Signor Presidente del Consiglio,
è bene che il confronto tra
Governo e parti sociali si avvii ora. In una fase, cioè, in cui registriamo
importanti segnali di ripresa dell’economia italiana. Segnali che richiedono
però scelte impegnative e responsabili, affinché si possano trasformare in
crescita robusta e duratura.
Perché ciò avvenga – è ormai
opinione comune – bisogna rafforzare la produttività complessiva dell’economia
italiana.
Perché ciò avvenga – aggiungiamo
e sottolineiamo noi – bisogna rafforzare in particolare la produttività di
quell’economia dei servizi, pubblici e privati, che già oggi vale all’incirca
il 63% del PIL e il 67% dell’occupazione.
Un altro dato “di giornata”: nel
2006, ci sono stati 425 mila occupati in più. Di questi, ben 405 mila sono
occupati nel terziario.
Il modo in cui perseguire gli
incrementi di produttività è anch’esso noto e largamente condiviso: le
liberalizzazioni; la riduzione della “tassa della burocrazia”; gli investimenti
in infrastrutture e in capitale umano; l’innovazione tecnologica e quella
organizzativa, quest’ultima frutto in particolare della flessibilità nel
mercato del lavoro; una relazione più stretta ed efficace tra incrementi
salariali ed incrementi di produttività attraverso la valorizzazione della contrattazione
di secondo livello, accompagnata da scelte di defiscalizzazione.
Ma – detto e confermato tutto
ciò – io credo che sia soprattutto importante ricordare brevemente quali siano
le caratteristiche e i limiti dell’attuale fase di ripresa: una ripresa trainata
dall’export, ma segnata dalla persistente debolezza della domanda interna e, in
particolare, dei consumi delle famiglie.
Nel 2006, i consumi delle
famiglie hanno registrato un incremento dell’1,5% rispetto allo 0,6% del 2005.
Ma si è trattato, comunque, di un incremento inferiore a quello del PIL, così
come è troppo spesso avvenuto anche negli anni precedenti.
Perché i consumi crescano e
crescano significativamente, occorre una prospettiva stabile di crescita dei
redditi sul medio termine, risultato di incrementi di produttività così come di
un maggior tasso di partecipazione al mercato del lavoro.
E occorre un maggior reddito
disponibile, al netto cioè di oneri contributivi e fiscali.
Nel 2007, la spesa pubblica
sfiorerà il 49% del PIL, mentre le entrate totali si attesteranno intorno al
46,5% del PIL.
Si tratta allora di interrompere
un vero e proprio “cortocircuito” tra maggior spesa pubblica e maggiore
pressione fiscale. E dunque, contestualmente al recupero di evasione ed
elusione, bisogna agire per il contenimento, la riqualificazione e la riduzione
della spesa pubblica e per l’avvio della riduzione della pressione fiscale,
operando intanto – nell’attuale fase congiunturale – sul versante delle
aliquote IRPEF.
Ne avrebbe giovamento il
contributo della domanda interna al PIL, ma ne avrebbero giovamento anche i
confronti in corso su importanti piattaforme contrattuali.
Certo, i margini di manovra per
realizzare questo tipo di operazione non sono ampi, nonostante il più che
positivo andamento delle entrate. Vi è, infatti, la necessità di proseguire nel
processo di risanamento della finanza pubblica e, in particolare, la necessità
di ridurre il debito pubblico.
Ma, intanto, sviluppo della
domanda interna e sviluppo dei consumi consentono una crescita più robusta, che
è condizione fondamentale per il miglioramento dei conti pubblici.
E, poi, il modo per far qualcosa
c’è. Era stato indicato nel Dpef ed è ora ripreso nella nota introduttiva del
Ministro dell’Economia alla Relazione unificata sull’economia e sulla finanza
pubblica. Cito testualmente: “Il solo modo per rendere meno difficile la
conciliazione tra disponibilità e richieste è di accrescere le disponibilità
attraverso significative economie di spesa”.
Ecco, allora, la nostra
conclusione e la nostra proposta: concentriamo l’extragettito sulla riduzione
delle aliquote IRPEF e, per altri interventi, si reperiscano le risorse
ristrutturando la spesa pubblica.
Quanto alla sicurezza sociale,
io penso che l’obiettivo di un welfare finanziariamente sostenibile e
socialmente più inclusivo richieda, anzitutto, una società italiana più attiva.
In cui, cioè, si lavori in più e
più a lungo, visto il costante allungamento delle prospettive di vita della
popolazione.
A questo serve una buona
flessibilità, governata e contrattata, che agisce a contrasto della precarietà
e della marginalità.
Per questo bisogna stabilizzare
intorno ai livelli attuali l’incidenza della spesa previdenziale sul PIL,
liberando invece risorse – nell’ottica della flessibilità sostenibile - per
ammortizzatori sociali di nuova generazione fortemente finalizzati al più
rapido reingresso nel mercato del lavoro.
La stabilizzazione finanziaria
del sistema previdenziale pubblico è oggi resa possibile dall’applicazione
della riforma Maroni e della riforma Dini.
A condizione che si chiarisca
che nessun pasto è gratis e che si indichino con precisione le soluzioni
alternative allo “scalone” in grado di generare analoghi risparmi di spesa
previdenziale, si possono comunque ipotizzare meccanismi di accesso al
trattamento di anzianità meno rigidi dei 60 anni al 2008.
Non ci sembra invece possibile,
a tutt’oggi, ipotizzare soluzioni alternative alla revisione dei coefficienti
prevista dalla riforma Dini, posto che tale revisione – di cui sarebbe invece utile
anticipare ad almeno un triennio la cadenza periodica – è condizione essenziale
di tenuta del metodo contributivo e di equità intergenerazionale.
E’ certo giusto ricordare
l’impatto che, nel medio-lungo periodo, avrà la revisione dei coefficienti sui trattamenti
pensionistici. Ma la risposta a questo problema reale non può essere ricercata
se non nell’accelerazione del processo di costruzione di una robusta previdenza
integrativa, nell’allungamento della permanenza in attività e, anche e
soprattutto, in una prospettiva di maggiore crescita del Paese che si traduca
in maggiore PIL complessivo, in maggiore reddito e in maggiore contribuzione
individuale ai fini pensionistici.
Concludo. Le scelte da fare non
sono, in molti casi, facili. Ma sono tutte possibili e, soprattutto,
necessarie.
Lo sono, se davvero tutti
scegliamo di condividere la responsabilità di assicurare al Paese crescita ed
equità.
Con un confronto di merito sulle tante questioni aperte e con un metodo capace di valorizzare, anche sul terreno delle rappresentanze, il contributo di chi esprime attese ed esigenze di tanta parte dell’economia reale.