Tento,
anzitutto, una sintesi della lunga carrellata di analisi e di previsioni, che è
stata illustrata da Mariano Bella, Direttore dell’Ufficio Studi di
Confcommercio.
La
sintesi è questa: nel 2008 - per ben che vada – la crescita sarà, nel nostro
Paese, largamente inferiore all’1%, e prossima allo 0,7%; nello scenario
peggiore, ma non irrealistico, una caduta degli investimenti – particolarmente
legata al deterioramento dello scenario economico internazionale – potrebbe
addirittura tradursi in un consuntivo della crescita, nel 2008, accompagnato
dal segno meno: - 0,2%. Saremmo, dunque, in recessione.
Ecco,
dunque, il punto politico ed anche il senso di questa conferenza stampa: da
tempo era chiaro che la ripresina dell’economia italiana – sviluppatasi tra il
2006 e il 2007 sull’onda dell’aggancio del nostro export al ciclo
internazionale – era in fase di forte rallentamento; oggi – all’accentuarsi dei
segnali di rallentamento del ciclo internazionale e nel momento in cui si fanno
più avvertibili gli “scricchiolii” dell’economia statunitense – si configura,
per l’Italia, un vero e proprio “allarme crescita”.
A
questo “allarme crescita” sono, del resto, dedicati tutti i lavori della nona
edizione del forum Confcommercio-Ambrosetti. E le ragioni di questo “allarme”,
e soprattutto il “che fare” per rispondervi, costituiranno l’oggetto delle
analisi e delle proposte tanto dei relatori scientifici, quanto dei
protagonisti della politica, che porteranno il loro contributo a queste
giornate di discussione e di approfondimento.
Parliamo
di “allarme” per dire che siamo di fronte ad una vera e propria “emergenza”. Ma
la risposta all’emergenza è possibile soltanto se si agisce tanto con urgenza,
quanto sapendo che non ci sono scorciatoie.
La
ricetta, peraltro, è notissima, ed anche largamente condivisa: maggiore tasso
di partecipazione della popolazione attiva al mercato del lavoro e maggiore
produttività sono le condizioni per una crescita più robusta e di migliore
qualità.
Senza
una crescita più robusta e di migliore qualità, non c’è infatti né sviluppo, né
equità, e lo stesso risanamento della finanza pubblica – a partire dalla
riduzione del debito – resta un percorso impervio.
Certo,
la crescita è un problema comune a tutta l’Europa. Ed è questa – ad esempio –
la giusta premessa “europea” del Rapporto per la liberazione della crescita
dell’economia francese, predisposto – su incarico del Presidente Sarkozy –
dalla Commissione presieduta da Jacques Attali.
In
premessa, appunto, lì si ricorda che “anche se l’Europa oggi cresce a una
velocità inferiore alla metà della media mondiale, e più lentamente della media
dell’OCSE, anche se la sua demografia è in declino, l’Europa non ha alcun
motivo di restare al traino”.
Per
non restare al traino, però, bisogna impegnarsi in processi riformatori – sul
piano economico e sociale – urgenti e profondi.
Vale
per l’Europa e, ovviamente, vale ancor più per l’Italia, che – quale che sia
l’andamento del ciclo internazionale – ormai da troppo tempo cresce
strutturalmente meno dei principali partners europei.
Quanto
all’inflazione, è del tutto evidente che siamo di fronte ad una strutturale
tendenza al rialzo dei prezzi dell’energia e delle materie prime agricole.
Giulio
Tremonti – il cui intervento ai nostri lavori è previsto per la mattina di
sabato – ricorda, nelle prime pagine del suo “La paura e la speranza”, che “una
massa di circa un miliardo di uomini, concentrata prevalentemente in Asia, è
passata di colpo dall’autoconsumo al consumo…”.
Siamo,
in altri termini, di fronte ad una salita globale dei prezzi, che è figlia
della globalizzazione e dello squilibrio tra domanda ed offerta.
Le
risposte, per quanto possibili, vanno allora ricercate su una scala di governo
coerente con l’ampiezza di questo processo. Le risposte, per quanto possibili,
vanno ricercate all’interno di una rinnovata politica agricola comunitaria e di
una politica energetica europea.
Dunque,
le decisioni vanno assunte con urgenza, pur sapendo che gli effetti delle
riforme – cito ancora dal Rapporto Attali - vanno valutati “sul lungo periodo e
innanzi tutto dal punto di vista delle vittime del conservatorismo attuale…”.
Per
questo Confcommercio ha detto della necessità di una legislatura costituente.
Una legislatura, cioè, sottratta alla “dittatura del breve termine” e in cui,
invece, vengano fatte tanto la riforma della legge elettorale e il complesso
delle riforme istituzionali utili per assicurare al Paese condizioni di
effettiva ed efficace governabilità, quanto le riforme economiche e sociali
necessarie per liberare la crescita dell’economia italiana.
Più
in particolare – con le nostre “venti tesi per una legislatura costituente” –
noi abbiamo avanzato due proposte fondamentali per la prossima legislatura:
-
ridurre, nell’arco della legislatura, la spesa
pubblica corrente primaria di 5 punti di PIL e ridurre di 5 punti l’aliquota
media IRPEF;
-
mettere in campo una politica per i servizi,
poiché è da questo settore – che già oggi rappresenta ben più del 40% del PIL e
dell’occupazione – che potranno venire, nel futuro prossimo dell’Italia,
incrementi significativi di produttività e di occupazione.
Non
mi soffermo analiticamente sullo sviluppo di queste proposte, poiché le
ritroverete – adeguatamente argomentate – nella documentazione che vi è stata
consegnata.
Ne
sottolineo, invece, il significato alla luce dell’“allarme crescita” e,
insieme, cerco di illustrarne la sostenibilità finanziaria.
Ridurre
la spesa pubblica e ridurre le aliquote IRPEF nella misura da noi indicata, è
possibile?
Sì.
Siamo convinti che non si tratti di un libro dei sogni.
Infatti,
le inefficienze e gli “sprechi” della struttura della spesa pubblica italiana
vengono oggi stimati appunto nell’ordine di 5 punti di PIL, tra i 70 e i 75
miliardi di euro all’anno. E ridurre di due punti l’aliquota media IRPEF costa,
all’incirca, 1 punto di PIL.
Stimiamo,
inoltre, che, a regime, ciò si tradurrebbe in rilevanti benefici per la domanda
interna e per i consumi delle famiglie – aggregati che concorrono per circa il
70% alla crescita finale e che costituiscono il punto debole dell’economia
europea ed italiana - ma anche in una significativa maggiore “convenienza”
dell’incontro tra domanda ed offerta di lavoro. Questi benefici sarebbero tali
da indurre un incremento del prodotto e dei consumi cifrabile almeno nell’ordine
di 1 punto di PIL.
La
riduzione delle aliquote IRPEF sosterrebbe ancora – giusta l’integrazione del
principio del “pagare tutti per pagare meno” con il principio del “pagare meno
per pagare tutti” – un equilibrato sviluppo dell’azione di contrasto e recupero
dell’evasione e dell’elusione, patologie anch’esse stimabili nell’ordine di 5
punti di PIL sottratti alle entrate dello Stato.
Che
si possa “aritmeticamente” fare, è dunque certo. Naturalmente, c’è una
condizione politica fondamentale. E cioè che “spendere meno e meglio” divenga
il vero principio vincolante dell’azione politica nel corso della prossima
legislatura.
Scorrendo
le nostre “venti tesi per la prossima legislatura”, troverete ulteriori cifre
significative, che potrebbero davvero concorrere ad un’efficace risposta
all’allarme crescita:
-
liberalizzazioni, per un contributo aggiuntivo
alla crescita fino ad 1,5 punti di PIL;
-
semplificazioni, per una riduzione della “tassa
della burocrazia” sulle imprese nell’ordine di ¼ di punto di PIL;
-
efficientamento delle infrastrutture, dei
trasporti e della logistica, per una riduzione di svantaggi competitivi a
carico delle imprese fino a circa 3 punti di PIL;
-
uso accorto e qualitativamente produttivo delle
risorse comunitarie e nazionali per il Mezzogiorno, previste in 100 miliardi di
euro per il periodo 2007/2013 e pari, ogni anno, al 5% del totale del PIL
dell’area;
-
turismo e capitalismo culturale – cioè la capacità
di far fruttare, attraverso l’innovazione tecnologica ed organizzativa, il
valore dell’identità italiana ed il nostro primato mondiale del patrimonio
storico-culturale – che possono crescere rapidamente e significativamente e che
del resto, già oggi, contribuiscono alla formazione del PIL nell’ordine del
16%.
Insomma
– come vedete – non siamo condannati alla crescita lenta o, addirittura, alla
recessione.
Abbiamo,
invece, potenzialità rilevanti, e anche risorse sufficienti per rimettere in
moto la macchina dell’economia italiana.
Ma
bisogna fare presto. Assumere presto le decisioni e lavorare con continuità.
Fare
presto: per rispondere all’”allarme crescita” e per scongiurare le prospettive
di recessione.
Per
questo, chiediamo che – a Camere rinnovate ed a Governo insediato – siano
varati con urgenza, nell’arco dei primi 100 giorni, almeno quattro
provvedimenti:
-
la tassazione secca al 10% degli straordinari, dei
premi, degli incentivi e degli incrementi salariali da contrattazione di
secondo livello: per assicurare maggiore reddito netto ai lavoratori e per
sostenere tanto i consumi, quanto la spinta alla maggiore produttività;
-
il ripristino della piena agibilità dell’istituto
del lavoro intermittente: per una buona flessibilità governata e contrattata a
sostegno della maggiore occupazione;
-
la liberalizzazione dei servizi pubblici locali:
per maggiore concorrenza ed efficienza a vantaggio di tutti i cittadini/utenti;
-
l’istituzione di un Dipartimento per le PMI presso
la Presidenza del Consiglio: per coordinare le politiche ad esse dedicate e per
valorizzarne il ruolo di risorse per il Paese.
Per
una governabilità che aiuti a rimettere in moto la macchina della crescita e
dello sviluppo, è importante che vi sia, in generale, coerenza e coesione
programmatica all’interno dei diversi schieramenti politici, oltre che la
riduzione della frammentazione del sistema dei partiti.
Ma
occorre anche che all’”allarme crescita” si risponda come ad una vera e propria
emergenza nazionale, che chiede – alla politica tutta ed anche alle forze
sociali – la responsabilità di condividere scelte difficili, ma necessarie.
Noi,
allora, troviamo positivo che la campagna elettorale si stia sviluppando,
almeno fin qui, con toni meno “belligeranti”. E ancor più positivo ci sembra il
poter registrare una forte convergenza su gran parte delle analisi e delle
proposte messe in campo per rispondere alle sfide della crescita lenta, della
competitività difficile, della produttività stagnante, del livello e della
qualità della spesa pubblica, del livello della pressione fiscale.
E’
una buona premessa. Anche se solo una premessa.
Perché
sarà dopo il voto che si vedrà davvero la determinazione nell’agire per una
politica e per una concertazione, che siano forti e sobrie, rigorose e
ambiziose.
Forti
nell’assumere le scelte; sobrie nell’identificazione delle priorità; rigorose
nella loro attuazione; ambiziose per costruire un futuro più ambizioso per
l’Italia.
Diversamente, con la crescita dello “zero virgola” o anche dell’”uno
virgola”, non andremo davvero lontano.