Rapporto sul terziario
Benvenuti, grazie per
la Vostra presenza e grazie, in particolare, agli amici Pierluigi Bersani e
Giulio Tremonti per avere accettato l’invito a discutere di questo nostro
“Rapporto sul Terziario”, in un confronto che vedrà come “animatore” – e
ringrazio anche lui per essersi reso disponibile - Giovanni Floris.
Tra l’altro, per chi
non lo sapesse, “Ballarò” è il nome di un mercato storico di Palermo,
altrettanto importante di quella “Vucciria”, resa celebre da un quadro di
Guttuso.
Pierluigi Bersani e
Giulio Tremonti non hanno bisogno di presentazioni. Sono avversari politici, ma
certamente non nemici. Molte cose li dividono. Ma ce ne sono di importanti che
li accomunano, o almeno così a me sembra.
Li accomuna la passione
e l’intelligenza con cui fanno politica e, in particolare, la passione e
l’intelligenza con cui hanno sempre investigato l’Italia reale, l’economia
reale del Paese.
In un’Italia in cui
spesso il confronto politico si fa un po’ troppo autoreferenziale, questo è un
punto importante.
Perché è solo
confrontandosi sino in fondo con le aspettative e le esigenze di chi ogni
giorno cerca di fare bene il proprio mestiere, che la politica si fa servizio
al Paese.
E di questo servizio
c’è davvero bisogno. Vorrei dire che c’è ne è bisogno oggi più che mai.
Per mettere a frutto
quel tanto di ripresa che c’è, facendo di tutto affinché essa si irrobustisca
ed investa anche la domanda interna e i consumi delle famiglie, consentendoci
così di guardare, con un po’ più di fiducia e di certezza, alla conclusione di
una lunga stagione di crescita lenta e di competitività difficile.
Perché, allora, un
“Rapporto sul Terziario”?
Direi sostanzialmente
per due ragioni.
La prima ragione è che
c’è l’esigenza oggettiva di conoscere meglio cosa oggi il terziario sia e
rappresenti nell’economia e nella società italiana.
Cosa sia e cosa
rappresenti è analiticamente raccontato nel Rapporto con una grande messe di
dati e di cifre, alcune delle quali sono state anticipate nell’illustrazione
introduttiva del dott. Mariano Bella, responsabile del nostro Ufficio Studi.
Il terziario – o, come
oggi si usa dire, l’economia dei servizi – sono e rappresentano, nel 2006 e nel
nostro Paese, il 67% dell’occupazione e il 70% del Pil. Al netto dei servizi
pubblici e, dunque, guardando al terziario che noi siamo – commercio, turismo,
trasporti e logistica, servizi alle persone e alle imprese – si tratta del 40%
dell’occupazione e del 47% del Pil.
E’, ovviamente, un
trend di lungo periodo: in Italia, in Europa e in tutte le economie più
sviluppate, a partire da quella statunitense.
Crescono i servizi e si
riduce il peso degli altri settori. Se, nel 1970, il terziario che noi siamo
produceva valore, nel nostro Paese, per poco meno di 10 miliardi di euro, oggi
questo valore ammonta a ben 600 miliardi di euro. Non siamo, cioè, troppo
lontani dal doppio del valore creato dall’industria complessivamente
considerata. Oggi, oltre il 51% degli oltre 5 milioni di imprese italiane
appartiene al settore dei servizi; oltre il 67% delle nuove imprese sono create
nel settore dei servizi.
Non vi tedio con altre
cifre. Perché, del resto, avrete già capito dove voglio andare a parare.
Quale è, cioè, l’altra
ragione – accanto a quella conoscitiva – della messa a punto di questo
“Rapporto sul Terziario”.
L’altra ragione è che – a fronte di questi dati, di queste
cifre – ci sembra essere, a tutt’oggi, uno straordinario ritardo politico
bipartisan nel prenderne atto, nel prendere atto – in altri termini – di come è
fatta la realtà dell’economia italiana.
Con conseguenze
inevitabili di metodo e di merito.
La conseguenza di
metodo è che – quando si sceglie con chi e come “concertare” – lo si fa più con
la testa volta all’indietro che con lo sguardo rivolto al presente e, soprattutto,
al futuro.
Ma la conseguenza di
merito – correlata a quella di metodo ed ancora più grave – è che poi,
inevitabilmente, sono le scelte frutto della “concertazione” a rivelarsi
pensate più per l’Italia di ieri che per quella di oggi e di domani.
E’ un errore. Ed un
errore che certo non aiuta la crescita di un’Italia più aperta, competitiva e
dinamica.
Non mi piace però –
anzi e meglio, non ci piace – l’elenco delle doglianze.
Ragion per cui – ed è
questo il “messaggio” che lancio a Bersani e a Tremonti – credo che sarebbe
importante ragionare soprattutto sulle proposte utili ad un cambiamento di
questo copione.
Nel Rapporto, una
“ricetta” noi cerchiamo di indicarla.
Lo facciamo, anzitutto,
segnalando che, in realtà, una politica economica pensata per settori oggi non
ha davvero molto senso.
Perché i servizi
attraversano – per così dire – tutto il tessuto dell’economia. Sono il vero
“propellente” della crescita del valore aggiunto e della produttività.
Così è nell’export di
successo delle nostre medie imprese; nelle imprese più innovative che
realizzano una integrazione compiuta tra le fasi a monte e quelle a valle
dell’intero ciclo; nel “capitalismo culturale” che si propone di valorizzare
l’identità italiana andando oltre il modello della rendita.
E, in generale, sono le
“imprese dell’ultimo miglio” – quelle che sono a diretto contatto dei
consumatori finali – ad essere oggi determinanti per la costruzione di valore
lungo l’intera filiera.
Ne traggo una
conseguenza fondamentale: o pensiamo e costruiamo la politica economica
all’insegna dell’integrazione compiuta tra politica industriale e politica per
i servizi, oppure guardiamo ad un mondo che non c’è più o che, presto, non ci
sarà più.
O riconosciamo le forme
specifiche che l’innovazione assume nel sistema dei servizi - con
contaminazioni inedite tra innovazione organizzativa ed innovazione tecnologica
- o perdiamo una grande occasione per il rafforzamento della crescita e della
produttività dell’intero Paese.
Perché – e lo ripeto
sempre – noi per primi vogliamo affrontare la questione dell’incremento di
produttività dei servizi: di quelli avanzati come di quelli più consolidati.
Ma per far questo
occorrono – è vero – regole di apertura dei mercati e concorrenza, ma anche un
insieme di politiche e strumenti coerenti: dalla flessibilità nel mercato del
lavoro alla semplificazione burocratica e fiscale, dall’adeguatezza delle
dotazioni infrastrutturali alla riduzione di svantaggi competitivi, come il
caro-energia.
Ma ci sono due punti in
particolare dell’agenda per la competitività dei servizi, su cui voglio
soffermarmi.
Le liberalizzazioni: è
essenziale che esse agiscano a tutto tondo, cioè affrontando snodi strategici
come quello del riordino dei servizi pubblici locali, dei mercati dell’energia,
del rafforzamento della concorrenza nel sistema bancario, della riforma delle
Autorità indipendenti e garanti.
Magari con qualche
decreto in meno e qualche spazio in più per il confronto.
Un’inutile perdita di
tempo? Io non credo.
L’altro punto che
voglio richiamare è quello della centralità del rafforzamento del capitale
umano. Della qualità, cioè, dell’istruzione e della formazione continua delle
risorse umane.
E’ un punto
fondamentale. Si dice che esso impatti sulla produttività totale da 3 a 12
volte in più rispetto al capitale investito in infrastrutture o in ricerca e
sviluppo.
E’ un problema di
volumi di spesa? No, perché non siamo molto al di sotto della media europea.
E’ un problema,
piuttosto, di qualità della spesa. Di un saldo ancoraggio, cioè, di questa
spesa a principi di responsabilità, di riconoscimento del merito e
dell’impegno.
Senza i quali, tra
l’altro, diviene francamente difficile mettere in campo un processo di
selezione di “classi dirigenti”, svincolato dal copione della cooptazione.
Il panorama non è
confortante: dall’Università alla funzione pubblica, in cui ogni tentativo di
premiare il merito si scontra con la logica degli aumenti contrattuali a
pioggia.
Ma o si insiste – si
insiste tutti insieme, forze sociali e politica – sulla necessità di questa
“rivoluzione copernicana” per il merito e per la responsabilità, oppure il
progetto di fare dell’Italia una società attiva, più attiva non decollerà.
E continueremo, magari,
a rinviare la riforma delle pensioni, pur sapendo che andare in pensione un po’
più tardi non è un dramma e, soprattutto, è una necessità quando la vita si
allunga costantemente. E continueremo a non affrontare il nodo della riduzione
di una spesa pubblica, che è ormai più della metà del Pil, pur sapendo che, in
questo modo, non si ridurrà il debito pubblico, non si ridurrà la pressione
fiscale e non si rilancerà la crescita e lo sviluppo.
Tutti temi rispetto ai
quali, invece, occorrerebbe forte determinazione, il coraggio di una
“concertazione” non rituale e il coraggio di una politica capace, quando sono
in gioco gli interessi generali del Paese, di ritrovarsi nel metodo bipartisan.
Come vedete, c’è
davvero di che discutere e decidere. Evitando di indulgere nel “declinismo” di
ieri come in una sovrastima della “ripresina” di oggi.
Non rubo, allora, altro
tempo e passo la “palla” al confronto fra Bersani e Tremonti.