Siamo arrivati alla giornata
conclusiva dei lavori del nostro forum.
Il “filo rosso” di questi lavori
è stato l’insistenza sulla necessità di quel “crescere di più e meglio”, che
abbiamo proposto sia assunto come questione prioritaria, nel corso della prossima
legislatura, dalla politica e dalle politiche.
“Crescere di più, crescere
meglio”: un’esigenza più che mai valida – come abbiamo visto nel corso dei
lavori – per l’Europa intera, poiché resta ancora davvero molto da fare per
cogliere, a meno di due anni dal traguardo del 2010, l’obiettivo strategico
fissato dall’Unione europea per il nuovo decennio, in occasione del vertice di
Lisbona del 2000: “diventare l’economia basata sulla conoscenza più competitiva
e dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile
con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale”.
Del resto, questa è anche la
premessa “europea” del Rapporto per la liberazione della crescita francese,
predisposto – su incarico del Presidente Sarkozy - dalla Commissione presieduta
da Jacques Attali.
In premessa, appunto, lì si
ricorda che “anche se l’Europa oggi cresce a una velocità inferiore alla metà
della media mondiale, e più lentamente della media dell’OCSE, anche se la sua
demografia è in declino, l’Europa non ha alcun motivo di restare al traino”.
E’ la scelta e la capacità
politica di innescare profondi processi riformatori che fa la differenza, e che
spiega, poi, perché – in assenza di queste riforme – il nostro Paese da troppo
tempo cresca strutturalmente – cioè sia che il ciclo economico sia positivo,
sia che il ciclo economico sia negativo – meno dei principali Paesi europei.
Per questo abbiamo detto – con
le nostre venti tesi – della necessità di una legislatura costituente e
sottratta alla dittatura del breve termine.
Costituente in un duplice senso:
perché resta aperta la necessità di una riforma della legge elettorale e di
riforme istituzionali che diano all’Italia condizioni di effettiva ed efficace
governabilità. E, ugualmente, riforme profonde – sul terreno economico e
sociale – sono urgenti, oggi più che mai, per ingranare, nel nostro Paese, la
marcia di quella crescita più robusta e di migliore qualità, che è la
condizione fondamentale per il risanamento della finanza pubblica e, in
particolare, per la riduzione del debito, così come per lo sviluppo e per
l’equità sociale e intergenerazionale.
E’ – lo ripeto – la condizione
fondamentale: anche per reagire a crescenti fratture sociali e territoriali,
dando risposta ai temi che compongono l’agenda della questione meridionale,
così come quella della “nuova” questione settentrionale.
Una legislatura, ancora,
sottratta alla dittatura del breve termine: perché – come è ricordato nel
Rapporto Attali – gli effetti delle riforme vanno valutati “sul lungo periodo e
innanzi tutto dal punto di vista delle vittime del conservatorismo attuale…”.
Intorno a questa impostazione,
abbiamo registrato – nel corso dei lavori - molte e importanti convergenze
scientifiche e politiche. E anzitutto – sul piano politico – quelle dei
candidati premier del PDL e del PD, Silvio Berlusconi e Walter Veltroni.
Intendiamoci, però. E’ giusto
chiedere che - a fianco dell’Italia operosa dei tantissimi imprenditori e
lavoratori che certamente “fannulloni” non sono - scenda in campo una buona e
nuova politica: quella, cioè, che – anche attraverso la riduzione della
frammentazione del sistema dei partiti – sblocchi la crisi della decisione
politica e assicuri la tenuta nel tempo della coerenza e della coesione
programmatica degli schieramenti di maggioranza e di opposizione.
Ma non c’è dubbio che la scelta
di lavorare per la centralità delle politiche per la crescita e per costruire
un futuro più ambizioso per l’Italia chiama in causa anche la responsabilità
nostra e di tutte le forze sociali.
Per questo abbiamo scelto di
concludere il nostro percorso di riflessione sulle ragioni della crescita con
questo momento di discussione sul nesso tra concertazione e governabilità.
Perché da tempo le forze sociali
– tanto le associazioni imprenditoriali, quanto i Sindacati dei lavoratori –
chiedono alla politica di assicurare governabilità, e ancora di recente lo
hanno fatto in occasione delle consultazioni condotte dal Presidente Marini.
Ma, d’altra parte, una
concertazione ben impostata – sul piano del metodo, così come su quello del
merito – può essa stessa recare un contributo importante alla governabilità del
Paese, agevolando un processo riformatore che deve prevalere – nell’economia e
nella società – rispetto a privilegi e posizioni di rendita, chiusure
corporative ed egoismi minuti.
Del resto, almeno nell’ultimo
venticinquennio della storia repubblicana, metodo e sostanza della democrazia
partecipativa – fondata sul confronto e le relazioni tra istituzioni, partiti
politici e organizzazioni sociali di rappresentanza – si sono espressi, al
livello più alto, nel metodo e nella pratica della concertazione.
Metodo e pratica hanno ben
funzionato in alcune fasi d’emergenza della storia del Paese, a partire dalla
risposta alla crisi macroeconomica e finanziaria del ’92, che generò gli
accordi del ’93 sulla politica dei redditi e sul modello contrattuale.
Per il resto, si è trattato di
un’esperienza in cui molto vi è stato di rituale, che ha sofferto di una
ridondanza di obiettivi e che ha oscillato fra relazioni privilegiate e
partecipazione universalistica, senza avere il coraggio di affrontare e
risolvere il nodo di chi rappresenta che cosa.
Insomma, superate le emergenze e
le urgenze, è troppo spesso mancata quella vitale presbiopia – lo dico nello
stesso senso in cui fu autorevolmente detto della virtuosa presbiopia della
nostra Carta Costituzionale – che è necessaria per scegliere e costruire il
futuro.
Da qui bisogna partire – a mio
avviso – per tentare una manutenzione straordinaria della concertazione,
fondata su una più puntuale attenzione alla rappresentatività reale
dell’economia reale del Paese.
Ciascuno, dunque, contribuisca
sulla base della sua capacità di analisi e di proposta, ma a nessuno sia
riconosciuto il diritto all’esercizio di poteri di veto. E soprattutto, nella
formazione delle scelte, gli interessi siano misurati in ragione del loro
apporto all’economia reale del Paese: per quella che oggi è, e ancor più per
quella che vogliamo sia domani e dopodomani.
C’è la necessità e la
possibilità di farlo.
C’è, infatti, la necessità e la
possibilità di un grande patto sociale per la produttività del Paese e, in
questo contesto, per la produttività di quell’economia dei servizi, che già
oggi contribuisce, per ben più del 40%, alla formazione del PIL e
dell’occupazione.
C’è la necessità e la
possibilità di una riforma dell’architettura della contrattazione, che – senza
ridondanze e sovrapposizioni – specializzi la missione del primo e del secondo
livello, stimoli gli incrementi di produttività, perfezioni lo scambio tra
incrementi di produttività e aumenti salariali.
C’è la necessità e la
possibilità di un’intesa forte sulla qualità e la produttività della spesa
pubblica che – attraverso la pratica dello spendere meno e meglio e insieme ad
un’equilibrata prosecuzione dell’azione di contrasto e recupero dell’evasione e
dell’elusione – renda agibile il percorso di riduzione della pressione fiscale
sul lavoro e sull’impresa.
C’è la necessità e la
possibilità di chiudere il cerchio della flexicurity: con la riforma degli
ammortizzatori sociali, e con l’efficienza dei servizi per l’impiego e dei
processi di formazione continua.
C’è la necessità e la
possibilità di evitare segmentazioni del mercato del lavoro, confermando i
principi di una buona flessibilità governata e contrattata, che ha mostrato di
agire efficacemente per l’accrescimento del tasso di partecipazione della
popolazione attiva al mercato del lavoro e per il contrasto della precarietà
del lavoro nero e della disoccupazione. Il che vuol dire incentivare la
trasformazione dei rapporti di lavoro a termine e flessibili in rapporti di
lavoro a tempo indeterminato, ma anche ragionare senza pregiudiziali sulle
rigidità di questi ultimi.
L’elenco, dunque, è già nutrito,
anche se parziale.
Ma, insomma, quel che mi preme
dire – e, spero, condividere – è che per tutti – e, in particolare, per la
politica e per le forze sociali – è giunto il momento di non rinviare la
formazione di scelte a lungo discusse e spesso anche largamente condivise.
“Si può fare?”. “L’Italia si può
rialzare?”.
In entrambi i casi, la risposta è sì. In entrambi i casi, non dipende se non dalla qualità delle scelte che sapremo fare.