Il mio intervento ha, oggi, un duplice obiettivo: presentare il
programma dei lavori e spiegare le ragioni delle scelte operate in sede di
programma; commentare alcuni passaggi dello studio predisposto dall’Ufficio
Studi di Confcommercio – diretto da Mariano Bella – sulle prospettive
dell’economia italiana, sottolineando, in particolare, quanto occorre ora fare
per realizzare il passaggio dalla ripresa alla crescita.
Cioè per consolidare, rendere duraturi e più robusti i primi
segnali di una economia italiana più dinamica.
Insomma, come ieri non ci siamo iscritti al partito dei
“declinisti”, così oggi pensiamo che non sia certamente il caso di cullarsi
sugli allori di un PIL cresciuto, nel 2006, dell’1,9% e sulla prospettiva di un
analogo e non scontato risultato per il 2007.
Caratteristiche e limiti dell’attuale ripresa sono, infatti, note:
è una ripresa trainata dall’export e dall’aggancio tra tanta parte del sistema
manifatturiero italiano e l’economia della Germania. E’ una ripresa frutto del
silenzioso “cambiamento di pelle” delle multinazionali tascabili italiane, cioè
di quello stock di medie imprese che, con una robusta iniezione di componenti
di servizio, hanno accresciuto il valore aggiunto delle nostre esportazioni.
Quali sono, allora, i limiti strutturali di questo modello di
ripresa?
Sono essenzialmente due: la persistente debolezza della domanda
interna e, in particolare, dei consumi delle famiglie; la persistente
competitività difficile del sistema-Paese, che è poi la radice della nostra
crescita lenta.
Del resto, basta guardare i più recenti dati ISTAT sul quarto
trimestre del 2006: l’export cresce del 4,5% e gli investimenti dell’1,8%, ma
la spesa delle famiglie resta al palo, con un incremento di appena lo 0,2%.
Caratteristiche e tendenze dei consumi interni verranno
investigate, in particolare, nel primo dei moduli del Forum, dedicato appunto
al “focus sui consumi”.
Cosa poi si debba fare per andare oltre i limiti di questo modello
di ripresa è, a ben vedere, il “filo rosso” della discussione che svilupperemo
nel corso dei lavori del Forum, partendo dalle tesi di fondo illustrate nel
Rapporto del nostro Ufficio Studi.
Tesi il cui “nocciolo duro” è costituito dalla centralità del
rapporto tra gli incrementi di produttività del sistema dei servizi, il
rafforzamento della domanda interna e la crescita complessiva del Paese.
Queste tesi ripercorrono, in buona sostanza, quanto è già avvenuto
e sta avvenendo in tutte le economie avanzate che, in questi anni, hanno
galoppato di più nello scenario della competizione globale: negli Stati Uniti
come in Europa.
Ne traggo, ne traiamo una fondamentale conseguenza politica ed
economica: mettere in campo una buona politica per i servizi è, allora,
fondamentale se davvero si intende sfuggire alla trappola della crescita lenta.
Se davvero si intende, cioè, perseguire tassi di crescita
dell’economia italiana robusti e duraturi, consentendo così di proseguire nel
risanamento della finanza pubblica e, al contempo, di assicurare alla società
italiana – e, in particolare, alle nuove generazioni – maggiore sviluppo ed
equità.
Bisogna, allora, cogliere la finestra di quel tanto di ripresa che
c’è per mettere in campo questa politica.
Per realizzare, in altri termini, le riforme che consentano di
valorizzare le potenzialità delle imprese dei servizi e, più in generale, di
rafforzare la competitività del Paese.
Del resto, nel nostro Paese, nulla è oggi più apparentemente
bipartisan dell’intesa di massima sui contenuti generali di queste riforme.
Le liberalizzazioni, certo. Bisogna farle. Bisogna farle presto,
ma anche bene. E bene significa - a nostro avviso – farle confrontandosi per
tempo tanto con i consumatori, quanto con le imprese. E partendo dalle
liberalizzazioni pesanti e strategiche: quella dei servizi pubblici locali, ad
esempio, come quella dei mercati dell’energia.
Sono le liberalizzazioni necessarie per un’Italia competitiva, più
competitiva. Una questione che, nell’ambito del Forum, esploreremo con
particolare riferimento al rapporto tra banche e imprese.
Anche qui, non siamo all’anno zero. E passi importanti sono stati
già compiuti dal sistema bancario. Ma certo c’è ancora molto da fare.
Lo ricorda costantemente il Governatore Draghi. Ma anche l’amico
Corrado Faissola – Presidente dell’ABI – ha auspicato, in una recentissima
intervista, “che le economie di scala, attraverso le concentrazioni in atto,
consentano di trasferire ai clienti parte dei benefici”.
Io, naturalmente, vado oltre l’auspicio. E sottolineo la necessità
e l’urgenza che ciò avvenga. Soprattutto ora.
A fronte, cioè, di una fase di rialzo dei tassi di interesse, che
avrà indubbi impatti tanto sul costo del servizio del debito pubblico italiano
- che ci costa un paio di punti di PIL in più rispetto alla media degli altri
Paesi europei – quanto sui bilanci delle imprese e delle famiglie alle prese
con il rincaro delle rate dei mutui immobiliari.
Rialzo dei tassi e tenuta delle Borse; prospettive dell’economia
americana tra prosecuzione della crescita, atterraggio morbido e rischi di
recessione; impatto del ciclo economico americano su quello europeo; tendenze e
rischi della crescita nelle economie asiatiche: sono le grandi questioni di cui
si discuterà nella sessione del Forum dedicata all’analisi dello scenario
economico internazionale.
Tra gli altri autorevolissimi partecipanti alla sessione, mi piace
sottolineare il contributo che verrà dal Professore Edward Prescott, Premio
Nobel per l’Economia.
Ci sono, infatti, due punti delle analisi di Prescott che assumono
particolare rilevanza rispetto alla nostra discussione sulle prospettive
dell’economia italiana: la credibilità di lungo termine delle scelte di
politica economica operate dai governi e la natura non solo tecnologica, ma
anche legislativa e regolamentare dell’innovazione necessaria per i miglioramenti
di produttività.
Provo ad applicare questi due punti delle teorie di Prescott al
“caso Italia” e alla sua attualità.
Credibilità di lungo termine. E’ fondamentale sul terreno delle
politiche fiscali. Perché vanno assolutamente tenute insieme tre linee di
azione: il recupero di evasione ed elusione, il controllo e la riduzione della
spesa pubblica, la riduzione progressiva di una pressione fiscale che sfiorerà,
nel 2007, il 43% del PIL.
Insomma, se si vogliono far fruttare i 37 miliardi di euro di
maggiori entrate tributarie registrate nel 2006 rispetto al 2005, c’è solo una
cosa da fare e da fare subito. Ragionare sul contenimento di una spesa pubblica
che sfiora il 45% del PIL ed iniziare a restituire a famiglie ed imprese una
parte significativa dell’extra-gettito.
Rinviare queste scelte, invece, non soltanto non aiuta a
consolidare la ripresa, ma soprattutto alimenta le tante voci del partito della
maggiore spesa pubblica. E francamente, dopo una finanziaria in cui la
correzione dell’andamento dei conti pubblici è stata il risultato di maggiori
entrate e non di riduzioni di spesa, non se ne avverte il bisogno.
Così, anche sul terreno difficile della riforma previdenziale,
bisognerà vigilare sull’impatto della spesa pensionistica sugli equilibri
complessivi della spesa pubblica.
E’ un punto che va ricordato alla vigilia dell’annunciata ripresa
della concertazione tra Governo e parti sociali.
Ed è, in particolare, un punto che segnaliamo al Ministro
dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, che, con il suo intervento, chiuderà il
modulo del Forum sullo scenario economico internazionale.
L’innovazione – torno al modello teorico di Prescott – è il
lievito degli incrementi di produttività.
E’ un’innovazione – ne discuteremo nella sessione su “Terziario e
politiche per l’innovazione” – frutto delle tecnologie e della qualificazione
del capitale umano, ma anche della flessibilità nel mercato del lavoro.
E’ l’innovazione necessaria per perseguire un possibile primato
italiano sul terreno del capitalismo culturale.
Quello capace, cioè, di far fruttare – oltre il modello della
rendita – lo straordinario patrimonio dell’identità italiana.
Un’identità ambientale, culturale e storica, ma che è anche il
risultato del modo tipicamente italiano di vivere e di consumare.
E’, insomma, l’identità che esprimiamo nella nostra offerta
turistica e nelle nostre città.
Parleremo, dunque, di “politiche e governance” per il turismo e di
“città e infrastrutture”.
In quest’ultimo caso, perché il recupero del deficit di dotazione
infrastrutturale e, in particolare, la costruzione di un più efficiente sistema
dei trasporti e della logistica restano una delle chiavi di volta fondamentali
per il superamento della competitività difficile. Per ridurre, cioè, costi
esterni netti nell’ordine dei 40 miliardi di euro all’anno e per promuovere
l’offerta italiana di merci e servizi, così come per attrarre flussi turistici
ed investimenti esteri.
Chiuderemo, nella giornata di domenica, affrontando l’agenda delle
riforme istituzionali e, in particolare, il tema della transizione incompiuta
verso il federalismo.
Una transizione incompiuta: perché resta ancora tutta da scrivere
la pagina del federalismo fiscale secondo la prospettiva necessaria del
contenimento complessivo e della riduzione della pressione fiscale, ma anche
del rapporto tra autonomia impositiva e responsabilità dei vari livelli di
governo.
Per quanto difficile, è un tema che va urgentemente affrontato.
Perché – anche dopo l’ultima finanziaria, è ormai opinione comune
- crescita delle addizionali e dei tributi locali vanificano gli effetti
redistributivi delle politiche fiscali centrali e perché quantità e qualità
della spesa pubblica vanno tenute sotto controllo ad ogni livello.
Perché – sia che si parli di una nuova questione settentrionale,
sia che si affronti la più consolidata questione meridionale – il problema di
fondo è che non possiamo permetterci un federalismo inquinato dalla logica dei
conflitti di competenze e dal sommarsi di più burocrazie.
Al contrario, ci serve un federalismo attento alle ragioni della
crescita, dello sviluppo, della competitività. Un federalismo che, anche
ridistribuendo compiti e funzioni tra pubblico e privato, riduca pesi e costi
della burocrazia.
Un solo dato. L’Europa vuole ridurre del 25%, entro il 2012, il
peso della burocrazia sulle imprese. In Italia, la burocrazia “brucia” 60
miliardi di euro all’anno, circa 4 punti di PIL. Ridurre questo impatto del
25%, significherebbe, allora, potere far conto su un incremento del PIL di
circa 1 punto.
Concludo con Prescott.
Nulla è più importante della credibilità di lungo termine della
politica economica. Essa, ovviamente, richiede stabilità di governo. Richiede
maggioranze parlamentari adeguate e, soprattutto, programmaticamente coerenti.