Anzitutto,
grazie a tutti gli autorevoli partecipanti a questo incontro.
E’ un
grazie non rituale, perché, pur nella diversità delle posizioni emerse, mi
sembra di poter dire che ci sono stati punti di convergenza importanti rispetto alla tesi di fondo che, come
Confcommercio, oggi abbiamo voluto offrire alla discussione.
La tesi,
la nostra tesi è, peraltro, semplice e nota. C’è un po’ di ripresa: è vero ed è
un bene. Ma sarebbe sbagliato, rispetto alla ripresa che c’è, un approccio passivamente ottimistico. Al
contrario, se ripresa c’è, allora è questo il momento per agire.
E’,
cioè, il momento di mettere in campo scelte e riforme che consentano al Paese
una crescita stabile e anche più robusta.
Scelte e
riforme che mettano al centro degli impegni – del Governo, del Parlamento e
delle forze sociali – i problemi di lungo periodo dell’economia reale del
Paese, sciogliendo i nodi delle tante questioni che rendono l’Italia troppo
fragile nello scenario della competizione globale.
L’ultima
riprova l’abbiamo avuta l’altro ieri. Ci siamo piazzati al ventunesimo posto
nella graduatoria europea che misura quanto ciascun Paese dell’Unione ha fin
qui fatto per il conseguimento degli obiettivi dell’Agenda di Lisbona.
Riforme,
dunque. Riforme e ancora riforme. Per sciogliere i nodi della crescita lenta e
della competitività difficile.
E’
questo il solo modo per iniziare a
costruire, da oggi, un futuro migliore: per le imprese e per i lavoratori, per
le famiglie e per le nuove generazioni.
Nella
storia, anche recente, del Paese, ci sono state, del resto, altre occasioni in
cui ciò è stato fatto.
E’ stato
fatto con il cuore di quella concertazione – la politica dei redditi – grazie
alla quale l’Italia seppe reagire, nei primi anni novanta, ad una drammatica
situazione finanziaria e grazie alla quale, ancora, siamo poi riusciti a
conquistare il traguardo dell’ingresso nell’Europa dell’euro.
Con
questa stessa “responsabilità collettiva” – per dirla con le parole
significativamente usate, qualche settimana fa, dal Governatore Draghi – oggi
dobbiamo misurarci con le sfide della competitività e della produttività.
Dunque,
per quel che ci riguarda, come ieri non siamo stati affrettatamente
“declinisti”, così oggi non siamo ingenuamente e passivamente ottimisti.
Invece,
ieri come oggi, noi poniamo un problema e, al contempo, segnaliamo
un’opportunità.
Il
problema di una concertazione che sia più attenta a ciò che il mondo dei
servizi rappresenta nell’economia e nella società italiana, perché le imprese
che vi operano sono, appunto, una straordinaria opportunità di crescita e di
occupazione.
Lo sono
state in anni congiunturalmente difficili ed ancora di più potrebbero esserlo
se ora, profittando di quel tanto di ripresa che c’è, su di esse si decidesse
di investire.
Di
investire – badate bene – non facendo ricorso al consueto e ormai vetusto
armamentario degli incentivi a carico della spesa pubblica.
Di
investire – invece – in termini di attenzione politica, di politiche pubbliche,
di riforme.
Perché è
così che va perseguito l’incremento della produttività dei servizi come motore
fondamentale per una crescita più stabile e più duratura.
Perché è
così che si contribuisce allo sviluppo di una domanda delle famiglie a
tutt’oggi troppo debole e allo stesso incremento del reddito pro-capite.
Sono
questioni, del resto, che ha benissimo tratteggiato, nella sua relazione
introduttiva, Francesco Rivolta che, come Presidente della nostra Commissione Sindacale, ha promosso
l’organizzazione di questa mattinata di discussione e di approfondimento, con
una felice intuizione di cui lo ringrazio.
Lo ha
fatto, lo abbiamo fatto nel momento in cui si apre il confronto per il rinnovo
di un contratto collettivo fondamentale come quello del terziario – che
interessa quasi due milioni di lavoratori – esattamente per dire, pubblicamente
e con senso di responsabilità, che quella della crescita della produttività è
oggi la sfida fondamentale che le imprese dei servizi vogliono affrontare e
vincere.
Per
affrontarla e per vincerla, però, abbiamo la necessità che questa
responsabilità sia condivisa e fatta propria da tutti: dalle grandi
Confederazioni Sindacali, dal Governo e, in maniera bipartisan, dalla politica.
E’,
allora, una responsabilità delle parti sociali che, insieme e attraverso lo
scambio contrattuale, devono definire una dinamica salariale in linea con la
realtà del mercato e costruire e governare una flessibilità organizzativa e di
orario coerente con la riconosciuta centralità – ricorro alla formula di
Rivolta – del “consumatore come cliente”.
Lasciamo
– lo dico, in particolare, al Ministro Damiano che ringrazio per aver voluto
essere con noi in una giornata politicamente così delicata – che siano le parti
sociali, nella loro autonomia, a confrontarsi, nella concretezza degli assetti
contrattuali, sul grande tema della flessibilità.
Tanto
più laddove, come nel mondo dei servizi, questa flessibilità è condizione
strutturale della capacità delle imprese di rispondere alle attese ed alle
esigenze dei consumatori.
Non a
caso, del resto, tra i pochi miglioramenti registrati dall’Italia nella
classifica europea che prima ricordavo, stanno il miglioramento del’occupazione
e la maggiore flessibilità nel mercato del lavoro.
Così
pure, è responsabilità delle parti confrontarsi e decidere sull’architettura
della contrattazione, evitando di ritrovarci in uno stato di negoziazione
permanente e senza soluzione di continuità, con più livelli che, per così dire,
cercano di rubarsi spazio l’uno con l’altro.
Per noi,
è arrivato il tempo di una “manutenzione straordinaria” del sistema di
contrattazione figlio del protocollo d’intesa del ’93.
Anche su
questo, infatti, ci giochiamo tutti insieme – imprese e lavoratori – la
possibilità di lavorare di più e
meglio, cioè con maggiore produttività, ridistribuendola, come è giusto, quando
poi essa esplica i suoi effetti.
In tutto
questo, ovviamente, il Governo non è, comunque, un semplice spettatore.
E’ un
attore fondamentale: sia per la determinazione delle variabili macroeconomiche
di riferimento, a partire dal tasso d’inflazione programmata, sia per le
finalità redistributive della leva fiscale e per gli indirizzi in materia
tariffaria.
Lo è per
una dinamica salariale del pubblico impiego, che deve essere saldamente
ancorata – anche in questo caso – agli incrementi di produttività della
funzione pubblica e per le grandi politiche pubbliche in materia di sviluppo e
di spesa sociale.
Sapendo
che, piaccia o non piaccia, non possiamo, come Paese, continuare a concederci
il lusso di non risolvere il “cortocircuito” tra una crescente spesa pubblica e
una crescente pressione fiscale.
Benissimo,
dunque, contrastare e recuperare evasione ed elusione. Senza cadere, però,
nella trappola ideologica della ricerca degli imputati sociali di una patologia
che, invece, investe trasversalmente tutta l’economia e tutta la società
italiana.
Ma,
francamente, sarebbe arrivato il momento di affrontare e risolvere anche questo
“cortocircuito”.
Componente
fondamentale della spesa pubblica è la spesa sociale. E’ bene che si investa in
sicurezza sociale, perché essa è fattore di coesione ed anche di competitività
di sistema. Ma non possono esserci dubbi sul fatto che bisogna anche spendere
bene.
Anche
qui, è questione di responsabilità. Delle forze sociali e delle forze
politiche, come del Governo.
Perché
ammortizzatori sociali e nuove tutele – l’altra faccia della flessibilità
strutturale e sostenibile - devono, soprattutto, puntare alla qualificazione
professionale e al reimpiego.
Perché
il sistema previdenziale deve necessariamente fare i conti con il costante
allungamento della speranza di vita e con l’urgenza di mettere rapidamente a regime la previdenza
integrativa, frutto dello smobilizzo del TFR.
Così
stanno le cose. E, dunque, è davvero così drammatica l’ipotesi di potere
accedere alla pensione di anzianità, nel 2014, a 62 anni di età?
Mentre
molte ipotesi vengono avanzate, io dico, allora, una cosa molto semplice: facciamo i conti.
Chiariamo
al Paese che qualsiasi ipotesi costa: finanziariamente e in termini sociali.
Costano
le alternative allo “scalone” e, soprattutto, costa davvero troppo accantonare
la revisione dei coefficienti pensionistici.
A meno
che, ovviamente, non si pensi che, ancora una volta, a pagare debbano essere le
generazioni che verranno.
Per
questo, per tutto questo, occorre un Governo stabile e in grado di assicurare
una governabilità di qualità. Quella che nasce da maggioranze parlamentari
adeguate e, soprattutto, da intese programmatiche di maggioranza coerenti con
le sfide che attendono il Paese.
E,
dunque, non mi sembrano che possano esserci dubbi: fra tanti nodi, quello della
riforma elettorale è,oggi, uno dei più urgenti. Anche rispetto a questo nodo,
si misurerà la responsabilità delle forze politiche nei confronti del Paese.
Anche se – lasciatemelo dire – non esistono
riforme elettorali perfette e, da sole,
le riforme elettorali non bastano.
Ci vuole
ancora qualcosa di più. La volontà di fondare l’alternanza tra gli schieramenti
su un concetto – e qui confesso il mio debito nei confronti della lezione di De
Gasperi – della democrazia come bene profondo, della democrazia come somma e
non come sottrazione.
Per
questo, le poche, grandi riforme fatte fin qui nel nostro Paese – dalla riforma
del mercato del lavoro, frutto del “pacchetto Treu” come della legge Biagi,
alla rifoma della previdenza, frutto delle norme Dini come dell’intervento di
Maroni – meritano, come sempre, di essere costantemente verificate e discusse.
Ma per
fare di più e di meglio. Non per tornare indietro.