Roma, 3 Dicembre 2008
Fare le considerazioni generali in un momento come
quello attuale, in cui l’economia mondiale sta attraversando una fase di forte
crisi, sulla cui entità e durata c’è ancora una sostanziale incertezza, è
sempre difficile.
Tanto più difficile perché i
contraccolpi di questa crisi si sono innestati su un quadro economico già
caratterizzato da una domanda per consumi ferma da molto tempo e da latri elementi
di criticità, sintomatici delle difficoltà del nostro sistema a recuperare gli
svantaggi competitivi con il resto d’Europa.
Noi
non siamo certo tra i più pessimisti, ma questa è una crisi profonda e
strutturale, che viene da lontano e che avrà anche nel prossimo anno il segno
meno sia per il PIL che per i consumi.
Senza fare giri di parole, è ormai chiaro, in sostanza,
che l’Italia, anche alla luce dei dati del Pil dell’ultimo trimestre, dovrà
affrontare un periodo di recessione.
Una previsione che, proprio pochi giorni fa, è stata
“certificata” anche dall’Ocse nel suo ultimo bollettino economico.
E se
l’Italia – e questo è vero ed è un bene - ha qualche buon punto di tenuta: un
sistema bancario e finanziario comparativamente più solido rispetto a quanto si
registra in altre aree dell’economia globalizzata; la propensione al risparmio
delle famiglie; la flessibilità tipica del suo tessuto di piccole e medie
imprese; una manovra finanziaria triennale di aggiustamento dei conti pubblici,
che ci ha reso più solidi e credibili di fronte all’impatto della crisi.
D’altra parte, è pur vero che l’Italia ha anche problemi
che vengono da lontano e che siamo soliti sintetizzare sotto i titoli della
crescita lenta, della competitività difficile, della produttività stagnante o
declinante.
Uno scenario nel quale la crisi strutturale dei mercati
finanziari ed il suo impatto sull’economia reale sono destinati inevitabilmente
ad avere forti ripercussioni sul nostro sistema produttivo.
Sulle multinazionali tascabili vocate all’export e
fortemente connesse agli andamenti della
congiuntura su scala internazionale, così come sulle imprese che operano sul
mercato interno e che si confrontano con una persistente e crescente debolezza
dei consumi.
E, proprio
sul versante dei consumi, le previsioni del nostro Ufficio Studi ci dicono che
la domanda interna sarà in calo per tre anni consecutivi, -0,5% nel 2008 e nel
2009 e –0,4% nel 2010.
Numeri che, tradotti, significano che non ci saranno dei
crolli – la cosiddetta crisi a “V” – ma che patiremo, come lo stiamo già
facendo, una crisi più lunga, una crisi a “U”.
Come d’altronde confermano le stesse previsioni sui
cosiddetti consumi di Natale.
Insomma, si intravede la possibilità che la fase più
acuta di riduzione della domanda per consumi stia giungendo al termine. Il che
non vuol dire che le prospettive dell’economia siano favorevolmente orientate
ad una ripresa, ma soltanto che in futuro ci sarà una fase abbastanza lunga di
assestamento dei ridotti livelli di spesa aggregata e procapite raggiunti nel
corso del 2008.
E’ finita, dunque, l’era della crescita a debito e del
primato del capitalismo finanziario sull’economia reale. E ripartire non sarà
facile. Da qui discende anzitutto la necessità di risposte profonde, straordinarie
ed urgenti.
E le risposte che sono state date con il pacchetto di
misure presentato dalla Commissione Europea e dal Governo italiano la scorsa
settimana, anche se vanno nella giusta direzione, possono e debbono essere
migliorate.
Abbiamo apprezzato, infatti, la detassazione per i contratti di
produttività, la revisione congiunturale
speciale degli studi di settore, l’IVA di cassa e la deducibilità forfetaria
dell’IRAP, la velocizzazione dei rimborsi fiscali e dei pagamenti della
pubblica amministrazione, il potenziamento finanziario dei consorzi di garanzia
fidi, l’accelerazione della spesa per le infrastrutture ed anche l’attenzione
agli ammortizzatori sociali.
Certo è mancata una scelta
importante come la detassazione della tredicesima, una misura che continuiamo a
ritenere necessaria perché avrebbe potuto svolgere un ruolo immediato ed
efficace a sostegno dei consumi e che auspichiamo, quindi, venga recuperata se
non del tutto, almeno in parte nel periodo di conversione in legge del decreto.
Ma vi è anche la necessità – lo sottolineo – di
un’adeguata valutazione dell’impatto di questa crisi in sede di studi di
settore. Basti ricordare, al riguardo, che, solo nei primi nove mesi di
quest’anno, si registra una riduzione netta del numero di imprese commerciali
di oltre 30 mila unità.
Insomma, le
cose da fare non mancano e il percorso per rimettere il nostro Paese sulla
strada di una crescita più robusta e duratura è ancora lungo e tortuoso.
Ma è
importante che in questo percorso il confronto tra Governo, Parlamento e forze
sociali si sviluppi in modo continuo e strutturato, dando così un contributo
importante alla coesione del Paese.
Una
coesione sempre necessaria e tanto più necessaria in tempi di crisi.
Grazie e buon lavoro.