Intervento
del Presidente Carlo Sangalli
Desidero ringraziare il Ministro
Maroni per la sua partecipazione a questa iniziativa che vuole essere
innanzitutto un momento di confronto con le istituzioni su un tema, quello
della criminalità e della sicurezza, diventato cruciale per il paese, ma ancor
più per le imprese che Confcommercio rappresenta.
Perché è con lo Stato e con le
istituzioni che Confcommercio intende continuare a lavorare, fianco a fianco,
per il comune obiettivo di garantire legalità e sicurezza, nell’interesse delle
imprese e dell’intera collettività.
Come ha fatto fin’ora, a livello
nazionale e locale, attraverso un dialogo serrato e iniziative mirate, e non
ultimo, attraverso l’attività della Commissione Consiliare per le politiche per
la sicurezza, presieduta da Luca Squeri, che ringrazio per l’attenzione che
dedica a questo tema.
Confcommercio ha presentato,
esattamente un anno fa, la prima indagine sul campo mirata a capire quale fosse
la percezione dei fenomeni criminali da parte delle imprese e quali le esigenze
che ne scaturivano.
A distanza di un anno scopriamo
che l’atteggiamento degli imprenditori del terziario sul questo tema non è
sostanzialmente cambiato, ma è cambiato sicuramente il contesto nell’ambito del
quale vanno interpretati i dati.
Perché in un contesto economico in
cui si parla ormai di crescita zero, con una crisi dei consumi a livelli da
codice rosso, un’inflazione in piena corsa, lo stato di salute delle imprese è
tale da non poter sopportare ulteriori costanti, e crescenti attacchi al
normale svolgimento dell’attività d’impresa.
Perché le imprese sono già gravate
da un eccessivo carico fiscale, che non accenna a diminuire, e da una
burocrazia ancora, spero per poco, costosa e farraginosa, da costi di gestione
costantemente in crescita. Se a questo si devono aggiungere anche i costi della
criminalità, si rischia veramente di ridurre la libertà di impresa, con il
risultato di spingere molti imprenditori a chiudere o trasferire la loro
attività.
Non voglio che si pensi che questo
sia un annuncio allarmistico, perché purtroppo è quello che ci dicono i numeri:
il 2,3% degli intervistati ha già preso questa decisione, e un altro 5% la sta
prendendo in considerazione.
Perché un organismo debilitato non
può produrre da solo gli anticorpi per reagire agli attacchi esterni, violenti,
invasivi, diffusi e costanti, quali sono quelli della criminalità, del racket,
dell’usura, delle rapine, dei furti.
Per questo motivo siamo qui, oggi,
con il Ministro Maroni, per capire - una volta messo a fuoco la fotografia
della situazione, che ci è stata esposta dal responsabile del nostro Ufficio
Studi Mariano Bella attraverso la presentazione della ricerca realizzata da
Confcommercio in collaborazione con GfK Eurisko - quale debba essere la cura. E
la cura deve essere somministrata da chi ha i mezzi e le competenze per farlo.
I risultati del sondaggio da
questo punto di vista parlano chiaro: l’87,9% degli intervistati ha messo al
primo o al secondo posto l’intervento dello Stato fra le misure più efficaci
per la sicurezza delle imprese.
Le imprese si aspettano, insomma,
una risposta forte. E a fronte di questa risposta forte, sono pronte a fare la
loro parte, fino in fondo. Lo stanno dimostrando, lo stiamo dimostrando.
In un territorio come quello
Siciliano, martoriato dalla piaga della mafia e delle estorsioni, si è
inaugurata una nuova stagione, che vede impegnati tanti imprenditori a
collaborare con le forze dell’ordine e la magistratura nella denuncia degli
estortori durante i processi a loro carico, forti della “protezione” -
passatemi il termine - della nostra associazione, che oltre a fornire supporto
legale e a costituirsi parte civile nei processi di mafia, con la decisione di
sospendere quegli associati che coinvolti in tali procedimenti si rifiutino di
collaborare con la giustizia, ha dimostrato di volersi far garante di quella
cultura della legalità che è il presupposto di una compiuta democrazia
economica.
Contribuendo così a disarticolare
il circuito criminale che – attraverso le estorsioni, e a seguire, l’usura, gli
appalti e i sub-appalti, il riciclaggio dei capitali – si infiltra nel tessuto
delle attività economiche.
Certo, alle denunce devono seguire
indagini rapide e condanne severe. E pene che devono essere scontate, tutte e
sino in fondo.
Solo così si può diffondere una
cultura della legalità, basata su diritti e sui doveri – e non su favori ed
acquiescenze - bilanciati in una simmetria assolutamente inderogabile. Una
simmetria, quella fra diritti e doveri che deve essere applicata in ogni
ambito.
A cominciare dall’immigrazione.
Gli immigrati sono una risorsa, preziosa ed essenziale per il Paese - un Paese
che invecchia e che ha bisogno di giovani - per l’intera economia, e per le
imprese.
Ma è una risorsa che deve essere
gestita e non subita, garantendo integrazione, accoglienza e rispetto della
regole. Nell’interesse degli stessi immigrati e dei cittadini italiani.
Perché solo attraverso il rispetto
da parte di tutti dei reciproci diritti e doveri è possibile garantire la
legalità e la sicurezza, ma anche e soprattutto combattere la piaga del lavoro
nero e delle attività sommerse che innescano una spirale di degrado, povertà e
disperazione che spingono al crimine.
E’ la clandestinità la piaga da
combattere, e in tal senso sono sicuramente apprezzabili gli interventi
individuati dal Governo per incidere sulle dinamiche che ne consentono la
proliferazione, punendo chi sfrutta illegalmente la disperata ricerca di un
lavoro o di un abitazione da parte di chi non ha possibilità di scelta.
Perché abbiamo sperimentato che,
al contrario, laddove vi è una gestione regolamentata, come nel caso della
gestione dei flussi degli ingressi degli immigrati stagionali - che sono ormai
una componente strutturalmente organizzata e determinante per molti dei nostri
settori - non solo vi è rispetto di diritti e doveri ma un indiscusso beneficio
per il sistema economico.
I diritti e i doveri d’altronde
non si esauriscono qui, anzi.
C’è un diritto alla sicurezza che
deve essere garantito ad ogni cittadino, ad ogni impresa, affinché nessuno si
senta minacciato nella sua persona e nei suoi beni.
A questo diritto corrisponde un
diritto/dovere da parte delle istituzioni a cui è demandato in via prioritaria
il compito di presidiare il territorio, perché solo con il controllo capillare
e la presenza costanze delle forze dell’ordine si può prevenire e reprimere la
criminalità.
Un ruolo determinante,
specialmente in termini di prevenzione può e deve essere svolto con la
collaborazione degli enti locali, che più di altri possono influire per
contrastare il degrado urbano, nel quale si annidano e proliferano quelle
sacche di criminalità diffusa che
esasperano i cittadini.
Fa riflettere in tal senso quella
che è stata definita la “politica della finestra rotta” di Rudolph Giuliani,
già sindaco di New York: se in un quartiere c’è una finestra rotta e non si
aggiusta presto ce ne sarà un’altra, poi una panchina divelta, poi una cabina
telefonica danneggiata, un lampione fuori uso e un altro ancora, e, a seguire,
lo spaccio di stupefacenti, con ciò che ne consegue.
Bisogna quindi creare una stretta
collaborazione fra forze di polizia ed enti locali per integrare il “controllo
del territorio” da parte delle stesse forze di polizia con il “governo del
territorio” da parte delle autorità locali. Bene quindi i poliziotti o i
carabinieri di quartiere, ma tale presenza deve essere accompagnata da investimenti sistematici e
progetti mirati di riqualificazione, specialmente nelle aree periferiche o più
degradate.
E’ questa una considerazione che è
d’altronde confermata dai risultati della nostra indagine, dalla quale emerge
che le rapine, un crimine strettamente connesso a quella criminalità diffusa
che nasce in situazioni di degrado e di abbandono del territorio, sono
percepiti ovunque in netto aumento, ma ancor più nelle grandi città del Centro
Sud e più in generale al Centro.
E ancora più significativa è
l’esperienza diretta degli intervistati: il 17% ha effettivamente subito
rapine, furti o estorsioni, ma la percentuale sale fino al 25% nelle grandi
città del Centro Sud.
La gravità della situazione è
insomma evidente e comunque devo riconoscere al nuovo Governo che non ha
indugiato nell’affrontare la questione, con provvedimenti che aspettavamo da
tempo. Cioè quella “tolleranza zero” che più volte abbiamo chiesto in passato.
Prima di concludere non posso
tuttavia non affrontare un problema oggettivo, che è quello delle risorse da
destinare alla sicurezza, perché senza risorse non si risolvono i problemi.
Le forze dell’ordine sono
cronicamente in carenza di organico e le risorse finanziarie destinate agli
investimenti e ai consumi intermedi - ossia ai mezzi e agli strumenti necessari
per contrastare la criminalità - sono spesso insufficienti.
Non voglio entrare nel merito del
dibattito sul reperimento e sulla quantità delle risorse da destinare alla
sicurezza ma credo che in termini di ottimizzazione e razionalizzazione
qualcosa possa essere fatto.
E anche le nuove norme “antimafia”
contenute nel decreto e nel disegno di legge “sicurezza”, oltre a colpire
direttamente il cuore delle organizzazioni criminali possono contribuire a
riconvertire beni e patrimoni da destinare al ripristino di legalità e
sicurezza proprio laddove queste sono maggiormente minacciate.
Insomma credo che oggi ci siano le
condizioni per restituire ai cittadini la fiducia di poter vivere - e lavorare
-serenamente in un Paese in cui alla parole sicurezza e legalità non debba più essere associato
il termine “emergenza”.
Perché oggi le imprese - e i
nostri imprenditori in particolare, che tutti i giorni alzano la saracinesca e
lavorano sulla strada - non possono più continuare a stare in trincea.
Grazie.