica ed
irripetibile come il Sacro Convento di San Francesco d’Assisi, in occasione
degli ottocento anni dalla conversione del Santo e dei sessant’anni della
Confcommercio di Assisi - tra l’Ufficio di Presidenza della Confederazione, gli
amici della Confcommercio dell’Umbria, le Autorità religiose e civili.
Un’opportunità
e un privilegio di cui, dunque, voglio anzitutto ringraziare tutti coloro che
l’hanno resa possibile a partire dal Custode del Sacro Convento, Padre Vincenzo
Coli, da Sua Eccellenza il Vescovo di Assisi, Monsignor Domenico Sorrentino,
dagli amici Presidenti Mencaroni e Nizzi.
Grazie
inoltre, per avere voluto essere oggi qui con noi, al Presidente della Giunta
Regionale, Maria Rita Lorenzetti, al Sindaco di Perugia, Renato Locchi, al
Sindaco di Assisi, Claudio Ricci, all’Assessore al commercio del Comune di
Assisi, Franco Brunozzi, al Presidente della Camera di Commercio di Perugia,
Alviero Moretti, al Presidente della Camera di Commercio di Terni, Mario Ruozi
Berretta, al Presidente di Unioncamere Umbria, Adriano Garofoli.
Perché
considero questo incontro un privilegio?
Semplicemente
e straordinariamente, perché esso avviene in un luogo eccezionalmente ricco di
storia e di spiritualità. In un luogo che è certamente un simbolo delle radici
cristiane dell’identità europea.
E’ un
tema – quello delle radici cristiane dell’identità europea – di straordinaria
attualità e rilanciato negli scorsi giorni, in concomitanza con i cinquant’anni
dal Trattato di Roma, dal Pontefice, Benedetto XVI, attraverso questo
interrogativo: “Se i governi vogliono avvicinarsi ai cittadini, come potrebbero
escludere un elemento essenziale dell’identità europea quale è il
cristianesimo?”.
Nell’interrogativo
posto da Benedetto XVI e nella posizione di tutti coloro che lo condividono,
non c’è nessun integralismo. C’è, al contrario, la consapevolezza di tutta la
complessità etica e culturale del farsi storico dell’identità europea e dello
specifico e fondamentale contributo del cristianesimo al riconoscimento e al
rispetto della dignità dell’essere umano come fondamento della civiltà europea.
Ma
soprattutto sarebbe sbagliato – io penso – leggere l’esigenza del richiamo alle
radici cristiane dell’Europa come il tentativo, con lo sguardo rivolto
all’indietro sulla storia millenaria dell’Europa, di affermare un’egemonia.
Invece,
dire oggi del cristianesimo nella storia d’Europa significa guardare in maniera
problematica al futuro dell’Europa, suggerendo un percorso possibileper portare a compimento quel processo di
costruzione di un’unitaria Europa allargata, che è stato giustamente
considerato come il più grande tentativo, nel mondo contemporaneo, di governo
democratico della globalizzazione.
Cosa c’è
infatti, dietro il fallimento del progetto di Costituzione europea, se non
l’appannamento di valori profondi ed ispiratori del progetto europeo – pace ed
equità, sviluppo e dignità delle persone – logorati dal primato delle
tecnocrazie e da un’attenzione troppo esclusiva alle ragioni immediatamente
economiche dell’Europa unita?
Insomma,
parlare di identità e di valori è oggi fondamentale per rilanciare la missione
dell’Europa unita nel mondo contemporaneo. Per rendere chiaro ai cittadini ed
ai popoli europei che i grandi obiettivi dell’Europa economica e sociale sono
parti di un disegno più complessivo.
Sono
aspetti della responsabilità europea: del modo in cui, cioè, la civiltà europea
del terzo millennio vuole portare il suo contributo alla costruzione di un
futuro migliore per un mondo in cui è divenuto intollerabile lo “scandalo”
della contraddizione tra i progressi della scienza, della tecnica e
dell’economia e tanti, troppi drammatici divari di civiltà e di benessere, così
come lo “scandalo” della guerra e della minaccia globale del terrorismo.
Ben
venga, allora, l’auspicio formulato dal Presidente Prodi in occasione
dell’incontro di Berlino: “L’Europa ritrovi un po’ di follia creativa”.
La
“follia” dei valori, dei suoi valori e del loro confronto con le sfide del
mondo contemporaneo; la “follia” di un progetto politico fondato sull’etica
della responsabilità individuale e collettiva.
Per noi
– per noi che siamo operatori economici e che rappresentiamo operatori
economici -cosa può voler dire, oggi,
un’etica della responsabilità?
Significa
la consapevolezza del fatto che la nostra azione di costruttori di prosperità
si misura su un orizzonte ampio. Un orizzonte più ampio del benessere nostro e
delle nostre famiglie, del benessere dei nostri collaboratori e delle famiglie
dei nostri collaboratori.
E’ –
vorrei dire – l’orizzonte della capacità di contribuire al benessere delle
nostre comunità, avvertendo sempre l’inquietudine, la tensione a far sì che
esse, a loro volta, agiscano come rete di promotori di pace e di sviluppo, di
civiltà e di integrazione.
Insomma,
è l’orizzonte della responsabilità sociale dell’attività d’impresa. Un
orizzonte che non denega il profitto, ma che chiede all’impresa e agli
imprenditori di confrontarsi anche con un vero e proprio bilancio sociale del
proprio operato. Così – giusto per fare qualche esempio – con l’attenzione ai
diversamente abili come con l’integrazione multiculturale e multietnica, con
l’attenzione all’ambiente come con la partecipazione ed il sostegno al volontariato
sociale.
E’ un
tema nuovo e moderno. Ma è, al contempo, un tema che a me sembra profondamente
radicato nella storia di quel tessuto di piccole e medie imprese – protagoniste
dei processi di sviluppo territoriale – che è stato il motore di larga parte dei
cambiamenti dell’economia e della società italiana.
Imprese,
almeno in origine, in larga parte familiari e che comunque, pur crescendo ed
evolvendo, hanno sempre mantenuta viva una consapevole attenzione alle
relazioni umane e alle proprie comunità territoriali di riferimento.
“Oggi
più che mai – così si legge nella Centesimus Annus di Papa Giovanni
Paolo II – lavorare è un lavorare con gli altri e un lavorare per gli
altri: è un fare qualcosa per qualcuno”.
Ed è
appunto la costruzione di queste comunità di lavoro a chiamare in causa il
ruolo necessario e positivo delle capacità di iniziativa e di
imprenditorialità.
Piccole
e medie imprese e processi di sviluppo territoriale – e del resto qui, in
Umbria, è storia nota – sono un tratto caratteristico, positivamente
caratteristico del modello italiano di crescita e di sviluppo.
Proprio
per questo, allora, io penso che, nel nostro Paese, potrebbe risultare
particolarmente feconda di risultati un’applicazione diffusa della cosiddetta
sussidiarietà orizzontale.
La
pratica, cioè, di un modello di relazioni cooperative tra pubblico e privato,
in cui si chiede alla sfera pubblica di fare magari meno, ma meglio e, al
contempo, si consente all’iniziativa organizzata dei privati, ai corpi
intermedi, alle autonomie funzionali di assumere responsabilità collettive, di
ordine più generale. Così – sempre per fare qualche esempio – sul terreno della
sicurezza sociale, come su quello della formazione e della valorizzazione delle
risorse umane.
Sussidiarietà
e responsabilità sociale divengono quindi spazi di azione e di intervento
importanti e qualificanti anche per le associazioni di impresa. Sono, oggi, il
banco di prova della capacità nostra di coniugare il giusto compito di
rappresentanza e tutela delle imprese associate con gli interessi generali del
Paese. Rafforzano i valori di riferimento della nostra identità e della nostra
missione. Dicono della necessità di una concertazione tra pubblico e privato
che sia alta e concreta, fondata sul comune riconoscimento dell’obiettivo dello
sviluppo come risultato di una crescita secondo equità.
Ogni
imprenditore è – vorrei dire per vocazione – un inguaribile ottimista. Affronta
le difficoltà e rischia. E non lo farebbe, se non fosse convinto del fatto che
le difficoltà possono essere superate e che il rischio merita di essere
premiato.
Ecco,
noi che non crediamo nel declino dell’Italia e dell’Europa nel mondo
contemporaneo, pensiamo che l’Italia e l’Europa anche di questo – e forse
soprattutto di questo – oggi avrebbero bisogno.
Avrebbero
bisogno di un responsabile ottimismo, alimentato dalla consapevolezza della
propria storia e dei valori che in questa storia si sono espressi, consentendo
di affrontare e superare crisi anche gravissime.
Parte
ineludibile di questa storia e di questi valori è l’identità cristiana. Essa,
ieri come oggi, contribuisce a definire il modello sociale europeo, consapevole
delle ragioni del mercato, ma anche delle sue imperfezioni e dei suoi limiti.
Ancora
una citazione, allora, dalla Centesimus Annus: “…la Chiesa offre, come indispensabile
orientamento ideale, la propria dottrina sociale, che…riconosce la
positività del mercato e dell’impresa, ma indica, nello stesso tempo, la
necessità che questi siano orientati verso il bene comune”.
L’importante
è, però, che nessuna identità sia quietamente appagata di se stessa.
L’importante è che identità e valori siano inquieti e attenti alle ragioni
degli altri. Pronti a misurarsi con la storia e le sue contraddizioni.
Così
come – per ansia di fede e di rinnovamento della Chiesa – scelse di fare il
figlio di un ricco mercante che si spogliò dei suoi beni e delle sue vesti.
Fu uno
“scandalo”. Ma è uno “scandalo” che, ancora oggi, ottocento anni dopo, parla al
cuore e alla mente degli uomini di buona volontà.
Parla ad
un’Europa che – entro i suoi confini ed oltre – si confronta con antiche e
nuove povertà e ricerca i modi di uno sviluppo sostenibile.
Parla ad
un’Europa che non può rinunciare ad un nuovo equilibrio tra economia e società.
Senza il quale rischia davvero – ricorro ancora alle parole di Benedetto XVI –
“il congedo dalla storia”.
Per me,
per noi ricordare e riflettere su tutto ciò ad Assisi, in questo Sacro
Convento, che è parte così importante della storia d’Europa, è davvero
un’occasione preziosa.