Intervento del
Presidente
Carlo Sangalli
Incontro con il
Segretario del
Partito
Democratico
On.le Walter Veltroni
Caro
Segretario, Caro Onorevole,
anzitutto
grazie per avere accettato il nostro invito al confronto. Al confronto, cioè,
tra l’esperienza nascente del Partito Democratico e il mondo imprenditoriale
che in Confcommercio si riconosce.
In sala, è presente una ampia e qualificata
rappresentanza di questo mondo. Simbolicamente e politicamente, sono presenti
quelle 800 mila e più imprese del commercio, del turismo, dei servizi e dei
trasporti, che a Confcommercio aderiscono. Simbolicamente e politicamente, è
presente l’intero mondo di quell’economia dei servizi e del lavoro autonomo,
che oggi reca un contributo determinante alla formazione della crescita e
dell’occupazione nel nostro Paese.
Siamo
una libera associazione di imprese e di imprenditori. Imprenditori anche con
diverse culture e sensibilità politiche.
Ma
ciò che li tiene, ciò che ci tiene insieme è la scelta di partecipare ad
un’esperienza associativa, la cui missione è quella di interpretare al meglio
le esigenze, le aspettative, le buone ragioni dell’economia dei servizi.
Al
meglio e in autonomia rispetto ai partiti e agli schieramenti politici. Cioè
semplicemente cercando di far valere la nostra autonoma capacità di analisi e
di proposta in un confronto sempre aperto con la politica, con i governi, con
il Parlamento.
Autonomia
non è, però, qualunquistica indifferenza o neutralità. L’autonomia, al
contrario, è la condizione necessaria per l’esercizio del diritto/dovere a
proporre, ad incalzare, a scegliere, a verificare, a criticare.
Sempre
e comunque nel merito, e con un giudizio che non si fa mai pregiudizio.
Ecco,
dunque, quale è la nostra “carta di identità”.
Ho
voluto ricordarla, in apertura del nostro incontro, perché già il “chi siamo”
motiva il nostro interesse a comprendere come il Partito Democratico agirà per
essere non un nuovo partito, ma un partito nuovo. E, soprattutto, come, in
questo modo, contribuirà alla costruzione di una nuova politica.
Perché
è indubbio che una buona e nuova politica sia oggi la miglior risposta al
distacco crescente tra i cittadini e le istituzioni, tra i cittadini e una
politica troppo e troppo spesso autoreferenziale, troppo e troppo spesso
dominata dalla dittatura del breve termine.
A
questo distacco e al virus pernicioso dell’antipolitica bisogna reagire, e
occorre farlo presto. Ne va delle fondamenta della nostra democrazia: di quella
politica, così come di quella economica.
Noi
infatti – caro Segretario – non ci rassegniamo.
Non
ci rassegniamo al ritratto di un’Italia “infelice”, tracciato, qualche tempo
fa, dal New York Times.
E
pensiamo anche che l’Italia sia un Paese un po’ meno pigro e un po’ meno ripiegato su se stesso rispetto
a quanto emerge dall’ultimo rapporto del Censis.
Certo
– per dirla ancora con il Censis – ci sentiamo parte delle “minoranze attive”.
Ma crediamo anche che queste “minoranze” siano ancora assai cospicue:
qualitativamente e quantitativamente.
Ce
lo dice la nostra quotidiana esperienza di lavoro, così ricca di rapporti con
altri imprenditori e con lavoratori che “fannulloni” non sono.
Ce
lo dice il contatto quotidiano con i consumatori e con le famiglie, di cui
forse nessuno meglio di noi conosce fatiche, bisogni ed attese, ma anche la
capacità, la volontà, la disponibilità a lavorare per un Paese migliore.
Per
un Paese, cioè, che cresca di più e che cresca meglio, assicurando sviluppo ed
equità, oltre che il risanamento della finanza pubblica.
Insomma
– se davvero lo si vuole – noi restiamo convinti del fatto che ci siano tutte
le condizioni e le risorse per non subire il guanto di sfida lanciatoci da
tempo dall’economia spagnola.
E
la condizione fondamentale è, appunto, che scenda in campo una buona e nuova
politica. Quella, cioè, che abbia ambizione, forza e sobrietà.
L’ambizione
di dare risposte concrete al lungo elenco di questioni che vanno sotto i titoli
sintetici della crescita lenta e della competitività difficile.
La
forza di misurarsi sulle riforme necessarie
per rafforzare il potenziale di crescita del nostro Paese.
La
sobrietà come cifra dell’etica pubblica e, soprattutto, del rapporto tra
politica e mercato, tra politica ed economia: alla politica, cioè, la
responsabilità di costruire regole buone e necessarie; all’impresa e al mondo
del lavoro, la responsabilità di far fruttare queste regole.
Ambizione,
forza, sobrietà per assicurare, in definitiva, una governabilità reale. Quella
che richiede maggioranze parlamentari adeguate, ma anche coerenza e coesione programmatica
all’interno dei diversi schieramenti
politici.
Per
questo noi pensiamo che la riforma della legge elettorale sia importante e che
il confronto sul tema debba andare avanti e arrivare a compimento.
Fin
d’ora, se le condizioni politiche ci saranno. Anche dopo il voto, comunque, se
il ritorno anticipato alle urne dovesse essere l’unico esito possibile dopo la
crisi del Governo Prodi.
Certo
non tutto dipende, e in maniera esclusiva, dalla legge elettorale. Ma da una
buona legge elettorale può davvero venire un contributo importante alla
costruzione di una nuova politica.
Nessun
modello di legge elettorale è perfetto. Ma trovare la quadra, per quanto
difficile, è assolutamente necessario per il Paese.
Perché
è giusto e necessario restituire agli elettori il diritto di scegliere i propri
rappresentanti in Parlamento. E’ giusto e necessario rispettare identità e
culture politiche differenziate così presenti nella storia del nostro Paese, ma
contemporaneamente occorre ridurre la frammentazione dei partiti e favorire la
costruzione di coalizioni politiche programmaticamente coerenti.
Quel
che serve al Paese è, in breve, una compiuta democrazia dell’alternanza, che
segni il passaggio dal bipolarismo muscolare, perché fragile al bipolarismo
mite, perché forte.
Leggi
elettorali, riforme istituzionali per il superamento del bicameralismo perfetto
e il varo della Camera delle Regioni, regolamenti parlamentari che contengano
la frammentazione dei gruppi sono, allora, banchi di prova urgenti della
volontà e della capacità di costruire la politica nuova.
Ma
occorre anche qualcosa di più: la scelta di concepire il confronto politico
– sempre giustamente competitivo – come
un impegno capace di assicurare continuità nella risposta ai grandi problemi
del Paese: si tratti della sempre aperta e irrisolta questione meridionale come
della nuova questione settentrionale.
Insomma,
almeno laddove le risposte richiedono “tolleranza zero” – richiedono, cioè, una
rigorosa simmetria di diritti e di doveri – lì occorre unità, più unità, unità
nella politica, unità tra politica e cittadini.
Perché
il nostro Paese non merita e non può tollerare il dramma dei rifiuti a Napoli,
il giogo della criminalità su intere aree del territorio nazionale e le troppe
morti sul lavoro: troppe per mancato rispetto delle norme in materia di
sicurezza, ma troppe anche per il colpo di pistola del malvivente che ti vuole
derubare dell’incasso giornaliero.
Noi
– che rientriamo a pieno titolo nell’area della “società del rischio”, cioè dei
non garantiti, e che spesso ci troviamo ad
operare nei territori della “società della forza”, cioè dove è più forte
il controllo del territorio da parte della criminalità – crediamo davvero che
sia giunto il momento di un impegno politico straordinario che coinvolga tutti
– partiti e istituzioni, lavoratori e
imprese - e che a tutti chieda un
supplemento di responsabilità per salvaguardare l’unità dell’Italia.
Per
questo – caro Segretario – ho particolarmente apprezzato un passaggio di una
tua recente intervista. Hai detto della necessità di “una svolta culturale per
la sinistra”.
Perché
– hai aggiunto – “è tempo di uscire
dalla contrapposizione tra impresa e lavoro”, riconoscendo che l’imprenditore
“è un lavoratore. Che rischia, che ci mette del suo, che magari non dorme la
notte perché ha un mutuo in banca e non sa se potrà pagarlo”.
Ecco,
noi siamo questi imprenditori. Che rischiano, che ci mettono sempre il proprio
e che spesso non dormono la notte: per i mutui da pagare e anche per le troppe
tasse, per il costo e i tempi biblici di troppe burocrazie e per i ritardi con
cui le pubbliche amministrazioni pagano i fornitori.
Eppure
queste imprese, questi imprenditori sono una grande risorsa per il Paese.
I
servizi hanno dato un contributo determinante alla crescita dell’occupazione,
avvalendosi di norme in materia di rapporti di lavoro, che hanno costruito una
buona flessibilità governata e contrattata agendo così efficacemente contro la
precarietà della disoccupazione e del lavoro nero.
La
distribuzione commerciale è stata oggetto di importanti processi di
liberalizzazione - che hanno
comportato, nel settore, una dolorosa
“selezione darwiniana”- e ha fatto, tutta e tutta insieme, la propria parte
per il contenimento dell’inflazione.
Lo
certifica l’Istat, lo certificano le statistiche comunitarie e il fatto che –
nonostante tutte le inefficienze del sistema-Paese – l’inflazione italiana,
anche nella fase più recente, risulta più contenuta della media europea.
Ma,
soprattutto, è dai servizi che, nel futuro, potrà venire il di più di crescita,
di produttività e di occupazione, di cui il nostro Paese ha necessità.
Del
resto, è ciò che avviene in tutte le economie avanzate.
Qui,
però, continuiamo a registrare un deficit di attenzione politica
rilevantissimo. Perché tarda troppo a maturare il riconoscimento del fatto che
oggi occorre – accanto e non contro la politica industriale – una vera e
propria politica per i servizi.
Fatta,
peraltro, di poche e semplici cose: non la riduzione di spazi di flessibilità,
ma la riduzione della rigidità dell’attuale modello di contratto di lavoro a
tempo indeterminato; le liberalizzazioni – ben fatte e discusse per tempo –
secondo il metodo descritto da Mario Monti come disarmo bilanciato dei
privilegi di tutte le corporazioni; il sostegno all’innovazione, secondo le
forme tipiche che essa assume nel sistema dei servizi.
Lo
dico senza amor di polemica, ma giusto per intenderci: possibile che, ancora
oggi, il principale provvedimento di riordino delle politiche per l’innovazione
varato dal Governo assuma il titolo programmatico di “Industria 2015”?
Possibile
che, ancora oggi, la pratica della concertazione si faccia – in punto di metodo
e di merito – a prescindere da un’oggettiva valutazione di chi rappresenta che
cosa, e stranamente e ripetutamente dimenticando il ruolo di chi – come noi
- rappresenta qualcosa come il 40% del
PIL e dell’occupazione?
Anche
qui – caro Segretario – occorre una svolta: una svolta culturale, una svolta
politica.
Avere
ignorato questa necessità, anche nella più recente esperienza di governo, è
stato un errore. Un errore da matita blu.
Perché,
senza questa svolta, il Paese non riparte e rischiamo di dar ragione ai
profeti del declinismo.
Invece,
bisognerebbe semplicemente fare ciò che è normale in un Paese normale: fare i
conti e far fare a tutti i conti con la realtà del Paese.
Abbiamo
un debito pubblico che ci costa, ogni anno, largamente più di 70 miliardi di
euro di interessi e, nonostante questo, la spesa pubblica continua a crescere.
Abbiamo
raggiunto livelli record di pressione fiscale, intorno al 43%, e, nonostante
questo, si stenta a mettere in campo un progetto serio per la sua riduzione,
integrando il giusto principio del pagare tutti per pagare meno con
l’altrettanto vero e giusto principio del far pagare meno, affinché tutti
paghino.
Partendo
– siamo d’accordo – dalla riduzione del prelievo fiscale sui redditi da lavoro,
pur ricordando che ancora molto resta da fare anche sul versante della
fiscalità d’impresa: per una riduzione dell’IRES al netto della rideterminazione
delle basi imponibili; per studi di settore compiutamente equi e selettivi; per
il superamento degli effetti distorsivi dell’IRAP; per aliquote IVA competitive
per il turismo.
Si
agisca, però, su tutto il lavoro. Su quello dipendente come su quello autonomo,
senza inaccettabili pregiudiziali ideologiche.
Ma,
per far questo, è giunto il momento di dire basta alla logica dello “spendi e
tassa”.
E
dunque – accanto al giusto impegno per
il recupero di evasione ed elusione, patologie che tagliano trasversalmente
tutta l’economia e la società italiana - occorre altrettanta determinazione nel
ridurre inefficienze e sprechi della spesa pubblica stimati nell’ordine dei 70
miliardi di euro all’anno, all’incirca 5 punti di PIL.
Abbiamo
infatti – oltre alla necessità di ridurre la pressione fiscale - un bisogno vitale di rafforzare le
infrastrutture e il capitale umano, attraverso la scuola e l’università, per
generare ricerca e innovazione; ma, su questi versanti, gli investimenti
pubblici languono, perché la spesa pubblica è troppo assorbita dalle spese
correnti.
Abbiamo
la necessità di riequilibrare la spesa sociale; ma continuiamo a pagare
pensioni troppo magre perché troppo precoci e a destinare davvero troppo poco
alle politiche per il lavoro.
Insomma,
è sulla capacità di affrontare e risolvere questo nodo – quello, cioè, del
controllo, della ristrutturazione e della riqualificazione, della riduzione
della spesa pubblica – che oggi sono chiamati a misurarsi i riformisti dell’una
e dell’altra parte, e certamente anche il riformismo del Partito Democratico.
Su
molte delle scelte operate dal Governo Prodi, abbiamo dissentito. Ma è davvero
su questo punto – cioè sul costante rinvio di un forte processo riformatore
capace di affrontare e risolvere la “questione” spesa pubblica – che, a nostro
avviso, si è più fortemente misurata la distanza tra le esigenze e le attese di
gran parte dei ceti produttivi del Paese e le politiche di governo.
Quali
che saranno, allora, gli esiti della crisi, il primo punto dell’agenda di governo, sul terreno della politica
economica, è allora chiaro, chiarissimo.
“Giù
le tasse, ora o mai più”, per dirla con
il titolo di un recente intervento di Francesco Giavazzi.
Giù
le tasse per reagire a prospettive di crescita debolissima nel 2008, sostenendo
la domanda interna e i consumi delle famiglie.
Ma
giù le tasse anche per forzare l’efficientamento della spesa pubblica e per far
fronte, in questo modo, all’esigenza di
correzioni strutturali dell’andamento dei conti pubblici per almeno 30 miliardi
di euro nel prossimo triennio.
A
noi e alle altre parti sociali spetta la responsabilità di incalzare questi
processi. Spetta la responsabilità di praticare una contrattazione collettiva
in cui si incontrino tanto le esigenze di aumenti salariali, quanto la
necessità di sostenere scelte di
produttività.
Concludo.
La
sfide con cui il Paese deve confrontarsi sono chiare. Ed è chiaro che –
rispetto a queste sfide – non ci sono scorciatoie.
Occorre
un progetto forte e ambizioso, che chieda a tutti di fare la propria parte.
E’
una responsabilità di tutti. Certamente, è anche una nostra responsabilità. Ma
è anzitutto una responsabilità della
politica. Di una politica e di partiti che davvero vogliano essere nuovi.
Se
questa responsabilità, se questa volontà c’è, batta un colpo.
Reagire
alle sfide, costruire il futuro di un’Italia più ambiziosa è certamente
possibile. E’ questo il momento per iniziare a farlo. Ora o mai più.