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L’emergenza
educativa Palazzo
"Ca’ Corner" Venezia, 19
settembre 2008 |
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Intervento del Presidente di Confcommercio
Carlo Sangalli
Cari Amici,
sono, anzitutto, latore di un messaggio di saluto e di
auguri di buon lavoro. Il saluto e gli auguri del Presidente Berlusconi, che,
purtroppo, oggi non ha potuto essere qui con noi.
Ci dispiace, naturalmente. Ma comprendiamo che si tratta
di giornate, di ore ormai decisive per cercare di risolvere il caso Alitalia.
Sul quale, una cosa sola voglio dire: è necessario che il filo del confronto si
riannodi, ma è altrettanto necessario che il principio di responsabilità nei
confronti degli interessi generali del Paese sia fatto proprio da tutti gli
attori del confronto. Perché la partita la si sta giocando oltre il “90°
minuto” e non è davvero più tempo né di tatticismi, né di ambiguità.
Ma sono anche latore di una promessa: la promessa del
Presidente Berlusconi di essere con noi l’anno venturo per il prossimo forum
dei Giovani Imprenditori di Confcommercio.
Siamo, dunque, alla conclusione di queste due intense
giornate di lavoro fortemente volute dai Giovani Imprenditori di Confcommercio.
Giovani Imprenditori che confermano e rafforzano, con
questa loro iniziativa, una missione associativa vocata al confronto con il
“nuovo” che avanza nel presente e che prepara i cambiamenti del futuro,
nell’economia e nella società.
Per questo, i Giovani Imprenditori sono, anche nella
nostra esperienza associativa, non dei “battitori liberi”, ma piuttosto degli
esploratori di nuove frontiere, degli scopritori di nuove rotte e di nuovi
approdi lungo i quali far fiorire scambi e commerci.
E’, del resto, questa la storia che ha fatto grande
Venezia, questa splendida città che oggi ci ospita. Ed è una storia
straordinariamente attuale nel mondo contemporaneo, in cui competere significa
pensare ed agire su scala globale.
E, allora e anzitutto, grazie agli autorevolissimi
relatori e a quanti hanno partecipato, e un ringraziamento particolare –
consentitemelo – a Paolo Galimberti per i temi posti in discussione e per il
titolo generale dell’incontro: “l’emergenza educativa”.
Perché – così a me sembra – non è un titolo strillato e ad
effetto. Al contrario, è tanto la registrazione oggettiva della crisi del
nostro sistema educativo, quanto e soprattutto la conseguente indicazione di
una priorità con la quale il Paese, tutto il Paese, è chiamato a confrontarsi.
Molti sono i dati che dicono dell’emergenza educativa, ma ce
ne sono un paio che mi hanno particolarmente colpito: tra il 2000 e il 2006, si
riduce drasticamente, nel nostro Paese, il numero di quindicenni con capacità
di lettura elevate.
Sul versante dell’Università, atenei e business-school
spagnole svettano,oggi, nelle graduatorie internazionali d’eccellenza. Le
presenze italiane sono, invece, davvero troppo rare. E non c’è, dunque, da
meravigliarsi del “guanto di sfida” lanciato dall’economia spagnola nei
confronti di quella italiana.
Intendiamoci: non voglio certamente dire che sia tutto da
buttar via e che, nel nostro sistema educativo, manchino – dalla scuola
elementare all’Università – buone pratiche e pratiche eccellenti. Non mancano
né buoni docenti, né bravi studenti.
Ma è il sistema educativo nel suo complesso che si è
inceppato; sono le sue regole fondamentali di organizzazione e di funzionamento
che lo fanno girare a scartamento ridotto.
E poiché - nel tempo della globalizzazione in cui, per
parafrasare Giulio Tremonti, la speranza non deve venire meno, ma le paure ci
sono e sono motivate – tutti i processi si accelerano e certo i nostri
competitori non restano al palo, ecco che ci troviamo a fare i conti con una
vera e propria emergenza.
E quale è la causa fondamentale di questa emergenza
educativa, come delle tante altre emergenze del nostro Paese?
Mi basta una risposta sintetica: la causa è una troppo
lunga stagione della storia del nostro Paese in cui si è affievolito il
principio della responsabilità individuale e collettiva e, conseguentemente, quello
del riconoscimento e del premio del merito e del talento.
Inutile, dunque, ricercare colpevoli e rimpallarsi accuse.
Meglio, molto meglio – di fronte all’emergenza, di fronte
alle emergenze – rimboccarsi le maniche e darsi da fare.
Cercando allora di condividere – nella politica e tra la
politica e le forze sociali – questa rivoluzione copernicana per la
responsabilità, il merito, il talento.
Non dico che sia facile. Dico però – forse a dispetto di
qualche ‘declinista’ – che è tanto necessario, quanto possibile.
E’, insomma, la necessità e la possibilità di una
legislatura costituente, che, con il concorso di tutti, si misuri con le
questioni chiave del nostro Paese, a partire appunto dall’emergenza educativa.
Su questo terreno, infatti, tutti condividono, tutti
condividiamo l’idea che l’investimento sulla qualità della scuola e
dell’università, e in una accezione più ampia del sistema educativo e
formativo, sia davvero il migliore investimento per il futuro del Paese: per
assicurargli una crescita più robusta e di migliore qualità, per costruire
maggiore coesione sociale e territoriale.
E’, allora, un problema di quantità di risorse? Anche,
certo. Ma è soprattutto un problema di qualità nell’impiego delle risorse.
E’, in altri termini e anche in questo caso, un problema
di produttività della spesa pubblica, che non può essere rinviato sine die.
Insomma, bisogna perseverare nel far emergere e nel
risolvere nodi notissimi: un rapporto sperequato tra insegnanti e allievi, che
non consente di pagare adeguatamente chi insegna; una distribuzione delle
risorse pubbliche destinate alla scuola e all’università, che non premia
adeguatamente le migliori esperienze; una maggiore concorrenza nell’offerta
formativa pubblica e privata; una più stretta partnership tra mondo della
scuola e dell’università e mondo dell’impresa e del lavoro.
Su quest’ultimo punto, in particolare, propongo al
Ministro Gelmini – che ringrazio per il suo intervento – di lavorare, insieme e
rapidamente, per cercare di portare, in particolare nelle classi della scuola
secondaria superiore, la testimonianza diretta di chi fa impresa e, in
particolare, quella dei giovani imprenditori.
Lo dico, naturalmente, perché considero l’Italia delle
piccole e medie imprese e della spinta all’autoimprenditorialità una risorsa
per il presente e per il futuro. Ed una risorsa che va particolarmente
coltivata proprio sul terreno del rapporto tra scuola e mondo del lavoro.
Lo avete già capito: non nego le difficoltà, ma, in
generale, sono convinto del fatto che il nostro Paese può farcela.
Sono convinto del fatto che sia possibile costruire
un’Italia più ambiziosa.
Lo dico, perché vedo avanzare segnali importanti del
riconoscimento del principio di responsabilità.
Sul terreno del confronto per una nuova architettura del
modello contrattuale, che consenta di premiare chi più si impegna e
contribuisce alla crescita della produttività.
Perché rafforzare la produttività è un’esigenza generale
del nostro sistema economico, e tanto più lo è per quell’economia dei servizi,
che noi largamente rappresentiamo e che, già oggi, contribuisce per ben più del
40% alla formazione del PIL e dell’occupazione del nostro Paese.
Al Sindacato, dunque, rinnovo l’invito ad aprire al più
presto il confronto sui modelli contrattuali per l’area dei servizi.
Prima lo si fa e meglio è. Perché non c’è davvero tempo da
perdere.
Il principio di responsabilità avanza, poi, sul terreno
della riforma della pubblica amministrazione. E’ una questione di capitale
importanza.
Perché pubbliche amministrazioni più efficienti e
produttive non solo concorrono al necessario contenimento della spesa pubblica,
ma soprattutto sono davvero un’infrastruttura fondamentale per un Paese
competitivo.
In sostanza, dipende particolarmente da una funzione
pubblica più efficiente la possibilità di incrementare significativamente
qualità e produttività della spesa pubblica, recuperando “sprechi” che, ogni
anno, bruciano qualcosa come 5 punti di PIL.
Ristrutturare, riqualificare, ridurre la spesa pubblica.
E’ possibile ed è necessario, se davvero si vuole ridurre la pressione fiscale
in parallelo al recupero di evasione ed elusione fiscale.
Qualcosa è stato fatto, e certo non sottovalutiamo
l’importanza né dell’abolizione dell’ICI, né dell’abbattimento del carico
fiscale sugli straordinari e sui premi.
E tanto più non sottovalutiamo l’importanza di questi
provvedimenti, perché siamo consapevoli della necessità di mettere in sicurezza
il Paese rispetto alla “tempesta perfetta” che si è abbattuta sul mondo della
finanza globalizzata.
Lo si è fatto, lo si sta facendo con il rigore sui conti
pubblici e con una manovra finanziaria che fa leva sui risparmi di spesa,
anziché su più tasse.
Bisogna proseguire in questa direzione, tenere ferma la
rotta ed accelerare il cammino.
Sfruttando ogni margine di manovra che si renderà
disponibile per continuare a ridurre il carico fiscale e per dar fiato a quei
consumi delle famiglie che sono davvero allo stremo, e senza la cui ripresa la
recessione è davvero dietro l’angolo.
E intanto si confermino, si rendano strutturali e, per
quanto possibile, si rafforzino le misure di riduzione del prelievo fiscale sui
premi e gli straordinari e, insieme, si affronti, in sede nazionale ed europea,
il nodo della riduzione delle aliquote IVA per il turismo.
Ecco, questo è anche il modo in cui, a nostro avviso, va
pensato e costruito il federalismo fiscale, la cui attuazione è – lo ha
ricordato ieri l’altro, proprio qui a Venezia, il Presidente della Repubblica,
Giorgio Napolitano – “un imperativo di chiarezza e di razionalizzazione che non
può essere ulteriormente eluso”.
E’ un’occasione, certo difficile e con esiti non scontati,
per praticare il principio di responsabilità nel ricorso alla leva fiscale e
nelle scelte di impiego delle risorse pubbliche ad ogni livello
dell’architettura istituzionale.
Il federalismo fiscale può essere, deve essere uno
strumento che concorra alla riduzione della pressione fiscale complessiva a
carico dei cittadini e delle imprese.
Può essere, deve essere la cartina al tornasole della
volontà di costruire un federalismo competitivo e solidale.
Quello, cioè, che non lascia nessuno al suo destino, ma
che a tutti chiede responsabilità nell’uso delle risorse.
Ecco, queste sono non le mie conclusioni, ma le mie
riflessioni su un percorso che mi sembra si stia aprendo.
Riflessioni – lo ripeto – che non negano difficoltà e
sfide del presente. Ma che vogliono anche dire che un futuro migliore è
certamente possibile.
Dipende dalla qualità delle scelte e dalla coerenza dei
comportamenti. Dipende, certo, dalla responsabilità della politica, ma anche
delle forze sociali e, vorrei dire, di ciascuno di noi.
Dipende, in particolare, dall’intelligenza e dalla
passione, dalla determinazione e dal coraggio dei giovani imprenditori.
So che siete tanti e che non mollate. Per questo,
un’Italia più ambiziosa è possibile.