Studi di settore, pressione fiscale e spesa pubblica:
un “cortocircuito” da risolvere
Le
tasse vanno pagate e la lotta all’evasione e all’elusione va condotta con
determinazione.
Questa
affermazione di partenza non è un’ovvietà, perché - quali che siano le stime e,
secondo l’Istat, si tratta almeno del 17% del Pil - la quota del “nero” nel
nostro Paese è troppo elevata.
E
non è neppure una “excusatio non petita”. E’, invece, una premessa al
ragionamento che cercherò di sviluppare, che ha un obiettivo fondamentale:
richiamare l’attenzione di tutti - ma anzitutto quella del Governo - su una
elementare verità. E cioè che va riconosciuto il fatto che, proprie per le sue
dimensioni, il “nero”, l’evasione, l’elusione rappresentano una patologia che
investe l’intero Paese.
Investe
- e qui cito – “milioni di persone e tutte le categorie sociali: imprese medie,
grandi e piccole, lavoratori autonomi, lavoratori dipendenti, pensionati… E’
inutile, strumentale e fuorviante impostare la questione della lotta
all’evasione in termini di categorie sociali”.
Non
potrei davvero dire meglio. Dire meglio, cioè, di come ha scritto il Vice
Ministro Visco, da un cui intervento ho tratto la citazione.
Questo
riconoscimento – il riconoscimento, cioè, della necessità di una lotta
all’evasione e all’elusione condotta, per così dire, a 360 gradi, ma senza la
ricerca di facili capri espiatori - è stato la premessa politica di un
confronto non facile, sviluppatosi lungo il percorso di discussione
parlamentare della Legge finanziaria per il 2007.
Un
confronto che ha portato, nel dicembre del 2006, al rinnovo del Protocollo
d’intesa sugli studi di settore tra le Organizzazioni che hanno promosso questa
conferenza stampa, il Vice Ministro dell’Economia e delle Finanze - Vincenzo
Visco - e il Ministro dello Sviluppo Economico, Pierluigi Bersani.
Perché
lo abbiamo sottoscritto?
Semplicemente
perché quel Protocollo sancisce principi per noi importanti.
Conferma,
anzitutto, “la volontà di riequilibrare il prelievo fiscale, attraverso una
progressiva riduzione dello stesso in misura proporzionale alla emersione di
base imponibile”.
Ritiene
prioritaria “l’esigenza di migliorare la capacità d’intervento selettivo degli
Studi di settore”, riconfermando “la volontà di non modificarne la natura
trasformandoli in strumento automatico con azione indiscriminata”.
Dice
della necessità di “rafforzare in modo mirato l’attività di controllo e
repressione nei confronti degli evasori totali, soprattutto se l’evasione
deriva da secondo lavoro”.
Dice
della necessità, ancora, di “attuare interventi di semplificazione degli
adempimenti burocratici da coniugare a specifiche misure di sviluppo
economico”.
Insomma,
il Protocollo è stato un atto di concertazione, che riapriva il confronto tra
le nostre Organizzazioni e il Governo, sostanzialmente dopo una Finanziaria
rispetto alla quale concertazione non c’era stata e che, soprattutto, era stata
“bocciata” dai circa 4 milioni di imprese che noi rappresentiamo.
Bocciata
perché fondava il riaggiustamento dei conti pubblici e la ricerca di risorse
per lo sviluppo tutta sulla leva delle maggiori entrate, facendo poco o nulla
per mettere sotto controllo e per ridurre la spesa pubblica.
Con
il risultato complessivo di una manovra da 39 miliardi di euro, di cui ben il
67%, cioè 26 miliardi, dovrebbero essere il risultato di un accresciuto gettito
tributario.
Non
avevamo sbagliato nel giudizio sulla Finanziaria. Perché ora, nel 2007, ci
troviamo di fronte ad un quadro che vede la spesa pubblica al 50,5% del Pil e
la pressione fiscale e contributiva al 42,8% del Pil.
La
strada da percorrere era e resta, invece, quella suggerita proprio nelle prime
righe del Protocollo. Occorreva e occorre, cioè, contestualità tra recupero di
base imponibile e riduzione del prelievo fiscale.
Lo
si può fare. Lo si deve fare per consolidare la ripresa e per rimettere in moto
la domanda interna e i consumi delle famiglie.
Ciò
richiede, naturalmente, un atto di responsabilità politica. La scelta, cioè, di
iniziare a ridurre la spesa pubblica. Anche se, per come sta andando la
discussione sulla spartizione delle spoglie del “tesoretto”, non c’è di che
essere ottimisti su questa volontà.
Queste,
dunque, le condizioni di contesto entro le quali è nato il Protocollo e queste,
soprattutto, le sue indicazioni per il percorso che si apriva dopo la
finanziaria.
Con
il che capite, dunque, quale è la prima ragione politica di questa conferenza
stampa.
Dire
che, ancora una volta, non ci siamo. Perché registriamo la crescita del gettito
e la crescita della pressione fiscale, ma di processi strutturali per il
controllo, la riqualificazione e la riduzione della spesa pubblica francamente,
a tutt’oggi, non c’è traccia.
Anzi,
quel che si prepara - ad esempio in materia di mancata attuazione o di
attuazione annacquata delle riforme previdenziali di Dini e di Maroni - e quel
che si fa - ad esempio con i generosi aumenti contrattuali per il pubblico
impiego a fronte dei quali gli impegni per la produttività e la mobilità
valgono solo a futura memoria – va in direzione opposta.
E
poiché siamo ormai alla vigilia del Dpef, ci è sembrato doveroso ricordarlo e
ricordarlo con forza.
Né
è privo di significato il fatto che abbiamo scelto di ricordarlo parlando da
Milano. Perché le questioni delle quali stiamo discutendo sono, in definitiva,
il nocciolo duro della “questione settentrionale”.
Sono,
cioè, la ragione profonda della frattura tra un’economia e una società che
chiede esattamente minore pressione fiscale e maggiore qualità e produttività
della spesa pubblica e le politiche del Governo.
Sono
le ragioni di un popolo di evasori? Non mi pare proprio. Sono le ragioni di un
popolo di produttori che tiene in piedi questo Paese. Sono le ragioni di quella
società del rischio, di cui ha parlato un acuto analista come Luca Ricolfi
contrapponendola alla società delle garanzie.
La
prima è l’Italia di chi - al Nord, al Centro, al Sud - si confronta, ogni
giorno e senza ammortizzatori, con il mercato e la concorrenza. La seconda è l’Italia
delle rendite, alimentate dai mille rivoli della spesa pubblica.
C’è,
oggi, una goccia che rischia di fare traboccare il vaso; di aggravare e di non
rendere recuperabile questa frattura.
La
“goccia” è costituita dall’applicazione dei cosiddetti indicatori di normalità
economica alla metodologia degli studi di settore.
Anzitutto
- alla faccia di tutti i buoni principi dello Statuto del contribuente - si
tratta di una applicazione retroattiva per il periodo d’imposta 2006.
Ancora
una volta, cioè, le regole fiscali cambiano in corso d’opera. Costringendo il
contribuente e chi lo assiste a scoprire solo a fine d’anno il quadro delle
norme con cui ci si deve confrontare.
Non
sarà “elegante”, ma è necessario sottolinearlo: lo avevamo detto prima, durante
e dopo la finanziaria.
In
secondo luogo, si tratta di indicatori costruiti autonomamente
dall’amministrazione finanziaria, senza confronto con le categorie economiche.
Ed anche questo lo avevamo segnalato, dicendo che meglio sarebbe stato se gli
indicatori fossero stati il frutto di quell’ordinario lavoro di manutenzione e
di aggiornamento degli studi di settore che vede la partecipazione delle
imprese e di chi le rappresenta.
Ma
soprattutto - come è inevitabile quando si fanno le cose davvero un po’ troppo
in fretta e furia - gli indicatori sono stati costruiti - passatemi la metafora
commerciale - all’ingrosso e non al dettaglio.
Sono
stati cioè costruiti facendo sì riferimento ai circa 200 studi di settore
operanti, ma non ancora ai circa 2000 modelli organizzativi che ne
costituiscono l’articolazione più di dettaglio.
La
conseguenza è che, alla fine, questi indicatori in troppi casi mal si
attagliano alla realtà vera delle imprese e del lavoro autonomo. Mal
comprendono l’estrema diversificazione di quei quasi 4 milioni di contribuenti
cui gli studi si applicano.
Gli
indicatori avrebbero dovuto investigare la struttura dei costi aziendali, la
cosiddetta coerenza dei costi. Ma se gli strumenti d’indagine non sono tarati
bene, il risultato è che anche la tradizionale indagine sui ricavi, finalizzata
ad accertarne la cosiddetta congruità, in troppi casi appare “sballata”.
Qualche
“pezza” è stata messa. Perché le più recenti circolari della Agenzia delle
Entrate segnalano la necessità di una estrema prudenza nell’applicazione di
questi indicatori alle cosiddette imprese marginali, alle imprese, cioè, che
operano in territori disagiati o che hanno titolari anziani con ridotti volumi
di attività.
E,
più in generale, ora anche l’Agenzia riconosce la necessità che, in ragione del
carattere ancora approssimativo degli indicatori, sarà bene assicurare ai
contribuenti la possibilità di motivare in tranquillità il loro scostamento
rispetto ai parametri degli studi, senza che ciò sia l’anticamera obbligata
dell’accertamento.
Dal
mio punto di vista, dal nostro punto di vista, sono segnali di una
consapevolezza - tardiva, ma crescente - del fatto che c’è più di qualcosa che
non gira nella macchina degli indicatori.
Quel
che non gira è che si è fatta un’operazione calata dall’alto, senza adeguato
confronto, senza adeguato approfondimento.
Quel
che non gira è che il balzo previsto dei contribuenti incongrui dal 30% al 60%
non può non essere il segnale del fatto che l’asticella dei ricavi è stata
posizionata troppo in alto rispetto al “fiato corto” di tanti contribuenti.
Intendiamoci:
non sto dicendo che gli indicatori non intercettino anche situazioni di
evasione ed elusione che vanno recuperate. Dico, però, che, non essendo ancora
un vestito fatto su misura, in molti casi rischiano di andare stretti anche a
tantissima gente in regola.
Per
questo contestiamo gli indicatori. Perché - smentendo il Protocollo - la loro
equità e selettività appare assai dubbia e rischia di far virare bruscamente
gli studi verso - come dicono i tecnici - una forma di catastizzazione del
reddito. O - per dirla più chiaramente - rischiano di farne una sorta di
Bancomat per fare cassa.
Ed
allora - visto che la cassa va già più che bene e che, piuttosto, sarebbe
giunta l’ora di spendere un po’ meno - che senso ha questo accanimento
generalizzato e tutt’altro che terapeutico nei confronti degli studi di
settore?
Non
rischiamo, forse, tra consumi al palo e overdose tributaria e di burocrazia
fiscale, molte, troppe chiusure di attività e molti, troppi ripiegamenti nel
sommerso e nel nero?
Non
mi sembra un gran risultato.
La
mia proposta è semplice. Moratoria degli indicatori per il 2006 e rapida
definizione di nuovi indicatori nell’ambito dell’ordinario processo di
revisione degli studi.
C’è
del gettito da recuperare? Lo si faccia procedendo in maniera analitica,
verificando pregresse situazioni di non congruità e ricercando gli evasori
totali, anche gli evasori - altro principio del Protocollo fin qui disatteso -
da secondo o terzo lavoro in nero.
Insomma,
si proceda con equità e senso della misura. Senza la ricerca di soluzioni ad
effetto mediatico assicurato come la pubblica gogna per la mancata emissione
dello scontrino fiscale.
Perché
chi non lo emette sistematicamente deve essere giustamente sanzionato.
Ma ho
già avuto modo di consigliare al Vice-Ministro Visco la lettura del libro
“agrodolce” di Luigi Furini. Un vostro collega giornalista che, ad un certo
punto della vita, pensa di aprire una pizzeria a taglio.
Il
titolo del libro è: “Volevo solo vendere la pizza”. Il sottotitolo è: “Le
disavventure di un piccolo imprenditore”. Vi è narrata l’odissea vissuta dal
Furini piccolo imprenditore.
All’interno
di questa odissea, non mancano naturalmente le sanzioni per omesso rilascio
dello scontrino fiscale. In un caso perché - come racconta la commessa
Nicoletta – “è venuta in negozio la mia maestra delle elementari. Mi ha
riconosciuta e ci siamo salutate. Aveva in braccio il bambino e io gli ho
regalato una fetta di pizza”. Nel secondo caso, perché - racconta un’altra
commessa – “c’era confusione, io l’ho battuto, ma quella è uscita di corsa”.
Un anno
dopo la chiusura della pizzeria “Tango”, Furini riceve dalla Agenzia delle
Entrate un avviso di rettifica e liquidazione, con il quale si comunica che si
ritiene che il valore dichiarato nell’atto notarile di vendita della pizzeria
“non sia aderente alla potenziale redditività dell’azienda”.
E,
benché l’atto riportasse centomila euro e centomila euro Furini avesse
effettivamente ricevuto e non i 140 mila determinati dalla Agenzia, il
consiglio del commercialista è quello di profittare della riduzione della
sanzione prevista nel caso in cui l’atto non venga impugnato!
Ecco -
vedete - quando parlo di indicatori e di scontrino fiscale, io non mi preoccupo
di chi evade e di chi elude. Io mi preoccupo di centinaia di migliaia di
piccoli imprenditori che, come Luigi Furini, cercano di stare nelle regole, ma
che - troppe volte – finiscono stritolati da regole mal fatte.
Regole
complesse e che mutano disordinatamente. Regole che sanciscono nuovi obblighi,
come quello della trasmissione telematica dei corrispettivi, senza che a ciò si
accompagni chiarezza circa il superamento della valenza fiscale dello
scontrino. Regole che reintroducono obblighi già soppressi, come la tenuta dell’elenco
clienti e fornitori.
Per
questo, mi piace concludere con quanto ha detto, nelle Considerazioni finali di
quest’anno, il Governatore Draghi, dopo avere ricordato quanto ancora c’è da
fare per contrastare e recuperare evasione: “Livello eccessivo del prelievo,
variabilità e complessità delle regole fiscali scoraggiano l’investimento in
capitale fisico e umano; rendono più onerosa l’osservanza delle norme”.
Non c’è
davvero altro da aggiungere.
Perché
questo è quello che - qui ed oggi – anche noi chiediamo: la tassazione del
reddito effettivo e non presunto; l’impegno alla riduzione della pressione
fiscale; la semplificazione degli adempimenti e il senso della misura.