Cari
Amici,
in
questi giorni stiamo tutti guardando con attenzione e un pizzico di ottimismo
ai dati sull’andamento del Pil del Paese. Il 2% di crescita con cui si dovrebbe
chiudere il 2006, e soprattutto il 2% di ulteriore incremento atteso ora per il
2007, sono dati certamente confortanti, ma vanno maneggiati con cautela.
Il
perché è presto detto: certamente è stato un errore, come è successo
soprattutto nel finale della scorsa legislatura, tratteggiare l’Italia come un
Paese in declino, incapace di comprendere ed assecondare la ristrutturazione in
atto nel mondo delle imprese. Ma ora sarebbe altrettanto sbagliato cullarsi
sugli allori di una “ripresina” che dipende largamente dai settori orientati
all’export. E quindi, in particolare, dagli andamenti dell’economia tedesca.
Se
le cose vanno un po’ meglio, insomma, mi sembra sia proprio arrivata l’ora di
mettere mano, con tempestività e determinazione, a quelle riforme strutturali che
continuano ad essere essenziali per sciogliere i nodi di fondo dell’economia e della società italiana: la competitività
difficile e la crescita lenta.
E,
a mio avviso, gli obiettivi generali di una seria agenda riformista per il
Paese non possono che essere il controllo e la riduzione della spesa pubblica,
oltre al controllo e alla riduzione della pressione fiscale.
Insieme,
naturalmente, alle liberalizzazioni reali. Che sono quelle che si costruiscono
attraverso scelte di apertura dei mercati e con l’assistenza dell’azione di
Autorità indipendenti. E che consentono significative riduzioni dei sovraccosti
che, purtroppo, continuano a pesare sugli utenti di servizi fondamentali, siano
essi cittadini o imprese.
Sono
queste le vere liberalizzazioni di cui il Paese ha bisogno. Almeno se si vuole
puntare sul serio ad un incremento significativo della produttività del sistema
dei servizi e se davvero si è convinti che oggi, nel nostro Paese, è da questo
incremento che dipende tanto una domanda interna più robusta, quanto la
possibilità di accelerare stabilmente il passo di crescita dell’intera
economia.
Non
è un caso se richiamo la questione politica del sistema dei servizi. Siamo
ormai alla vigilia di una nuova tornata di confronto “concertativo” tra Governo
e forze sociali.
E
sarà bene non ripetere errori fatti anche nel recente passato, come nella
stagione della Finanziaria, o in occasione delle “lenzuolate” promosse
dall’amico Ministro Bersani.
Io
penso, insomma, che vada assolutamente raccolto l’invito del Governatore Draghi
ad un rinnovato “sforzo di consapevolezza collettiva”.
Lo
abbiamo fatto tutti insieme, Governo e parti sociali, agli inizi degli anni
Novanta, per spezzare la spirale tra prezzi e salari e per concorrere,
attraverso la politica dei redditi, al risanamento della finanza pubblica.
Possiamo
e dobbiamo farlo anche ora: per proseguire nel risanamento strutturale della
finanza pubblica, ma anche e soprattutto per far sì che questo Paese cresca di
più e meglio.
E
questo a mio avviso significa – lo ripeto – concentrare attenzione politica ed
investimenti sul sistema dei servizi.
Naturalmente,
però, bisogna ragionarne anzitutto con chi questo sistema rappresenta: da
Confcommercio agli amici, appunto, di Confservizi.
E’
un dialogo necessario, anche per costruire un’agenda di priorità. Un’agenda in
cui, ad esempio, il tema del varo e dell’attuazione della delega per il
riordino dei servizi pubblici, sulla scorta del buon lavoro svolto dal Ministro
Lanzillotta, ha – ma posso naturalmente sbagliarmi – una rilevanza strategica
un po’ superiore alla liberalizzazione dei panifici o a quella dei barbieri…!
Ma
entriamo nel merito di questo impianto di delega, che dovrebbe servire
soprattutto per fare chiarezza e dare stabilità di prospettive al sistema dei
servizi pubblici locali.
Non
è un caso, infatti, che il Rapporto Confservizi per il 2007 segnali che “gli
ostacoli dovuti ai frequenti cambiamenti di rotta e di velocità del processo
riformatore e alla debolezza delle prassi regolatorie… hanno inibito sia l’impostazione
di programmi di sviluppo di lungo respiro, sia le potenzialità
economico-finanziarie delle imprese”.
Il
principale merito dell’impostazione della delega è la previsione di procedure
competitive ad evidenza pubblica per l’affidamento delle nuove gestioni di
“servizi di interesse generale a carattere economico”, e per il rinnovo delle
gestioni in essere.
In
questo modo c’è finalmente una gerarchia: la regola è la gara, mentre
l’affidamento a società a capitale interamente pubblico o a società a capitale
misto pubblico e privato rappresentano delle deroghe. E se l’Ente locale
intende agire in deroga, deve motivarne le ragioni con analisi di mercato e
informando le Autorità di regolazione.
Ciò
non toglie, però, che le deroghe saranno comunque possibili. C’è, in questo, un
bel po’ di realpolitik, ma anche la consapevolezza del fatto che –
ricorro ancora al Rapporto Confservizi – “un conto è realizzare processi
concorrenziali in servizi che vengono esercitati in forma di impresa mediante
un gestore pubblico di adeguate dimensioni; altra cosa è liberalizzare servizi
frammentati sul territorio e gestiti direttamente dai singoli enti locali”.
Stando
così le cose, la soluzione migliore sarebbe quella di incentivare le politiche
di aggregazione aziendale già in atto nel settore e disincentivare la
proliferazione delle società in house (a capitale interamente pubblico),
con vincoli al debito dei Comuni e delle loro società in sede di Patto di
Stabilità Interno.
Scorrendo
la delega, si scopre poi però che il primato gerarchico della gara non si
applica se parliamo di acqua. Si prevede, invece, non solo la gestione pubblica
delle risorse, ma anche quella dei servizi. Eppure, nei servizi idrici –
riprendo qualche dato del Rapporto Confservizi – operano oggi circa 7.800
gestori, di cui l’80% con affidamento diretto. E vi sarebbe necessità di
investimenti ragguardevoli e protratti nel tempo ( oltre 2 miliardi di euro
all’anno, ricordano gli amici di Confservizi) per recuperare deficit
infrastrutturali, divari territoriali e insufficiente qualità del servizio.
Nel
caso dell’acqua, insomma, non passano, quei “criteri di proporzionalità,
sussidiarietà orizzontale e di razionalità economica” che pure, secondo il
testo della delega, dovrebbero costituire la sostanza oggettiva dei limiti
opposti al ricorso al mercato.
Questa,
francamente, non mi sembra una risposta coerente con le necessità di un Paese
in cui si continua a sprecare acqua per la mancanza di opere e di manutenzione,
salvo cercare di “tappare i buchi” quando i turisti scappano da alberghi del
Mezzogiorno senza acqua o quando i prezzi della famigerata zucchina o dei
famigerati fagiolini saltano alle stelle dopo le stagioni di siccità!
Sono
buone invece, sempre nell’impianto di delega, le previsioni di principio che
riguardano l’adozione di carte dei servizi resi all’utenza da parte dei
gestori, “in conformità ad intese con le associazioni di tutela dei consumatori
e con le associazioni imprenditoriali interessate”.
Anche
se c’è da discutere tanto sui livelli qualitativi e quantitativi dei servizi
resi, quanto sui programmi di investimenti.
Anzi
– come è stato giustamente osservato nel documento di osservazioni e proposte
del CNEL sulla delega – “gli impegni previsti nel contratto di servizio
…dovrebbero costituire i contenuti del tavolo di concertazione con l’azienda di
gestione relativamente alle Carte dei servizi e configurare il sistema di
impegni del gestore verso i cittadini-utenti”.
Altro
aspetto positivo è che il mantenimento degli affidamenti ai gestori venga
condizionato “al positivo riscontro degli utenti”, attraverso l’esame dei
reclami, oltre che a indagini e a sondaggi
di mercato.
Ma
è davvero il caso che la spesa di tali indagini debba accollarsela il gestore?
Non sarebbe più corretto che le valutazioni degli utenti fossero direttamente
controllate dagli Enti che affidano i servizi ai gestori?
Dopo
qualche rapida osservazione di merito, torno al punto politico.
La
delega messa a punto dal Ministro Lanzillotta è, a mio avviso, un’occasione che
va colta.
Si
tratta di un’opportunità per superare le incertezze bipartisan sul processo di
liberalizzazione dei servizi pubblici locali, che sono figlie di quel
“socialismo municipalistico” che è uno dei tratti più tipici, e certo meno
virtuosi, del federalismo all’italiana, cioè del federalismo senza federalismo
fiscale.
E’
un’occasione per fare un po’ di sistema-Paese. Per mettere cioè in campo un
rapporto tra pubblico e privato in cui la mano pubblica faccia meno, ma meglio,
ed i privati siano chiamati ad assumersi responsabilità di interesse generale.
Ciò
sarebbe coerente con quella logica della sussidiarietà che resta fondamentale
per una governance orientata al
raggiungimento di obiettivi di efficienza e di competitività.
L’Italia
resta il Paese della diversificazione dei processi di sviluppo territoriale e
dell’impresa diffusa. In questo ambito, i servizi economici di interesse
generale svolgono un ruolo determinante, rispetto anche al tessuto
imprenditoriale che li anima.
Assicurare,
nell’erogazione di questi servizi, una
puntuale corrispondenza tra la struttura dei costi, la qualità dei servizi e i
prezzi praticati agli utenti finali significa, allora, concorrere concretamente
allo sforzo di responsabilità collettiva richiamato dal Governatore Draghi.
E’ lo sforzo necessario per non cullarsi sugli
allori della crescita del PIL al 2%.