Anzitutto, benvenuti e grazie per avere accolto in
così tanti il nostro invito a seguire i lavori della dodicesima edizione del
Forum Confcommercio-Ambrosetti di Cernobbio.
Questo Forum è, ormai, un appuntamento tradizionale
e riconosciuto. Ma, quest’anno, assume un particolare significato, perché si
sviluppa in concomitanza con le celebrazioni del 150° dell’Unità d’Italia.
Discuteremo così, tra oggi e domani, di quanto
occorre, nello scenario internazionale e particolarmente nel nostro Paese, per
rafforzare il ritorno alla crescita, il riassorbimento della disoccupazione e
la costruzione di nuova occupazione.
E, come di consueto, lo faremo con il contributo di
esponenti di primo piano della cultura economica, delle istituzioni e della
politica, delle forze sociali.
Questo confronto, questa discussione sarà però
anche il modo con cui noi vogliamo festeggiare la storia dell’Unità d’Italia.
Vivendo, insomma, questa festa come l’occasione
“per trarre motivi di ispirazione e di fiducia – cito il Presidente della
Repubblica – dai filoni vitali della nostra tradizione storica, e per
ricordarci che abbiamo un ruolo da salvaguardare, un ruolo da riaffermare,
rinnovare nell’Europa e nel mondo”.
Riaffermare e rinnovare il ruolo dell’Italia,
dunque. Nel mondo ed in Europa, a partire da quanto sta accadendo lungo la
sponda Sud del Mediterraneo.
Particolarmente per l’Unione europea e per
l’Italia, vi è il dovere e l’interesse a tessere le fila di un dialogo operoso
che accompagni e sostenga, in un’area strategica di primario interesse per le
sorti della pace e dello sviluppo, l’affermazione della democrazia,
contrastando estremismi e fondamentalismi.
Peraltro, i rialzi dei corsi delle materie prime e
dei prodotti petroliferi innescano tensioni inflazionistiche che vanno tenute
sotto stretto controllo, e che sono particolarmente pericolose in uno scenario
di crescita ancora debole e fragile.
Questo è, infatti ed ancora una volta, il punto.
Nel tempo della crisi, l’Italia ha mostrato di
avere qualche buon fondamentale: il risparmio delle famiglie e la tradizionale
prudenza del suo sistema bancario, la rete della sicurezza sociale e la
flessibilità delle piccole e medie imprese.
Nel tempo della crisi, l’Italia non ha pigiato il
pedale degli interventi a carico della finanza pubblica.
La crisi ha comunque colpito duro, molto duro. Nel
2009, ad esempio, il Pil pro-capite italiano è risultato inferiore, in termini
reali, a quello del 1999.
Usciti dalla recessione, i nodi irrisolti
dell’agenda della produttività stagnante e della competitività difficile
continuano fortemente a pesare sulle prospettive di crescita del Paese.
Da un quindicennio, la crescita annua dell’Italia è
inferiore di circa un punto alla media dell’area euro.
E le previsioni segnalano - tanto per il 2011,
quanto per il 2012 – una crescita del Pil intorno all’1% o poco più.
Sono
dati – è vero – la cui lettura deve tenere conto di quanto, anche in importanti
Paesi europei e a differenza dell’Italia, abbia inciso sulla crescita l’effetto
doping dell’indebitamento dei privati, nonché del profondo divario di
crescita e di sviluppo del Mezzogiorno rispetto alle altre aree del Paese.
Ma -
nel complesso e come, ancora di recente, ha sottolineato il Presidente della
Repubblica, Giorgio Napolitano – è indubbio che occorra “forzare la crescita
oltre queste previsioni che sono troppo inferiori alle nostre esigenze…”.
Esigenze
di benessere dei cittadini, esigenze di riassorbimento della disoccupazione e
di costruzione di nuova occupazione, esigenze di coesione sociale e territoriale
in un’Italia preoccupantemente segnata dal tasso di disoccupazione giovanile.
Ma
di più crescita l’Italia ha necessità anche per proseguire l’opera di
risanamento della finanza pubblica e, particolarmente, per alleggerire il
fardello storico del debito pubblico, senza cedere alla tentazione iniqua ed
inefficace di “patrimoniali” vecchie e nuove.
Più
crescita, dunque. Perché “senza crescita – come ha osservato il Governatore
Draghi – non si consolida la stabilità finanziaria nel mondo, in Europa, nel
nostro Paese”.
Il
Piano recentemente varato dal Consiglio dei Ministri, persegue l’obiettivo
della crescita facendo particolarmente leva sulla “liberazione” delle energie
dell’attività d’impresa, anche attraverso interventi di modifica del dettato
costituzionale e, in specie, dell’art. 41 della Costituzione.
Ogni riduzione e semplificazione di regole ed adempimenti è benvenuta.
Le regole occorrono, ma esse sono giuste se ed in quanto effettivamente
necessarie.
Per
il resto, si proceda. Perché la “tassa della burocrazia” continua a gravare
sulle imprese italiane per circa un punto di Pil.
Si
proceda. Anche per via di modifiche costituzionali, se può essere utile.
Ma,
soprattutto, si proceda facendo avanzare il processo di riforma delle pubbliche
amministrazioni e facendo vivere i principi dello Small Business Act.
Ancora,
il Piano varato dal Consiglio dei Ministri giustamente insiste
sull’accelerazione della crescita e dello sviluppo del Mezzogiorno come
occasione di maggiore crescita e di maggiore sviluppo dell’intero Paese.
E’
una questione chiave. Va affrontata e risolta.
Rafforzando
- nel nostro Mezzogiorno, ma certo non solo nel Mezzogiorno - il circuito tra
sicurezza, legalità, qualità dell’azione delle pubbliche amministrazioni,
qualità e produttività della spesa pubblica, selezione degli investimenti
prioritari.
Ho
fin qui detto di buoni principi.
Occorre,
però, che principi, disegni di legge, decreti e regolamenti si traducano, con
urgenza, in fatti concreti, consentendo, ad esempio, lo sblocco operativo di
investimenti infrastrutturali pubblici e privati ed una reale velocizzazione
dei tempi di pagamento delle pubbliche amministrazioni.
Non
c’è davvero tempo da perdere. Ad aprile, peraltro, l’Italia presenterà, in sede
europea, l’aggiornamento del Programma nazionale per le riforme.
Ecco,
sarebbe davvero il caso che – sul Piano per la crescita, sul Programma
nazionale per le riforme – Governo e parti sociali si incontrassero.
Per
questo pensiamo che l’idea degli “Stati generali dell’economia” possa essere
utile. Sarebbe il segnale del cambio di marcia di un’Italia che sceglie di
progettare e costruire un futuro più ambizioso.
Cerchiamo
di capire insieme e di agire insieme per assicurare al nostro Paese una
crescita più vigorosa.
L’importante
è non rassegnarsi a previsioni di crescita dell’1%. Perché possiamo e dobbiamo
crescere di più e meglio.
Quanto
è stato illustrato da Mariano Bella – responsabile del nostro Ufficio Studi –
risponde fondamentalmente a questa esigenza.
Certo,
l’export manifatturiero svolge un ruolo importante. Ma non basta.
Se
vogliamo costruire più crescita e più occupazione, dobbiamo fare maggiormente
leva sulla domanda interna – per investimenti e per consumi delle famiglie –
che contribuisce alla formazione del Pil per circa l’80%.
Se
vogliamo costruire più crescita e più occupazione, dobbiamo fare maggiormente
leva sull’economia dei servizi di mercato, che contribuisce alla formazione del
valore aggiunto per circa il 58% e dell’occupazione per circa il 53%.
Insomma
– come avete sentito nell’illustrazione di Mariano Bella – non bastano i fax
con gli ordini dalla Cina, anche se, ovviamente, più ne arrivano e meglio è.
Per
riposizionare piani di investimento e di occupazione, ci vuole la spinta dei
consumi interni. Consumi che, per l’80% , si rivolgono alla produzione
nazionale.
E’
questo il circuito virtuoso che serve al Paese: produttività, crescita,
occupazione e consumi.
Più
occupazione e meno disoccupazione – soprattutto nel Mezzogiorno e tra i
giovani, come ha ricordato Mariano Bella – sono la base per la ripartenza dei
consumi delle famiglie.
E,
accanto a questo, ci vuole una politica per i servizi che si integri con la più
consolidata e riconosciuta politica industriale.
Una
politica fatta di scelte coraggiose per l’incremento della produttività dei
servizi, del loro contributo all’occupazione ed alla crescita.
Noi
indichiamo sette scelte coraggiose.
Scelte
coerenti con il quadro di “Europa 2020” – cioè con la strategia per la crescita
europea in questo decennio – che, nel loro complesso, ci sembra possano
utilmente contribuire al Programma nazionale per le riforme.
Concorrenza
a parità di regole; sostegno all’innovazione del sistema dei servizi;
valorizzazione del nesso vitale tra città e commercio; valorizzazione della risorsa
straordinaria del turismo; un Piano ed un Patto nazionale per la mobilità
urbana; un progetto strategico per la promozione congiunta dell’efficienza
energetica, delle fonti rinnovabili e della cogenerazione; la costruzione delle
reti per la crescita delle piccole e medie imprese.
E,
ancora, più produttività significa più cooperazione.
Tra
impresa e lavoro per fare crescere innovazione e premio del merito. Anche
attraverso l’innovazione dei modelli contrattuali, opportunamente sostenuta
dalle misure di detassazione del salario di risultato.
Ne
parleremo nel modulo sulle politiche per il lavoro, che spero sia anche
l’occasione per condividere l’esigenza di uno straordinario impegno sul tema
dell’occupazione giovanile.
Più
produttività: anche con più cooperazione tra pubblico e privato nell’ambito
della riforma della pubblica amministrazione.
In
breve, la strada maestra resta quella dell’avanzamento del cantiere delle
riforme.
A
partire dalla “madre” di tutte le riforme, la costruzione, cioè, del federalismo
fiscale ed il suo incrocio con la riforma fiscale.
Incrocio
che rappresenta un’occasione – non scontata, ma possibile – per rafforzare, ad
ogni livello istituzionale ed amministrativo, il principio di responsabilità:
responsabilità nella quantità e nella qualità della spesa pubblica;
responsabilità nel ricorso alla leva della tassazione.
E
pensiamo che un buon federalismo fiscale – cioè necessariamente pro-competitivo
e giustamente solidale – possa portare un decisivo contributo all’avanzamento
di questi processi.
Proprio
per questo, però, non ci convincono alcune scelte recate dal recente decreto in
materia di federalismo municipale, tra cui l’ampia facoltà riconosciuta ai
Comuni di procedere all’attivazione della tassa di soggiorno e ancora l’impatto
dell’IMU sugli immobili commerciali.
Nell’un
caso come nell’altro, si pongono, infatti, i presupposti per un appesantimento
del prelievo fiscale sulle attività produttive, contraddicendo la necessità di
una responsabile cooperazione tra sistema pubblico ed iniziativa privata per il
rafforzamento della crescita.
Così
come non ci convince, sul terreno dei principi per la riforma fiscale, l’idea
di uno scambio tra meno Irpef e più Iva.
Dobbiamo,
piuttosto, recuperare evasione Iva, e certo l’inasprimento delle aliquote Iva
non gioverebbe.
Dobbiamo,
piuttosto, sostenere la domanda interna, e certo l’inasprimento delle aliquote
Iva non gioverebbe.
Riformare
il sistema fiscale e ridurre la pressione fiscale non è certo un processo
semplice, anzitutto per gli oggettivi vincoli di finanza pubblica.
Ma
è importante che il processo avanzi. E’ importante che se ne chiariscano tempi
e modi, tappe e stadi di avanzamento.
E’
una chiarezza, infatti, che davvero contribuirebbe alla fiducia del mondo delle
imprese e del lavoro e, in questo modo, al rafforzamento del ritorno alla
crescita.
Insomma,
è tempo di riforme e di più crescita.
Questa
è la governabilità di cui il Paese ha necessità