Perché, insieme agli
amici di Legambiente, analizziamo, da qualche anno, tendenze economiche e
sociali del territorio italiano, cercando di leggere più in profondità ciò che
avviene in un’Italia che ha oltre
22.000 centri abitati e in cui il 98% dei Comuni conta meno di 10.000 abitanti?
La risposta è molto
semplice. Perché Confcommercio rappresenta larghissima parte di quel tessuto
dell’impresa diffusa – fatto, per quel che ci riguarda, di piccole, medie e
grandi imprese del commercio, del turismo, dei servizi, dei trasporti – che
costituisce il perno dei processi di sviluppo territoriale.
Sono, insomma, le
imprese tipiche di quel modello di sviluppo italiano che però è entrato in
difficoltà quando è stato chiamato a confrontarsi con lo scenario della competizione
globale, senza più lo schermo difensivo delle svalutazioni pro-competitive
della lira.
Abbiamo così
conosciuto, in particolare tra il 2000
e il 2005, anni di crescita molto lenta, nel quadro congiunturale mondiale ed
europeo determinatosi dopo l’11 settembre del 2001.
Oggi, per fortuna, il
Paese ha ripreso a crescere, sulla scorta di qualche buona riforma – come
quella del mercato del lavoro – e, ancora una volta, sulla scorta di quanto le
imprese hanno saputo autonomamente fare per accrescere il valore di prodotti e
servizi.
Il PIL è cresciuto del
2% nel 2006 e tutti speriamo che il 2007 si possa anch’esso chiudere con un
analogo tasso di crescita.
Il buon senso dice,
dunque, che dovremmo cogliere questo momento – il momento di quel tanto di
ripresa che c’è – per consolidare ed irrobustire crescita e sviluppo.
Mettendo al centro di
un possibile “patto per la crescita” l’agenda delle liberalizzazioni
strategiche, la riforma della pubblica amministrazione e gli investimenti in
infrastrutture ed innovazione e tecnologia.
Insomma, sto provando
ad offrire una chiave di lettura, attuale e politica, delle analisi e delle
conclusioni del Rapporto.
Quel che abbiamo visto
è, infatti, la fotografia degli ultimi dieci anni di un Paese che si muove e si
trasforma. Ma lo fa con forti diversificazioni territoriali, con un’espansione
del benessere a macchia d’olio e trainata dalle aree metropolitane e, comunque,
con la persistenza di forti disagi strutturali.
E’ l’Italia a diverse
velocità.
Velocità diverse che
rendono più articolata la visione tradizionale ed esclusiva del divario di
crescita tra il Mezzogiorno e le altre aree del Paese.
Ci sono, dunque, passi
diversi, che risentono, in particolare, del trend demografico di un’Italia che
invecchia e che fa pochi figli.
Il che – sia detto non
per inciso – dovrebbe far riflettere sul paradosso di una spesa sociale
italiana assorbita al 70% dalla spesa previdenziale e in cui, invece, davvero
poco resta per le famiglie e per la risposta al disagio.
Ci sono – dicevo – passi
diversi. Ma, in generale, quel che conta, nel determinare la diversa velocità
del passo, è la qualità del capitale umano, è il livello di scolarizzazione
della popolazione.
Il che ci dovrebbe far
riflettere – anche qui non per inciso – sulla centralità degli
investimenti per la scuola e per l’università, per la ricerca, lo sviluppo e
l’innovazione.
Chi, poi, ha un passo
più veloce può generalmente far conto su una maggiore capacità di valorizzare
il territorio ai fini dell’offerta turistica e su una buona dotazione di
servizi, a partire da quelli commerciali.
E qui vorrei lasciare
spazio ad una proposta, visto che l'analisi è stata fatta in lungo e in largo.
L’Italia deve puntare,
ad esempio, alla leadership del cosiddetto “capitalismo culturale”. Quello,
cioè, capace di valorizzare il patrimonio della nostra identità. Identità
culturale, storica ed ambientale, ma anche frutto di un modo tipicamente
italiano di vivere e di consumare. Un’identità, tra l’altro, non delocalizzabile.
L’amico Ermete Realacci
– che ringrazio per essere oggi con noi, così come ringrazio il Presidente di
Legambiente Roberto Della Seta – è tra i protagonisti della riflessione su
questa possibilità.
Sulla possibilità,
cioè, di mettere al centro delle prospettive di crescita e sviluppo del Paese i
concetti dell’identità territoriale e della qualità. Legati tra loro sotto
l’insegna della soft economy.
Queste scelte non
possono più essere definite di nicchia perchè già rappresentano un buon 20%
della formazione del PIL.
Ma il punto è che
sarebbe necessario investire su queste
scelte di nicchia.
Investire non in
termini di incentivi a carico della finanza pubblica, ma piuttosto in termini
di attenzione politica.
Mettendo in campo una
rete di relazioni tra iniziativa privata e funzione pubblica capace di fare
sistema.
Se così sarà – e noi lo
speriamo – magari scopriremmo, alla prossima edizione del Rapporto
Confcommercio-Legambiente, che i territori lepre sarebbero cresciuti e che le
tartarughe, le cicale e le formiche si sarebbero ridotte.
Magari scopriremmo che
più talenti si starebbero confrontando con la competizione globale e che, nel
complesso, il Paese avrebbe imboccato, con maggiore determinazione, la
cosiddetta via alta alla competitività.