
Intervento del
Presidente
Carlo Sangalli
Napoli, 22
novembre 2011
Cari Amici,
anzitutto grazie per avere accolto l’invito ad
essere protagonisti di questa tappa territoriale degli Stati Generali
dell’Economia dei Servizi, promossi da Confcommercio-Imprese per l’Italia.
Tappa dedicata a mettere a fuoco ragioni e
condizioni di un Mezzogiorno che cresca di più e meglio per un’Italia che,
tutta insieme, cresca di più e meglio.
Oggi, affrontiamo, dunque, uno snodo cruciale per
il futuro del nostro Paese.
Perché è indubbio che questo sia, a
centocinquant’anni dall’Unità, il frangente storico con cui l’Italia deve
misurarsi: la necessità assoluta di tornare a crescere, in un quadro di solida
disciplina del bilancio pubblico.
Necessità assoluta, perché dal ritorno alla
crescita dipende tanto la fiducia degli italiani, quanto la ricostruzione della
fiducia internazionale nei confronti dell’Italia.
Necessità assoluta, perché senza crescita, senza
più crescita, è a rischio tanto la coesione sociale, territoriale e
generazionale, quanto la sostenibilità del debito pubblico.
Per rispondere a questa necessità, occorre,
anzitutto, una politica che sappia fare prevalere gli interessi generali del
Paese e, in questo modo, le ragioni del suo futuro e dei suoi giovani.
E’ questa la missione affidata al nuovo Esecutivo, guidato dal Senatore Mario
Monti.
E’ una missione che richiede, sul piano del metodo,
il più ampio contributo delle forze politiche e sociali ed una condivisa
responsabilità repubblicana.
E’ una missione che richiede, sul piano del merito,
scelte coraggiose ed ambiziose.
Quelle scelte che occorrono per rimettere in moto
l’Italia, affrontando e risolvendo i nodi notissimi e di lungo corso di una
competitività difficile e divenuta difficilissima, di una crescita lenta e
divenuta lentissima.
Per parte nostra, queste scelte le abbiamo
sollecitate, ancora di recente, con “Anzitutto l’Italia”, il documento
programmatico dei nostri Stati Generali dell’Economia dei Servizi.
Sappiamo, infatti, che occorreranno ancora
sacrifici.
Ma chiediamo che questi sacrifici siano ripagati
con il “dividendo” delle scelte necessarie per il futuro dell’Italia.
Sono le scelte necessarie per controllare e ridurre
la spesa pubblica, e per contrastare e recuperare evasione ed elusione. Ponendo
così le basi per una progressiva riduzione di un livello di pressione fiscale
divenuto ormai intollerabile.
Sono le scelte necessarie per rilanciare
privatizzazioni, liberalizzazioni e semplificazioni. Agendo così tanto per la
riduzione del debito pubblico, quanto per la “liberazione” delle energie del
lavoro e delle imprese italiane.
Sono le scelte necessarie per reperire risorse
destinate agli investimenti infrastrutturali ed al capitale sociale ed umano.
Operando così per un’Italia che sia in grado di competere ad armi pari in ogni
mercato.
Sono le scelte necessarie per riformare politica ed
istituzioni. Rinnovando così l’etica pubblica e riguadagnando il rispetto e la
fiducia dei cittadini.
Sono scelte note e, spesso, anche condivise tra le forze politiche
e sociali.
All’attuazione di queste scelte, ci siamo impegnati
anche in sede europea.
E’ un impegno che va onorato.
E, onorandolo, possiamo fare del vincolo europeo
un’opportunità di cambiamento e di miglioramento.
E’ giusto, infatti, ricordare le caratteristiche
globali della crisi, e le incertezze ed i ritardi con cui l’Unione europea ha
affrontato la crisi dei debiti sovrani e dell’euro.
Ma – come ha sottolineato Mario Draghi in uno dei
suoi ultimi interventi da Governatore – “la salvezza e il rilancio
dell’economia italiana possono venire solo dagli italiani”.
E’ questo, peraltro, anche il modo corretto di
intendere una giusta cooperazione europea che chiede a ciascuno di fare la
propria parte: tutta e sino in fondo.
E’ questa, ancora, la condizione politica per
rinnovare il protagonismo dell’Italia in Europa e per fare avanzare il processo
di costruzione politica di un’Unione europea con una forte dimensione
mediterranea.
Occorre, allora, responsabilità repubblicana: il
riconoscimento, cioè, del primato del “bene comune” dell’Italia.
Un riconoscimento che deve tradursi nella più
tempestiva attuazione di politiche
e di riforme, il cui tenace filo unitario sia la connessione strettissima tra
risanamento della finanza pubblica e spinta alla crescita.
E’ questa la governabilità ambiziosa di cui
l’Italia ha necessità ed urgenza e che noi chiediamo.
Offrendo, al contempo, il nostro contributo di
analisi e di proposta per mobilitare le energie del lavoro e delle imprese, a
partire da quella economia dei servizi che particolarmente rappresentiamo.
Questa economia può infatti essere - in Europa, in Italia e nel nostro Mezzogiorno -
uno straordinario motore di produttività, di crescita, di occupazione.
Ad esempio, nel turismo: facendo fruttare, per via
di innovazione e di aggregazioni imprenditoriali di rete, il patrimonio
dell’identità italiana e, con essa, del nostro Mezzogiorno.
Ancora ad esempio, nel commercio: lavorando sul
nesso strettissimo tra riqualificazione dei tessuti urbani e vitale compresenza
di piccole, medie e grandi superfici di vendita.
Pigiamo, dunque, il pedale dell’innovazione,
tecnologica ed organizzativa, e procediamo a semplificazioni e liberalizzazioni
ancora necessarie, a partire dai servizi pubblici locali, dalle professioni e
dal trasporto ferroviario.
Rafforziamo, anche attraverso selezionati
investimenti infrastrutturali, la competitività del sistema dei trasporti e
della logistica.
Riduciamo i costi della provvista energetica e
perseguiamo efficienza e risparmio energetico.
E cerchiamo di fare dell’Italia una società più
attiva.
In cui, cioè, più occupazione - ed anzitutto l’occupazione dei giovani,
delle donne e nel Mezzogiorno –
sia condizione di una sicurezza sociale più inclusiva e finanziariamente
sostenibile.
Costruire questa società attiva significa contenere
spesa previdenziale e
riformare strutturalmente il sistema degli ammortizzatori sociali.
Costruire questa società attiva significa ridurre
la troppo marcata segmentazione
del mercato del lavoro tra l’area dei contratti flessibili e a termine,
e l’area dei contratti a tempo indeterminato, anche attenuando la rigidità di
questi ultimi.
Costruire questa società attiva significa, ancora,
promozione del merito e della responsabilità nella scuola e nell’Università, e
puntuale collegamento tra scuola, Università e mondo delle imprese e del
lavoro.
Non tutto può essere fatto a costo zero.
Ma, anche in tempi difficili, le risorse possono e
devono essere trovate.
E’ qui che si esprime la capacità di selezionare ed
individuare priorità, andando oltre la tecnica dei tagli lineari e praticando una sorta di “chirurgia
ricostruttiva” della spesa pubblica.
Si tratta, dunque, non soltanto di spendere meno,
ma anche di spendere meglio.
E’ un’esigenza che emerge fortissima da un critico
consuntivo storico delle politiche di intervento per il Mezzogiorno.
Al punto tale che, ad esempio, il Senatore Nicola
Rossi ha ipotizzato una Commissione parlamentare sull’uso dei fondi europei
negli ultimi 15 anni anche per individuare le responsabilità in “una vicenda –
così ha scritto – in cui lo spreco di risorse pubbliche è stato tale da far
impallidire quanto avvenne durante la ricostruzione seguita al terremoto irpino
del 1980”.
Del resto, basta pensare a quanto, ancora di
recente, ha segnalato il Rapporto Svimez: tra il 2001 ed il 2010, il PIL del
Mezzogiorno si è ridotto dello 0,3% a fronte di una crescita del 3,5% del
Centro-Nord.
Il Presidente Monti, nelle sue dichiarazioni
programmatiche alle Camere, ha così giustamente ricordato: “Il nostro Paese
rimane caratterizzato da profonde disparità territoriali. Il lungo periodo di
bassa crescita e la crisi le hanno accentuate. Esiste una questione
meridionale: infrastrutture, disoccupazione, innovazione rispetto della
legalità”.
Occorre, allora, un decisivo cambio di passo per
porre fine alla “storia infinita” della questione meridionale.
Nella consapevolezza che più crescita significa,
anzitutto nel Mezzogiorno, contrasto della criminalità e della corruzione, e
più sicurezza e legalità.
E’ una nostra fondamentale richiesta.
E’ un nostro fondamentale impegno.
Il nostro protocollo d’intesa con il Ministero
dell’Interno ed il rigoroso codice etico di Confcommercio-Sicilia ne sono
esempio e concreta riprova.
Serve rigore: contro il racket delle estorsioni e
dell’usura e contro la criminalità organizzata; contro la criminalità diffusa e
contro il cancro della corruzione: una “tassa immorale ed occulta”, stimata
dalla Corte dei Conti nell’ordine di 50/60 miliardi di euro all’anno.
Su questo terreno, va costantemente rafforzato
l’impegno nostro e di tutte le forze politiche e sociali.
Vanno sviluppate tutte le azioni di collaborazione
con le istituzioni e, certo, non possono essere lesinate le risorse necessarie
per la più efficace azione delle forze dell’ordine e della magistratura.
Vanno affinate norme ed organizzazione, a partire
dall’organizzazione della giustizia civile.
Vanno affrontate, con severità e determinazione,
anche le patologie dell’abusivismo e della contraffazione.
Alterano mercato e concorrenza, alimentano economia
sommersa e lavoro nero.
Più crescita attraverso più legalità, dunque.
Rinnovando politica, istituzioni e pubbliche
amministrazioni sulla base – per dirla con parole recenti di Sabino Cassese
– di “un severo minimo di regole
valide per tutti”.
Regole che fondino una robusta cultura dei diritti
e dei doveri per battere in breccia la cultura dei privilegi e delle rendite,
dei favori e delle relazioni privilegiate.
Più crescita attraverso più efficienza della
pubblica amministrazione e più
produttività della spesa pubblica, allora.
Perché, ad esempio, nel Mezzogiorno, qualità e
quantità dei servizi pubblici sono fortemente ridotte rispetto al Centro-Nord.
Indagini di Banca d’Italia hanno però documentato
come, a fronte di tale divario, si registri in generale “una quantità di
risorse spese a livello locale relativamente uniforme”.
Le cronache confermano, purtroppo, questa
conclusione: troppe inefficienze, improduttività e sprechi si traducono , in tutto
il Paese ed anche nel Mezzogiorno,
nella dissipazione di circa 80 miliardi di euro all’anno.
Troppe cattedrali nel deserto e troppe opere
incompiute.
Non possiamo più permettercelo.
Lo dobbiamo, anzitutto, alla crescita ed allo
sviluppo del Mezzogiorno.
Spendere bene significa, allora, attuare meccanismi
di premialità e sanzione delle scelte politiche ed amministrative.
E’ un principio di responsabilità.
Tanto più essenziale, poi, nella prospettiva della
costruzione di un federalismo della responsabilità, che supporti la richiesta
di una fiscalità di vantaggio per il Mezzogiorno.
Spendere bene significa, ancora, capacità di
selezionare e perseguire pochi e fondamentali obiettivi strategici.
Privilegiando, nell’utilizzo dei fondi europei e
del loro cofinanziamento, la costruzione di condizioni di contesto che
concorrano alla maggiore produttività delle imprese e del lavoro, e meccanismi
automatici di incentivazione fiscale di investimenti ed occupazione.
E’ un punto essenziale del cosiddetto programma “Eurosud”.
Il programma straordinario per lo sviluppo del
Mezzogiorno, cioè, che costituisce parte essenziale delle riforme per la
crescita.
Ad esse, l’Italia si è impegnata in sede europea.
Alla loro puntuale e tempestiva
attuazione operativa, è ora tenuta.
Nel contesto di questo programma ed in coerenza con
gli obiettivi di crescita e di
coesione di Europa 2020, la revisione strategica dei fondi comunitari per il
periodo 2007-2013 dovrebbe assumere come prioritari obiettivi di sviluppo
dell’istruzione e della banda larga, delle reti di trasporto e ferroviarie,
dell’occupazione.
E’ un buon punto di partenza.
Per iniziare a rispondere alla condizione insostenibile di un Sud in cui
lavora meno di un giovane su tre.
Per cominciare a fare fronte ad un fabbisogno di
investimenti in infrastrutture di trasporto e di sistemi logistici nell’ordine
di 60 miliardi di euro.
Per far fruttare per via di innovazione tecnologica
ed organizzativa – come prima ricordavo – patrimonio identitario ed eccellenze
del Mezzogiorno nel turismo e nell’export.
“Siamo pieni – ha recentemente scritto Giuliano
Amato – di carenze e di acciacchi, ma vivaddio abbiamo la fortuna di vivere in
un Paese che davvero dispone di carte fra le più preziose in un mondo
globalizzato in cui quasi tutti potranno replicare quasi tutto”.
“Ciò che non potranno replicare però – prosegue
Amato – è tanto il patrimonio naturale e culturale italiano, quanto l’insieme
delle qualità italiane che quel patrimonio lo sanno aggiornare e poi offrire
sia in Italia che ovunque nel mondo”.
Di questo patrimonio, il Mezzogiorno è tanta,
tantissima parte.
Facciamo leva su questo patrimonio.
E’ essenziale per un’Italia che ha uno dei più
elevati debiti pubblici del mondo in rapporto al PIL, ma ha anche la fortuna di
detenere il primo patrimonio storico-culturale del mondo.
Abbiamo, ad esempio, il primato mondiale dei siti
Unesco: 45.
Ma uno studio recente ci dice che, fatto 100
l’indice di valorizzazione dei siti
italiani, quello dei siti spagnoli è 130, quello dei siti francesi è
190, quello dei siti cinesi è addirittura di 270.
Bisogna, allora, invertire la rotta.
Bisogna reagire ai crolli annunciati di Pompei ed
all’incuria dei templi di Selinunte, in Sicilia.
Perché davvero non vorremmo più leggere notizie
come quella della scoperta, a Pozzuoli, di un mausoleo romano.
Scoperto e sepolto, però, in una discarica abusiva,
da 58 tonnellate di rifiuti speciali !
Invertire la rotta e reagire significa, anche in
questi casi, realizzare un salto di qualità nell’azione delle pubbliche
amministrazioni e nella collaborazione tra pubblico e privato.
Per spendere, organizzare e promuovere meglio. Per
investire anche qualcosa di più, se è necessario.
E, in tanti casi, per reperire le risorse
necessarie, “basterebbe” – lo dico tra virgolette – una robusta sforbiciata ai
costi della politica!
E ancora vi sono, nel Mezzogiorno, le molte
opportunità dei processi di riqualificazione urbana e di un maggiore apporto
allo sviluppo della produzione italiana di energia da fonte rinnovabili.
Particolarmente oggi, va poi rafforzata la collaborazione tra banche ed
imprese.
Ci ritroviamo insieme sulle ragioni della crescita
del Paese. Possiamo e dobbiamo ritrovarci insieme, quotidianamente e
concretamente.
Per agevolare l’accesso al credito, valorizzando il
ruolo dei consorzi fidi e del Fondo centrale di garanzia, ed insistendo per
correttivi ai parametri di Basilea 3.
Per sospingere costituzione e sviluppo delle reti
d’impresa, e patrimonializzazione delle imprese.
Per la modernizzazione del sistema dei pagamenti,
sostenuta dalla riduzione dei costi a carico delle imprese sul versante degli
strumenti elettronici di pagamento ed incasso.
Ecco, ho fin qui cercato di tratteggiare alcuni
aspetti dell’agenda per la crescita e lo sviluppo del Mezzogiorno e, in questo
modo, per la crescita e lo sviluppo dell’Italia tutta.
Nell’affidare l’incarico al Presidente Monti, il
Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha così osservato:
“E’ giunto il momento della prova, il momento del
massimo senso di responsabilità. Non è tempo di rivalse faziose né di sterili
recriminazioni”.
E’ invece tempo – osserviamo noi – di una “buona
politica”: lucidamente consapevole delle emergenze, ma tenacemente ed
ambiziosamente convinta del fatto che l’Italia resta un grande Paese e che, con
il contributo di tutti gli italiani di buona volontà ed anzitutto dei suoi
giovani, ce la farà.
Ce la farà – concludo – se anzitutto si saprà
costantemente, coerentemente e concretamente riconoscere che è anzitutto dalla
mobilitazione delle energie delle imprese e del lavoro del Mezzogiorno che
passa la produttività, la crescita e l’occupazione aggiuntiva di cui tutto il
Paese ha bisogno.
A centocinquant’anni dall’Unità, il Mezzogiorno
resta, dunque, una grande questione nazionale.
Affrontarla e risolverla, significa operare per il
“bene comune” dell’Italia.