Quando, nel
mese di marzo ed in occasione del nostro appuntamento di Cernobbio, segnalammo,
forse per primi, rischi non marginali di recessione dell’economia italiana nel
2008, non mancò, a commento delle nostre previsioni, qualche autorevole
scetticismo.
Invece e
davvero purtroppo, avevamo visto giusto. E, oggi, non soltanto appare scontata
una chiusura dell’anno in corso con un dato del PIL preceduto dal segno meno,
ma anche le previsioni per il 2009 concordano largamente nel segnalare
un’ulteriore contrazione della ricchezza che verrà prodotta nel nostro Paese.
Avevamo visto
giusto, dunque. E perché lo ricordo?
Non certo per
rivendicare un primato sul piano dell’analisi di assai scarso interesse
pubblico e per nulla consolatorio.
Lo faccio,
invece, per sottolineare – questo sì- che era corretto - corretto allora ed
ancor più corretto oggi – indicare nella debolezza della domanda interna, ed in
particolare dei consumi delle famiglie, il vero “tallone d’Achille” dell’economia
italiana.
Un “tallone
d’Achille” che – insieme ai tanti capitoli dell’agenda della competitività
difficile del nostro Paese – motiva, del resto, un divario di crescita, ormai
di lungo periodo, rispetto alle medie dell’Unione europea.
Insomma, i “fondamentali”
dell’economia italiana vanno assolutamente tenuti ben presenti sia per leggere
correttamente l’impatto della crisi finanziaria sull’economia reale, sia – e
soprattutto – per costruire una risposta adeguata alla crisi.
E’ vero,
infatti, che il nostro sistema bancario e finanziario, per le sue
caratteristiche tradizionalmente più conservative, appare comparativamente più
solido rispetto a quello europeo e statunitense.
E’ vero ed è
un bene.
Ma, d’altra
parte, bisogna aver chiaro che uno scenario di marcato rallentamento della
crescita su scala globale è destinato ad avere un impatto particolarmente forte
sulle caratteristiche di lungo periodo del nostro sistema produttivo.
Tanto sulle
“multinazionali tascabili” vocate all’export e fortemente connesse agli
andamenti della congiuntura su scala internazionale, quanto sulle imprese che
operano sul mercato interno e che si confrontano con una persistente e
crescente debolezza dei consumi.
Dunque,
ancora una volta, non sono possibili né sconti, né scorciatoie.
E - dopo il
tempo delle giuste, delle necessarie risposte urgenti all’emergenza della crisi
finanziaria – bisognerà, ora, dedicare straordinaria attenzione ed impegno alla
mobilitazione di tutte le politiche e di tutti gli strumenti utili a far ingranare
al nostro Paese il passo di marcia di una crescita più robusta e di migliore
qualità.
E’ stato,
allora, un bene che il Governo abbia varato per tempo, già prima della pausa
estiva, un piano triennale di stabilizzazione dei conti pubblici, mantenendo
saldo l’obiettivo della riduzione del deficit e del debito pubblico attraverso
un impegnativo programma di riduzione delle spese.
Ci ha reso
più credibili, più solidi nel confronto con l’onda d’urto della crisi del
capitalismo finanziario.
Una credibilità,
una solidità che – va ricordato – ha anche consentito all’Italia di svolgere un
ruolo di primo piano, affinché l’Europa si muovesse in maniera coordinata,
mettendo sul piatto anche le garanzie dell’intervento degli Stati a tutela del
risparmio, delle banche e dei prestiti interbancari.
Bisogna,
però, andare avanti, guardando proprio all’impatto della crisi finanziaria
sull’economia reale.
Andare avanti
in maniera coordinata in Europa. E, cioè e in concreto, non esitando a
procedere ad ulteriori riduzioni del costo del denaro e praticando, in
generale, una lettura più espansiva del Patto di Stabilità e di Crescita.
Rendendo così
agibili sia misure di riduzione della pressione fiscale, sia il finanziamento
di investimenti in infrastrutture.
La questione,
in altri termini, non è quella di allentare il rigore sui conti pubblici. Sui
conti pubblici, sulla spesa corrente e su tanta spesa pubblica improduttiva,
bisogna invece essere più che mai rigorosi.
Proprio
perché è in questo modo che si legittima, che si rende credibile e produttiva
una politica economica più espansiva ed antirecessiva.
Il che,
ovviamente, è particolarmente necessario in un’ Italia, che nel 2007 – lo ha
ricordato l’OCSE qualche giorno fa – si è collocata al sesto posto nella
classifica mondiale dei paesi con la maggiore pressione fiscale.
Per queste
ragioni, pensiamo che bisogna continuare a lavorare per costruire condizioni di
riduzione strutturale della pressione fiscale: controllando, ristrutturando e
riqualificando, riducendo la spesa pubblica improduttiva; recuperando evasione
ed elusione; integrando il principio del pagare tutti per pagare meno con
quello del pagare meno per pagare tutti; attuando un federalismo fiscale
all’insegna del principio di responsabilità nella spesa e nella tassazione.
Ma intanto,
qui ed ora, è anche il momento di confermare e rafforzare le misure di
riduzione del prelievo fiscale su straordinari, premi e sulla redistribuzione
degli incrementi di produttività e
di verificare la praticabilità di misure di alleggerimento della
tassazione sulle tredicesime.
Certo, la
detassazione totale delle tredicesime costerebbe tra gli otto ed i nove
miliardi di euro. Ma, a fronte di questo costo, oltre 5 miliardi si
tradurrebbero in consumi, migliorando il loro andamento tendenziale di un buon
mezzo punto.
Con i chiari
di luna che abbiamo davanti, sarebbe davvero un intervento importante: per i
lavoratori e le famiglie e per tutte le imprese, produttrici o distributive che
esse siano.
Chiari di
luna, dicevo. Perché queste sono, ad oggi, le nostre previsioni: nel 2008, Pil
–0,3% e consumi –0,7%; nel 2009, Pil –0,3% e consumi –0,5%.
Ce ne è
abbastanza – mi sembra – per sottolineare la necessità di interventi urgenti e
per ricordare il celebre ammonimento di Lord Keynes sul fatto che, nel lungo
termine, saremo tutti morti!
Una specifica
attenzione andrà inoltre dedicata al tema dei rapporti tra banche e imprese,
tra banche e PMI.
Rafforzando
il sistema dei consorzi di garanzia fidi e prevedendo, anche per i prestiti
erogati per loro tramite, l’attivazione della garanzia “sovrana” dello Stato.
Emergono già,
infatti, segnali significativi di difficoltà di accesso al credito, di
richieste di rientri anticipati, di inasprimento dei tassi.
E, invece,
oggi più che mai è necessaria maggiore collaborazione, maggiore cooperazione
tra banca e impresa.
Oggi più che
mai, è necessario, in generale, un Paese più coeso e più responsabile.
Vale per la
politica, perché, del resto, molte tra le necessità e le risposte che ho fin
qui segnalato sono materia di ampia condivisione bipartisan.
Vale per il
rapporto tra la politica e le forze sociali, perché è il momento di un
confronto più impegnativo e più serrato su regole e scelte per la crescita e lo
sviluppo.
Vale per il
rapporto tra le forze sociali, che oggi condividono la possibilità e la
responsabilità di concorrere in modo significativo alla costruzione di
un’Italia più ambiziosa, definendo regole contrattuali che riconoscano e
premino l’impegno per il rafforzamento della produttività.
Rafforzare la
produttività è un’esigenza generale del nostro sistema produttivo. E lo è,
anche e particolarmente, per quell’economia dei servizi, che noi
rappresentiamo.
Un’economia
dei servizi che, già oggi, contribuisce alla formazione del PIL e dell’occupazione
per ben più del 40%, e che ancor più potrà contribuirvi domani, rafforzando la
produttività delle sue imprese.
Per questo,
la scorsa settimana, abbiamo avviato il confronto con Cgil, Cisl e Uil sulla
riforma della contrattazione.
Lo abbiamo
fatto sulla scorta dell’apprezzamento delle linee di fondo emerse nel corso del
lavoro svolto tra Confindustria ed il Sindacato, ma anche sottolineando
l’esigenza di un modello di contrattazione capace di dare risposta alle
esigenze proprie delle imprese e dei lavoratori dei servizi.
La partenza è
stata positiva. Perché tutti abbiamo condiviso almeno due punti: la forte preoccupazione per il
ciclo economico che abbiamo di fronte, e la necessità di meglio connettere
dinamica salariale e incrementi di produttività.
Spero davvero
che questa condivisione di partenza si possa mantenere e rafforzare nello
sviluppo di un confronto compiuto e rapido, che porti così il suo specifico
contributo all’accordo generale tra le parti sociali e ad un loro avviso
comune.
Avviso
comune, che possa essere fatto proprio dal Governo anche in riferimento alle
misure di detassazione di straordinari, premi e accordi di produttività.
Lo ribadisco:
coesione e responsabilità sono condizioni più che mai necessarie per rispondere
alla crisi e per accelerare il
passo di crescita del Paese.
Con questo
stesso spirito di responsabilità, oggi vi proponiamo anche una lettura della
questione prezzi.
Semplicemente,
per far emergere una verità non di parte e senza alcun cedimento alla demagogia
e a troppe interessate strumentalizzazioni.
Per
ricordare come l’andamento dei
prezzi sia sostanzialmente omogeneo tra l’Italia e gli altri paesi europei.
Per segnalare l’impatto determinante dei prezzi delle materie prime
agricole e dei prodotti petroliferi sulla formazione del prezzo praticato ai
consumatori finali.
Per
evidenziare quanto morde la concorrenza nel commercio italiano, escludendo in
radice la possibilità di comode rendite di posizione.
Per
sottolineare la debolezza di lungo
periodo dei consumi delle famiglie e la riduzione dei margini delle imprese
commerciali, chiamate a confrontarsi con le difficoltà di queste famiglie sia attraverso
riassorbimenti parziali di incrementi dei listini della produzione, sia
intensificando le offerte di convenienza
ed ora anche con l’adesione all’iniziativa della “carta sociale”
dedicata a chi è più in difficoltà.
Questa è la
verità. Certificabile e certificata.
Certificata,
dolorosamente certificata, da una
riduzione dello stock di imprese commerciali di 15 mila unità negli ultimi 18 mesi e da un ricorso alla cassa
integrazione cresciuto del 111% nei primi 5 mesi dell’anno.
A riprova del
fatto che, davvero, famiglie ed imprese del commercio si confrontano con gli
stessi problemi, con le stesse difficoltà.
Sì, dunque,
alla verità e all’impegno. Alla verità sui prezzi e all’impegno per la maggiore
produttività lungo tutta la filiera che va dalla produzione alla vendita al
consumatore finale.
Il commercio
italiano – liberalizzato, concorrenziale
e senza incentivi a carico della finanza pubblica – la sfida per la
maggiore produttività l’ha fatta propria da tempo.
Anche perché
proprio questa è la via più efficace per tenere sotto controllo prezzi e
inflazione.