Perugia,
4 dicembre 2008
Cari
Amici, Signore e Signori,
è
con grande piacere che ho accolto l’invito del presidente Mencaroni a
partecipare a questo importante incontro organizzato da Confcommercio Provincia
di Perugia.
L’Italia
è il Paese dei comuni, soprattutto di piccole dimensioni: degli oltre 8mila
comuni italiani, infatti, solo 43 superano i 100mila abitanti e 12 hanno oltre
250mila abitanti. Un grande patrimonio, quindi, che rappresenta un’indubbia
ricchezza per il Paese e una risorsa strategica per la gestione del territorio
e dei servizi.
E’
nei comuni di piccole e medie dimensioni che si ritrovano non solo gran parte
delle radici storiche, artistiche e culturali del Paese, ma anche le
specificità, le peculiarità e le qualità che hanno contribuito a rendere famoso
il made in Italy nel mondo e hanno costituito un terreno fertile per la
crescita economica e sociale del Paese.
Non
si deve, dunque, guardare ai nostri centri storici e ai nostri borghi come a
dei luoghi chiusi e circoscritti ma come a territori densi di risorse
ambientali, paesaggistiche e insediative da rilanciare e valorizzare. Perché è
dall’incontro di conoscenze e
tradizioni, proprie di questi luoghi, che si possono sviluppare economie
ad alto valore aggiunto capaci di creare maggior benessere e di utilizzare
minori risorse.
Per
questo motivo serve un impegno e uno sforzo collettivo ancora maggiore da parte
di tutti i soggetti - istituzioni, enti locali, cittadini, imprese - perché
questi territori e queste identità vengano preservati e non vadano persi per
sempre.
Da
un recente rapporto Confcommercio-Legambiente sul disagio insediativo emerge,
infatti, che molti comuni, non solo di piccole dimensioni ma anche oltre la
metà di quelli con meno di 10mila abitanti, nel prossimo decennio, sono a
rischio di estinzione, sono destinati a diventare delle vere e proprie
“ghost-town”, città fantasma abbandonate da tutto e da tutti. E a correre questo
pericolo sono ben un quinto dei comuni italiani, che coprono un sesto del
territorio e in cui risiede il 4,2% della popolazione. In Italia, dunque,
accanto a una nicchia di eccellenze e di produzioni diffuse sul territorio che,
fortunatamente, ancora contribuiscono alla crescita delle economie locali, ci
sono molti territori che perdono vitalità e qualità, anche per il ridursi degli
insediamenti commerciali e dei servizi.
Infatti,
i recenti dati sulla nati-mortalità delle imprese del commercio e dei servizi
non sono per nulla confortanti. Nei primi nove mesi del 2008 questo saldo è
stato pari a – 30.672 nel commercio, in particolare – 17.714 nel dettaglio, a –
4.474 per gli alberghi e i ristoranti, a –18.295 nei servizi.
La
cosiddetta “desertificazione commerciale” dei centri storici e dei piccoli
borghi. Una sorta di deregulation. Un errore fatto, per esempio, in Francia,
dove il proliferare di grandi strutture commerciali, che ha reso necessario il
ricorso a più riprese allo strumento normativo per l’attuazione di forme
compensative e incentivanti per la sopravvivenza del piccolo commercio,
dovrebbe farci riflettere.
Il
commercio e, in un’accezione più ampia, il terziario sono, infatti, parte
stessa del tessuto sociale dei centri urbani, sono linfa vitale per le
relazioni sociali, economiche e culturali dei territori.
Non
a caso, nelle poleis greche il luogo di riunione per eccellenza, l’agorà, era
in prima battuta un luogo di mercato, a significare che le attività commerciali
già in quell’epoca svolgevano una funzione civile e collettiva non separabile
dalla città.
Il
commercio, anche quando si organizza in appositi edifici, tende a ricreare le
due forme principali di organizzazione urbana, la strada e la piazza,
riproponendo i ritmi e le situazione del tessuto urbano.
Laddove,
soprattutto negli anni Ottanta e Novanta, si è innescato un processo di
marginalizzazione e di allontanamento del commercio tradizionale dai centri
storici e dai loro dintorni, per via della notevole crescita di grandi strutture
distributive in aree periferiche o extra-urbane, si è spesso registrata una
perdita di altre funzioni cittadine, in primis quella residenziale, e si è
facilitato un percorso che inesorabilmente conduce al declino sociale ed
economico.
In
questi anni si registrano, al contrario, segnali di un’inversione di tendenza:
cresce, infatti, a vari livelli istituzionali la consapevolezza del ruolo e
della funzione delle città e dei sistemi urbani per la crescita della
competitività dei sistemi nazionali. Ciò, peraltro, ha un valore ancor più
significativo per il nostro Paese, ricco come nessun altro di arte e cultura,
dove i legami con i luoghi di nascita sono fortissimi rispetto a quanto avviene
all’estero.
Oggi
nascono e si diffondono anche da noi iniziative a carattere regionale per il
sostegno e il recupero dei centri
storici che devono acquisire e riconquistare terreno in termini di attrattività
e capacità di competere. In molti casi si tratta di piccoli centri che
risultano in gran parte esclusi dai grandi flussi dei visitatori e dei turisti
e che rischiano lo spopolamento e il decadimento.
Il
futuro dei nostri centri storici e dei nostri borghi è collegato a filo doppio
con il terziario: le imprese terziarie come motore di sviluppo per il territorio
e il territorio stesso, e le sue specificità, come opportunità imprenditoriale
e come parte integrante del prodotto offerto dall’impresa commerciale,
turistica, di servizi.
Dobbiamo,
quindi, imparare a considerare questi luoghi come veri e propri centri
commerciali naturali, e a non relegarli al semplice rango di un insieme sparso
di negozi e attività imprenditoriali.
I
centri urbani, anche quelli piccoli, esprimono, infatti, una varietà di
condizioni, risorse e potenzialità straordinarie, e possono essere oggetto di
interventi di rivitalizzazione imperniati sia sulla qualità del contesto urbano
che sulla qualità delle reti di carattere immateriale e culturale.
Spesso
nei centri storici mancano gli abitanti perché sono frequentati soprattutto da
persone che vi lavorano soltanto. A volte sembra di ritrovarsi su un set
cinematografico o di un allestimento scenico: arrivato l’orario di chiusura
delle attività, lo spazio urbano si svuota e si svilisce.
La
tutela di questi luoghi non può, quindi, prescindere dall’esigenza di costruire
spazi e funzioni dove gli uomini possano vivere armonicamente. Sono, pertanto,
necessari programmi e progetti integrati che sappiano affrontare la
salvaguardia e il rilancio dei centri urbani e che sappiano promuovere l’equilibrio
tra le diverse tipologie di vendita e di funzioni urbane. Un aspetto
fondamentale sia per misurare il livello
e la vitalità dell’economia urbana che per le opportunità occupazionali
e lo svolgimento delle attività sociali.
In
questo contesto molto possono fare anche le organizzazioni di categoria: a loro
spetta un ruolo fondamentale di stimolo e di impulso nel campo della
formazione, nell’aggregare le imprese su progetti di marketing urbano, nel
favorire e sostenere iniziative promozionali e commerciali. Mi riferisco, in
particolare, alle azioni per la riqualificazione di strade storiche per lo
shopping, per la creazione di itinerari turistico commerciali e a “percorsi
d’acquisto” nei centri urbani, per la valorizzazione delle botteghe storiche.
Su queste iniziative Confcommercio e le organizzazioni provinciali presenti sul
territorio, come testimonia anche l’incontro di oggi, stanno ponendo una grande
attenzione e si stanno adoperando. A questo proposito mi piace ricordare che in
Confcommercio abbiamo costituito un’apposita Commissione Consiliare per le
Politiche sulle Aree Urbane e che proprio qui in Umbria, su iniziativa della
Confcommercio Provincia di Perugia, sono partiti due progetti – City Mall e
Urban.com – con l’obiettivo di individuare e proporre soluzioni per favorire la
competitività dei centri urbani.
Certo
anche le Istituzioni locali, regionali
e nazionali devono fare la propria parte perché si realizzi un
progetto complessivo, efficace e
condiviso di centro storico che tenga conto non solo degli aspetti legati al
patrimonio storico, artistico e culturale, all’offerta commerciale, turistica,
di ristorazione e di intrattenimento sul territorio, all’offerta di servizi, ma
anche di altri fattori, ugualmente importanti e imprescindibili, come la
sicurezza pubblica, la pulizia delle strade, la qualità dell’assetto e
dell’arredo urbano, la mobilità e l’accessibilità.
In
tal senso, confidiamo in un cammino spedito delle proposte di legge per la
riqualificazione e la rivitalizzazione dei nostri centri storici anche se, in
verità, le misure attualmente all’esame del Parlamento appaiono ancora
insufficienti per un reale e complessivo recupero e valorizzazione di questi
luoghi.
Servono,
infatti, politiche infrastrutturali non più rinviabili che sappiano coniugare
le necessità del commercio, del turismo
e dei servizi, e in grado di attivare processi virtuosi.
Perché
pianificare l’assetto generale dei centri storici e dei borghi italiani è anche
l’occasione per ripensare il ruolo del commercio e analizzarne in profondità
forma e struttura.
Perché
occuparsi di commercio in ambito urbanistico obbliga a riflessioni sull’uso
della città. Il miglior funzionamento dei sistemi distributivi è, di fatto,
sensibile a vari fattori che vanno dal patrimonio immobiliare al miglioramento
di ciascun luogo, dal potenziamento del sistema dell’ospitalità ad una migliore
offerta culturale, dal rafforzamento dei servizi alla valutazione sulle
convenienze e sulle diseconomie inerenti il trasporto di merci e persone in ambito
urbano.
Perché
il centro storico rimane il luogo privilegiato per l’acquisto di molte
categorie di beni e servizi, ed è garanzia della merce che connota di
prestigio. In questo senso, il centro assume una molteplicità di significati:
luogo dell’acquisto, ma anche della passeggiata e delle pratiche sociali e
burocratiche, così come rappresentazione dell’identità sociale e dell’appartenenza al
territorio.
Magnifici
o disarmonici che appaiano, i nostri centri storici e piccoli borghi sono,
pertanto, il teatro della nostra storia, dei nostri usi e costumi, delle nostre
tradizioni e in quanto tali rappresentano un insieme di valori
socio-economico-culturali che non possiamo ignorare e di cui non dobbiamo
privarci.
Grazie.