Cari
amici ed amiche, signore e signori,
desidero
ringraziare il mio amico Giacomo Errico per avermi invitato a partecipare ai
lavori del XIV Congresso Nazionale della Fiva, un momento importante nella vita
di una organizzazione, e per voi tutti.
Perché
è il luogo per eccellenza del confronto e della partecipazione, dell’analisi e
della proposta.
E
possiamo dire che oggi non mancano certo né analisi e proposte, né
partecipazione e confronto.
E’
questo, d’altronde, lo spirito che anima Giacomo e che condividiamo nel nostro
lavoro insieme, da tempo all’Unione di Milano e ora anche in Confcommercio,
dove Giacomo oltre a contribuire con la sua presenza più che attiva in Giunta,
sta lavorando sodo come Presidente della Commissione Consiliare Aree Urbane.
Una
Commissione che abbiamo voluto, fortemente, perché da sempre Confcommercio è
consapevole che le nostre città, le nostre piazze sono il cuore dell’Italia,
dove storicamente si sono sviluppati i commerci, città che oggi più che mai
hanno bisogno di un “buon governo”, affinché il commercio, in tutte le sue
forme, continui a vivere e a svolgere quel ruolo centrale per l’economia e per
la società che lo contraddistingue.
Perché,
lo ripeto spesso, quando si spegne un’insegna, o si chiude un’attività di
mercato, è un pezzo di città che muore.
Il
commercio, lo sapete meglio di me, è d’altronde messo a dura prova da un calo
dei consumi che si trascina da troppo tempo e ora anche da una fase economica
resa ancor più difficile dai contraccolpi della crisi americana, contraccolpi
che sembrano non esaurire gli effetti nel breve periodo.
Anche
se non siamo tra i più pessimisti – le nostre previsioni per Pil e consumi nel
2009 sono, infatti, rispettivamente -0,3% e -0,5% - è ormai conclamato che
l’Italia dovrà affrontare un periodo di recessione.
E quindi bisogna pensare e
intervenire, subito, sull’economia reale.
Un’economia
reale che è fatta di imprese, e nella quale le imprese dei servizi contribuiscono
per oltre il 40% al Pil e all’occupazione.
Le
nostre imprese, che sono gravate da aumenti dei costi di gestione e da una
pressione fiscale che non diminuisce.
E’
per questo che, ora più che mai, per le nostre imprese, per l’economia italiana
è necessario intervenire per creare le condizioni di una crescita stabile e
duratura, a cominciare dalla riqualificazione della spesa pubblica
improduttiva, dal recupero dell’evasione e dell’elusione, dalla lotta senza
quartiere ad abusivismo e contraffazione, due piaghe fra loro strettamente
connesse che sottraggono risorse e alterano i mercati.
E
che soprattutto per voi sono concorrenza sleale di cui fareste volentieri a
meno.
Proprio
a questo tema abbiamo recentemente dedicato un convegno dove è emerso che solo
per l’Italia la contraffazione sviluppa un giro di affari di 7,5 miliardi
l’anno.
Né
può mancare, in questa cassetta degli attrezzi, uno strumento che deve essere
utilizzato subito, con tempestività e che ci auguriamo quindi che trovi spazio
nel “pacchetto” al quale, spero, stia lavorando il Governo: la detassazione
delle tredicesime, un intervento che darebbe una boccata di ossigeno ai
consumi, facendo riprendere fiato, perlomeno sotto Natale, a famiglie e
imprese.
Imprese
che altrimenti rischiano di non far quadrare i conti, conti che potrebbero non
tornare con i parametri previsti dagli studi di settore, ai quali stiamo
dedicando specifica attenzione, lavorando in un apposito tavolo per valutare
l’impatto della crisi in atto, settore per settore, territorio per territorio,
sull’economia reale.
Così
come stiamo lavorando fianco a fianco anche con l’Abi, che proprio nei giorni
scorsi abbiamo incontrato per esprimere al suo Presidente - Corrado Faissola –
la volontà e la necessità di proseguire su questo comune cammino per
contribuire a ristabilire un clima di fiducia, indispensabile al rilancio
dell’economia, e non far mancare il credito alle imprese, specialmente a quelle
più piccole, che ne hanno bisogno.
Perché
sono le microimprese e quelle a conduzione familiare, quelle come le vostre,
che rischiano di trovarsi senza paracadute.
E
sono le piccole e le micro imprese del commercio quelle che garantiscono, nelle
grandi città, così come, e soprattutto - sottolineo - nei piccoli borghi quella
presenza di servizio che mantiene vivo il tessuto sociale e urbano. Un tessuto
che, altrimenti, perderebbe la sua identità storica e rischierebbe la
desertificazione.
Perché l’identità italiana è un
patrimonio fatto di città e di territori, caratterizzato proprio dal pluralismo
distributivo, dalla coesistenza di tante forme diverse.
Un pluralismo che ha recato un
indiscutibile contribuito al contenimento dell’inflazione, a ulteriore
dimostrazione dei comportamenti virtuosi del sistema distributivo, un sistema
altamente concorrenziale, che esclude la possibilità di comode rendite di
posizione, e che anzi ha dimostrato di farsi carico di riassorbimenti parziali
di incrementi dei prezzi all’origine, a scapito dei margini di profitto delle
stesse imprese.
E’ d’altronde quello che abbiamo
appena sentito nell’analisi sull’andamento del settore del commercio su aree
pubbliche, un andamento che evidenzia, dopo un decennio di crescita sostenuta
del numero delle imprese, qualche segnale di rallentamento, ma soprattutto una
stagnazione della consumi.
A cui corrisponde, invece, un
aumento del numero dei consumatori che frequentano abitualmente fiere e
mercati.
Una inequivocabile conferma,
quindi, di come il commercio su aree pubbliche, il commercio ambulante, abbia
saputo dare risposte concrete ai mutamenti degli stili di vita e di consumo
degli italiani, che evidentemente hanno trovato proprio nei mercati quella
convenienza che sempre più è diventata una priorità quotidiana.
Una conferma degli effetti della
liberalizzazione del settore.
Certo, la liberalizzazione della
distribuzione italiana non è stata indolore, per nessuno, ma è stato un
passaggio necessario. Allo stesso modo, oggi, a dieci anni dal cosiddetto
Decreto Bersani, che ha affidato alle Regioni l’applicazione dei principi in
esso contenuti, è giunto il momento di riflettere su quale possa essere la
formula ottimale per un migliore coordinamento delle competenze nell’ambito del
“federalismo commerciale”.
Una riflessione che deve essere
accompagnata da una piena integrazione tra urbanistica generale e urbanistica
commerciale, al fine di “ridisegnare” le città migliorando l’attrattività e la
qualità degli spazi pubblici e della logistica urbana, di cui i mercati
costituiscono un elemento fondamentale, che può e deve essere ulteriormente
valorizzato.
Nell’interesse delle nostre
imprese e della collettività. E nell’interesse soprattutto delle piccole e
medie imprese, che vi annuncio, saranno al centro di una iniziativa che vedrà
Confcommercio protagonista nel 2009.
Perché, caro Giacomo, tu lo sai,
Confcommercio vuole sempre più valorizzare, all’interno della Confederazione,
l’apporto delle diverse componenti, ciascuna con le proprie peculiarità.
E sappiamo bene quali capacità
organizzative e sindacali abbia dimostrato di avere la Fiva, che costituisce,
nel panorama delle nostre associazioni, un esempio di modernità ed efficienza.
Dimostrando di saper leggere i cambiamenti e di
accettare le sfide che questi portano.
Un percorso che la Fiva e
Confcommercio stanno facendo parallelamente per rispondere con tempestività ed
efficienza ai cambiamenti del mercato e della politica.
E’ un processo che coinvolge, attivamente,
l’intero sistema, a cominciare dal dibattito sui valori del nuovo patto
associativo, un patto che affonda le radici nel passato e che non rinuncia
certo alla ricerca di una nuova e più moderna identità.
Una
nuova identità che formalizzi quel metodo del gioco di squadra nel quale credo
fermamente e che posso dire senza tema di essere smentito, ha funzionato.
E che ci portèrà a fare ancora tanta strada
insieme.
Grazie.