Siamo
arrivati alla fase conclusiva dei lavori del nostro incontro. Prima, dunque, di
dare la parola al Presidente del Senato, Franco Marini, che ringrazio per avere
accettato il nostro invito, consentitemi di ripercorrere molto rapidamente il
“filo rosso” del ragionamento che abbiamo fin qui sviluppato, con il contributo
di tanti autorevoli amici e relatori.
Senza indulgenza nei confronti
del “declinismo”, abbiamo però sottolineato che non è certamente il caso di
cullarsi sugli allori di una crescita del PIL dell’1,9% nel 2006 o sull’attesa
di un analogo e non scontato risultato nel 2007. Al contrario, bisogna cogliere
la finestra di quel tanto di ripresa che c’è per mettere in campo le riforme
necessarie: le liberalizzazioni strategiche; una politica per i servizi che
abbia pari dignità con la più tradizionale e consolidata politica industriale;
il controllo e la riduzione della spesa pubblica per consentire – in parallelo
al recupero di evasione – l’avvio della riduzione della pressione fiscale; il
sostegno all’innovazione tecnologica ed organizzativa, ivi compresa una
flessibilità dei rapporti di lavoro governata e contrattata, che agisca a
contrasto della precarietà del lavoro nero e della disoccupazione; la riforma
del welfare per renderlo, al contempo, finanziariamente sostenibile e
socialmente più inclusivo; la valorizzazione di risorse ancora largamente
inesplorate come quelle del turismo e dei processi di riqualificazione delle
grandi aree urbane; gli investimenti infrastrutturali e, in particolare, quelli
per il sistema dei trasporti e della logistica.
Siamo,
ora, alla vigilia della ripresa di una
fase di concertazione tra Governo e parti sociali. Occorre, da parti di tutti,
un supplemento di responsabilità. Negli anni ’90 – gli anni di nascita del modello
della concertazione – questa responsabilità collettiva si tradusse in una
politica dei redditi che consentì di superare la crisi finanziaria del Paese e
di perseguire, poi, l’obiettivo dell’ingresso dell’Italia nell’area dell’euro.
Oggi, sarebbe necessario un “Patto” che assumesse quale suo obiettivo
strategico il rafforzamento della produttività e la maggiore crescita.
Naturalmente, occorrerebbe anche un’architettura della concertazione coerente
con questo obiettivo e che, dunque, riconoscesse ciò che già oggi il mondo dei
servizi – rappresentato da Confcommercio in tutte le sue componenti
fondamentali – significa per l’economia
e la società italiana: il 63% del PIL e
il 67% dell’occupazione.
Gli
assetti istituzionali del Paese giocano, ovviamente, un ruolo determinante ai
fini della competitività di sistema. Questo è il punto di riflessione specifico
dei lavori di oggi.
Perché,
dunque, parlare di federalismo tra questione settentrionale e questione
meridionale?
Perché
– a nostro avviso - occorre completare
la transizione incompiuta verso il federalismo, affrontando e risolvendo il
nodo del federalismo fiscale. Ciò va fatto tenendo presenti le esigenze di
fondo del controllo qualitativo e quantitativo della spesa pubblica ad ogni
livello, del controllo e della riduzione della pressione fiscale, del rapporto
tra autonomia impositiva e responsabilità politica ed amministrativa.
Del
resto, basta pensare ai dati di Banca d’Italia diffusi ieri l’altro: in
rapporto al PIL, diminuisce il debito dello Stato, ma cresce quello delle
Amministrazioni locali.
Parlare
di uno stato di “sofferenza” del Patto di stabilità interno non mi sembra,
dunque, improprio. E derivarne, allora, la necessità di sciogliere la questione
del federalismo fiscale – cioè di un sistema che responsabilizzi tutti i
livelli di governo, nei confronti dei cittadini come delle imprese, nell’uso
del prelievo fiscale in relazione alla quantità e alla qualità dei servizi resi
– mi sembra la logica conseguenza politica.
Tanto
più ora, vorrei dire. Quando, cioè, è ormai comune il convincimento – espresso
anche nel documento predisposto da Cgil, Cisl e Uil per l’avvio del confronto
con il Governo – sul fatto che gli effetti redistributivi delle politiche
fiscali, tentati con l’ultima legge finanziaria, vengono largamente indeboliti
dalla crescita delle addizionali e dei tributi locali.
Insomma,
nella nostra analisi e nella nostra proposta, il federalismo fiscale dovrebbe
concorrere ad un uso più attento e razionale delle risorse del Paese.
E,
naturalmente, alla riduzione della pressione fiscale complessiva.
Una
scelta – lo ripeto – da fare ora. Per consolidare la ripresa e per imboccare la
strada di una crescita duratura e robusta, fondata su una più consistente
domanda interna - quella che concorre alla
formazione del PIL per ben il 60% - e
su più significativi consumi delle famiglie.
Ci
sono margini per avviare la riduzione della pressione fiscale. Basta scegliere
di non disperdere le risorse in mille rivoli ulteriori di spesa pubblica e di
concentrare quanto è disponibile in una riduzione possibile delle aliquote
IRPEF: un punto all’anno per tre anni è compatibile con lo stato di salute dei
conti pubblici e anzi, con maggiore crescita indotta, aiuterebbe lo stesso
risanamento della finanza pubblica.
Torno
al federalismo. Per dirla con una battuta, si tratta di costruire un
federalismo pro-competitivo e solidale. Non possiamo, invece, permetterci un
federalismo inquinato dalla logica dei conflitti di competenze e dalla
sovrapposizione di più livelli burocratici. Anche perché, già oggi, la
burocrazia costa al Paese qualcosa come 40 miliardi di euro all’anno.
Ridurre
la tassa della burocrazia, si può e si deve. L’Europa si propone di ridurre
questa tassa del 25% entro il 2012. In Italia, questo significherebbe potere
far conto su 1 punto in più di crescita del PIL. E non sarebbe davvero poco!
Se
sapremo costruire questo tipo di federalismo, daremo risposte alle esigenze che
si leggono tanto nella nuova ed emergente questione settentrionale, quanto
nella sempre aperta questione meridionale. Anzi, questo tipo di federalismo
potrebbe essere occasione di recupero dei divari di crescita e di sviluppo tra
il Mezzogiorno e le altre aree del Paese.
E’
il federalismo coerente con il progetto di fare dell’Italia una società attiva,
più attiva. Quella, cioè, che si fonda sulla responsabilità individuale e
collettiva, sulla responsabilità politica ed istituzionale.
E’
il federalismo che si apre anche alla dimensione della sussidiarietà
orizzontale, ridistribuendo compiti e funzioni tra pubblico e privato.
Chiedendo alla sfera pubblica di fare meno, ma meglio; chiedendo all’iniziativa
organizzata dei privati, ai corpi intermedi, alle autonomie funzionali di
assumere responsabilità di ordine generale. Ad esempio, sui terreni della
sicurezza sociale, del finanziamento delle infrastrutture pubblico/privato, dei
processi di sviluppo territoriale, della formazione e della ricerca.
Un
Paese competitivo e che voglia sfuggire alla trappola della crescita lenta deve
assicurare governabilità. Ciò richiede un esecutivo dotato di maggioranze
parlamentari adeguate e di solide e coerenti intese programmatiche. Si tratta,
allora, di ragionare di legge elettorale.
Sapendo
che non esistono leggi elettorali perfette e che non tutto dipende dalle leggi
elettorali.
Tanto
dipende, anche e invece, dalla capacità di riconoscersi in un bipolarismo
maturo.
Quello
che concepisce la democrazia come una somma e non come una sottrazione.