Incontro con il Presidente Silvio Berlusconi
Consiglio
Generale
Caro
Presidente,
anzitutto, il
mio, il nostro ringraziamento per avere accettato l’invito all’incontro con il
Consiglio di Confcommercio, cioè con chi rappresenta larga parte di
quell’economia dei servizi che oggi contribuisce alla formazione del Pil e
dell’occupazione del nostro Paese per ben più del 40%.
E’ un
ringraziamento sincero e motivato.
Perché
consideriamo questo incontro un tassello importante di una fase di rafforzato
confronto tra Governo, forze sociali, sistema bancario, che, sul piano
metodologico, ci sembra assolutamente necessario per affrontare con maggiore
coesione tanto la crisi del sistema bancario e finanziario, quanto e
soprattutto il suo impatto sull’economia reale.
E’ vero,
infatti, che il nostro sistema bancario e finanziario, per le sue
caratteristiche tradizionalmente più conservative, appare comparativamente più
solido rispetto a quello europeo e statunitense.
E’ vero ed è un
bene.
Ma i “fondamentali”
dell’economia italiana vanno assolutamente tenuti ben presenti sia per leggere
correttamente l’impatto della crisi finanziaria sull’economia reale, sia – e
soprattutto – per costruire una risposta adeguata alla crisi.
In particolare,
uno scenario di marcato rallentamento della crescita su scala globale è
destinato ad avere forti ripercussioni sulle caratteristiche di lungo periodo
del nostro sistema produttivo.
Tanto sulle
“multinazionali tascabili” vocate all’export e fortemente connesse agli andamenti
della congiuntura su scala internazionale, quanto sulle imprese che operano sul
mercato interno e che si confrontano con una persistente e crescente debolezza
dei consumi.
La debolezza
della domanda interna, ed in particolare dei consumi delle famiglie, era e
resta il vero “tallone d’Achille” dell’economia italiana.
Un “tallone
d’Achille” che – insieme ai tanti capitoli dell’agenda della competitività
difficile del nostro Paese – motiva, del resto, un divario di crescita, ormai
di lungo periodo, rispetto alle medie dell’Unione europea.
Per questo -
dopo il tempo delle giuste, delle necessarie risposte urgenti all’emergenza
della crisi finanziaria – bisognerà, ora, dedicare straordinaria attenzione ed
impegno alla mobilitazione di tutte le politiche e di tutti gli strumenti utili
a far ingranare al nostro Paese il passo di marcia di una crescita più robusta
e di migliore qualità.
E’ stato,
allora, un bene che il Governo abbia varato per tempo, già prima della pausa
estiva, un piano triennale di stabilizzazione dei conti pubblici, mantenendo
saldo l’obiettivo della riduzione del deficit e del debito pubblico attraverso
un impegnativo programma di riduzione delle spese.
Ci ha reso più
credibili, più solidi nel confronto con l’onda d’urto della crisi del
capitalismo finanziario.
Una
credibilità, una solidità che – va ricordato – ha anche consentito all’Italia
di svolgere un ruolo di primo piano, affinché l’Europa si muovesse in maniera
coordinata, mettendo sul piatto anche le garanzie dell’intervento degli Stati a
tutela del risparmio, delle banche e dei prestiti interbancari.
Bisogna, però,
andare avanti, guardando proprio all’impatto della crisi finanziaria
sull’economia reale.
Andare avanti
in maniera coordinata in Europa. E, cioè e in concreto, non esitando a
procedere ad ulteriori riduzioni del costo del denaro e praticando, in
generale, una lettura più espansiva del Patto di Stabilità e di Crescita.
Rendendo così
agibili sia misure di riduzione della pressione fiscale, sia il finanziamento
di investimenti in infrastrutture.
La questione,
in altri termini, non è quella di allentare il rigore sui conti pubblici. Sui
conti pubblici, sulla spesa corrente e su tanta spesa pubblica improduttiva,
bisogna invece essere più che mai rigorosi.
Proprio perché
è in questo modo che si legittima, che si rende credibile e produttiva una
politica economica più espansiva ed antirecessiva.
Il che,
ovviamente, è particolarmente necessario in un’Italia, che nel 2007 – lo ha
ricordato l’OCSE qualche giorno fa – si è collocata al sesto posto nella
classifica mondiale dei paesi con la maggiore pressione fiscale.
Per queste
ragioni, pensiamo che bisogna continuare a lavorare per costruire condizioni di
riduzione strutturale della pressione fiscale: controllando, ristrutturando e
riqualificando, riducendo la spesa pubblica improduttiva; recuperando evasione
ed elusione; integrando il principio del pagare tutti per pagare meno con
quello del pagare meno per pagare tutti; attuando un federalismo fiscale
all’insegna del principio di responsabilità nella spesa e nella tassazione.
Ma intanto, qui
ed ora, è anche il momento di confermare e rafforzare le misure di riduzione
del prelievo fiscale su straordinari, premi e sulla redistribuzione degli
incrementi di produttività e di verificare la praticabilità di misure di
alleggerimento della tassazione sulle tredicesime.
Certo, la
detassazione totale delle tredicesime costerebbe tra gli otto ed i nove
miliardi di euro. Ma, a fronte di questo costo, oltre 5 miliardi si
tradurrebbero in consumi, migliorando il loro andamento tendenziale di un buon
mezzo punto.
Siamo gente
concreta, caro Presidente.
Concreta ed
abituata a far di conto.
Concreta e che
non vuole certamente “scassare” i conti pubblici.
Per questo,
semplicemente diciamo: verifichiamo, ma non esitiamo a valorizzare ogni margine
di manovra disponibile.
Sarebbe davvero
un intervento importante: per i lavoratori e le famiglie e per tutte le
imprese, produttrici o distributive che esse siano.
Una specifica
attenzione andrà inoltre dedicata al tema dei rapporti tra banche e imprese,
tra banche e PMI.
Rafforzando il
sistema dei consorzi di garanzia fidi e prevedendo, anche per i prestiti
erogati per loro tramite, l’attivazione della garanzia “sovrana” dello Stato.
Emergono già,
infatti, segnali significativi di difficoltà di accesso al credito, di
richieste di rientri anticipati, di inasprimento dei tassi.
E, invece, oggi
più che mai è necessaria maggiore collaborazione, maggiore cooperazione tra
banca e impresa.
Ed è, infatti,
questo il tema che abbiamo iniziato ad istruire sia in occasione dell’incontro
con l’ABI della scorsa settimana, così come ci parrebbe utile l’istituzione –
lo ripeto – di una cabina di monitoraggio della crisi, che veda la
partecipazione dello stesso Esecutivo, delle parti sociali, del sistema
bancario.
Insomma, un
tavolo di lavoro per verificare e per mettere in campo, oltre gli interventi
che ho fin qui ricordato, misure come:
-
la deducibilità per l’acquisto di beni di consumo durevoli,
la detassazione degli utili reinvestiti ed i crediti d’imposta sugli
investimenti, anche con finalità di efficientamento energetico;
-
gli ammortamenti anticipati;
-
la deducibilità degli oneri finanziari;
-
la riduzione dei tempi di pagamento delle pubbliche
amministrazioni e la tempestività dei rimborsi fiscali;
-
l’adeguata valutazione dell’impatto della crisi in sede di
studi di settore.
Confronto
serrato, coesione e responsabilità, dunque, come condizione di metodo per
fronteggiare e superare la crisi.
Forse, sono
davvero queste le prime regole da condividere dopo una crisi del capitalismo
finanziario, che – per dirla con Giulio Tremonti – ci ha fatto scoprire che
“abbiamo regole che non ci servono, ma non abbiamo quelle che ci servono”.