
Intervento del Presidente
Carlo Sangalli
Roma, 1 dicembre 2011
Caro
Ministro, Caro Corrado,
anzitutto
grazie per avere accolto l’invito al confronto con Confcommercio-Imprese per
l’Italia, in occasione di questa conclusiva tappa romana dei nostri Stati
Generali dell’Economia dei Servizi.
Servizi
di mercato che, nel loro complesso,
già oggi contribuiscono alla formazione del valore aggiunto e
dell’occupazione del nostro Paese in misura superiore al 50%.
Servizi
da cui, a nostro avviso, potrà ancora venire uno specialissimo apporto al di
più di produttività, occupazione e crescita, di cui l’Italia ha assoluta
necessità.
Perché,
anche in un Paese con una importante base manifatturiera, “la vera chiave della
crescita sta nel significativo miglioramento della produttività dei servizi”,
come si leggeva in un noto Rapporto McKinsey di qualche anno fa.
Del
resto, lo ha detto benissimo il Presidente Monti, nelle sue comunicazioni
programmatiche alle Camere: “Dobbiamo porci obiettivi ambiziosi sul pareggio di
bilancio, sulla discesa del rapporto tra debito e PIL”.
“Ma
– ha soggiunto il Presidente - non
saremo credibili, neppure nel perseguimento e nel mantenimento di questi
obiettivi, se non ricominceremo a crescere”.
E’
questo il passaggio stretto che ci sta innanzi: coniugare insieme disciplina
fiscale e del pubblico bilancio con scelte e riforme, coraggiose ed ambiziose,
che rimettano in moto la crescita dell’Italia.
E’
quanto occorre per ridare fiducia alle imprese ed agli italiani tutti, non meno
che per irrobustire la fiducia internazionale nei confronti dell’Italia.
Onorando
gli impegni assunti dal nostro Paese in Europa, e, soprattutto, assumendo
l’agenda europea non solo come vincolo, ma anzitutto come occasione di
cambiamento e miglioramento del nostro Paese.
“Anzitutto,
l’Italia”: è questo, appunto, il
titolo che abbiamo voluto dare al documento programmatico degli Stati Generali.
Perché
sappiamo bene che sacrifici occorreranno e che, secondo rigore ed equità, tutti
dovranno fare la propria parte.
Ma chiediamo che il “dividendo” dei
sacrifici siano le riforme necessarie per il “bene comune” dell’Italia: per un
suo futuro diverso e migliore, ed anzitutto per il futuro dei suoi giovani.
Nell’arco
di un mese o poco più, ne abbiamo discusso a Milano ed a Napoli, ed ancora a
Venezia, in occasione del forum dei giovani imprenditori.
Sottolineando
che rigore, equità e crescita occorrono per rinsaldare la coesione sociale,
territoriale e generazionale del nostro Paese.
Oggi,
lo ribadiamo qui, a Roma: capitale di un’Italia che, a centocinquant’anni dalla
sua Unità, è chiamata ad uno storico banco di prova.
Da
esso, dipende il suo futuro.
Da
esso, dipende, in buona misura, anche il futuro dell’Europa.
Un
rinnovato e credibile protagonismo politico dell’Italia in Europa è infatti
necessario anche per portare a compimento il processo di costruzione politica
dell’Unione.
Perché
– ormai è drammaticamente chiaro – senza un’Europa politica, neppure l’Europa
dell’euro avrà futuro.
Per
queste ragioni – e con larga unità tra le associazioni imprenditoriali e le
forze sociali tutte – abbiamo chiesto che venisse messa in campo la più ampia e
condivisa responsabilità repubblicana a vantaggio degli interessi generali
dell’Italia.
Per
queste ragioni, abbiamo trovato felicissima la formula del Governo di impegno
nazionale, che intende “rinsaldare – cito ancora il Presidente Monti – le
relazioni civili e istituzionali, fondandole sul senso dello Stato”.
Avanzi,
allora, questo impegno, ed avanzi rapidamente.
Con
la responsabilità dell’impegno parlamentare di tutte le forze politiche, e con
la responsabilità di analisi, proposta e confronto di tutte le forze sociali.
Quali
poi siano, nel merito, le scelte coraggiose necessarie per la finanza pubblica,
e le riforme ambiziose necessarie per la crescita, è materia da tempo nota, ed
anche largamente condivisa.
Sono
necessarie semplificazioni profonde del rapporto tra cittadini, imprese e pubbliche amministrazioni. Ed
occorre uno scatto complessivo di efficienza della giustizia civile.
Ma,
soprattutto, bisogna che avanzi una sorta di vera e propria “chirurgia
ricostruttiva” della spesa pubblica.
Per
emendare inefficienze, improduttività e sprechi che, in ogni area, bruciano,
ogni anno, decine di miliardi di euro.
Non
possiamo più permetterci di essere il Paese in cui si celebra il tristissimo
festival delle opere incompiute!
Non
possiamo più permetterci di essere il Paese in cui i fondi europei si spendono
poco e male, mentre si approfondisce il divario interno tra il Mezzogiorno e le
altre macro-aree territoriali, ed il divario complessivo tra l’Italia e l’Europa!
Non
possiamo più permetterci di essere il Paese in cui ben più della metà della
ricchezza annualmente prodotta è assorbita dalla spesa pubblica, ma in cui, al
contempo, la spesa per investimenti infrastrutturali è ridotta al lumicino, e
soffrono scuola ed Università, innovazione e ricerca!
Non
possiamo più permettercelo.
E,
dunque, bisogna invece affermare – tanto più nella prospettiva della
costruzione del federalismo - un
solido principio di
responsabilità: nell’uso delle risorse pubbliche, come nel ricorso alla
leva della tassazione.
La
spesa pubblica – anzitutto quella corrente – va posta sotto controllo, va
profondamente riqualificata ed anche ridotta.
Insieme,
ed anzitutto in funzione della riduzione dello stock di debito pubblico, vanno accelerati i processi di
dismissione del patrimonio immobiliare pubblico e rilanciate le
privatizzazioni.
Occorrerà
tempo, certo.
Ma,
da subito, si facciano avanzare questi processi di profonda riforma del sistema
pubblico e della struttura della spesa pubblica.
Diamo
– agli italiani ed alla comunità internazionale – il segnale chiaro di un passo
diverso e di un cammino che dovrà procedere anche oltre il perimetro di questa
legislatura.
E,
intanto, si faccia qualche scelta esemplare e non si perda nessuna occasione.
Scelte
esemplari: a partire dalla riduzione dei costi della rappresentanza politica.
Il
nostro Ufficio Studi li ha recentemente stimati, per il 2009, in oltre 9 miliardi di euro.
Riducendo
di poco più di un terzo il numero degli eletti nelle Assemblee legislative
nazionali e territoriali e le relative spese di gestione e funzionamento, si
potrebbero risparmiare, dunque, oltre 3 miliardi di euro.
Lo
si faccia. E le risorse così recuperate siano senz’altro destinate alla scuola
ed all’Università, all’innovazione ed alla ricerca, e anzitutto ai giovani
italiani ed alle giovani donne italiane.
Perché
non possiamo più permetterci la dissipazione di energie e di futuro che sta
dietro le cifre di una disoccupazione giovanile del 29% circa e di due milioni
e duecentomila giovani che non studiano e non lavorano!
Né
possiamo permetterci la condizione insostenibile di un Sud in cui la
disoccupazione giovanile arriva al 40% e la disoccupazione delle giovani donne balza al 45% !
Dati
noti.
E
che qui ricordo per dire, ancora una volta, di una responsabilità comune.
Delle
parti sociali e delle politiche pubbliche per fare dell’Italia una società più
attiva a partire, appunto, dal lavoro dei giovani.
Delle
parti sociali e delle politiche pubbliche per completare - secondo equità e
sostenibilità - il processo di riforma del nostro sistema previdenziale, per
affrontare strutturalmente il riordino degli ammortizzatori sociali e per
ridurre la rigida dualità del mercato del lavoro tra l’area dei contratti
flessibili e l’area del lavoro a tempo indeterminato.
Le
ragioni del rigore, le ragioni dell’equità, le ragioni della crescita – cioè,
le ragioni del futuro dell’Italia – convergono nel riconoscimento della
necessità e dell’urgenza dell’avanzamento dell’azione di contrasto e recupero
di evasione ed elusione.
Oltre
270 miliardi di base imponibile evasa sono, infatti, radicalmente incompatibili
con il rigore, con l’equità, con la crescita.
Dunque,
chi evade – e chiunque aiuti ad evadere –
mina le fondamenta del patto di cittadinanza ed opera contro la crescita
e contro lo sviluppo dell’Italia.
Facciamo,
di questa affermazione, occasione di impegno comune e senza strumentali divisioni.
Facciamolo nel rispetto dei principi dello Statuto del contribuente.
Facciamolo,
rendendo chiaro che il risultato dei progressi della spending review e
del recupero di evasione ed elusione sarà la progressiva riduzione delle
aliquote fiscali: a vantaggio dei lavoratori, a vantaggio delle imprese.
Sul
versante degli strumenti per il contrasto dell’evasione, è stato segnalato il
tema della riduzione della circolazione del contante e del maggiore ricorso
alla moneta elettronica.
Va
però individuata una soglia-limite per la circolazione del contante, che
risulti effettivamente efficace ed utile ai fini antievasivi.
Ed
il ricorso alla moneta elettronica va anche sostenuto, abbattendo
contestualmente le commissioni –
fino ad oltre il tre percento di
ciascun pagamento – che gravano
sugli esercenti.
Anche
qui, si tratta di promuovere e rafforzare trasparenza e concorrenza.
Da
parte del Governo, sono possibili interventi di tipo normativo. Da parte del
Governo, è indispensabile una vigorosa moral suasion nei confronti di
banche e circuiti.
Oggi,
siamo in emergenza.
E,
allora, è oggi più che mai giusto chiedere di più a chi più ha: per il
risanamento della finanza pubblica e per l’avvio del riequilibrio del carico
fiscale.
Da
parte nostra, una sola avvertenza. Una sola, ma fondamentale.
Non
pensiamo che un ulteriore inasprimento della tassazione dei consumi giovi alla
crescita complessiva.
Anche
perché la tassazione dei consumi incide di più sui livelli di reddito
medio-bassi, innesca processi inflazionistici, risulta controproducente rispetto all’esigenza di recuperare
un’ampia evasione dell’IVA.
Si
rafforzano, inoltre, gli scenari recessivi: in Europa ed in Italia.
Secondo
le previsioni dell’OCSE, l’Italia, nel 2012, tornerà in recessione.
Appena
qualche giorno fa, l’ISTAT ha diffuso il dato relativo alle vendite al
dettaglio nel mese di settembre: si sono ridotte dello 0,4% rispetto ad agosto,
e dell’1,6% su base annua.
E’
– il dato di settembre – la quinta variazione congiunturale negativa
consecutiva.
L’Italia
dei consumi e del commercio è, insomma, già in recessione.
Rispetto
a questi dati, ulteriori inasprimenti delle aliquote IVA sarebbero esiziali per
le prospettive di ritorno alla crescita dell’intero Paese.
Per
contrastare la ricaduta in recessione, si tratta, allora, di fare leva su una
rinnovata centralità delle “politiche di sviluppo dell’economia reale”.
Concetto
che – lo ha ricordato il Presidente Monti – ha portato “all’attribuzione ad un
unico Ministro delle competenze sullo sviluppo economico e sulle infrastrutture
ed i trasporti”.
E’
una connessione importante e che, del resto, torna puntualmente nelle nostre
proposte in materia di politica per i servizi.
Nelle
nostre proposte per affermare la dimensione di una politica per i servizi, che
si affianchi e si integri con la più riconosciuta e consolidata dimensione
della politica industriale.
E
questo sulla scorta dei dati di realtà di un’Italia produttiva che, anche e
particolarmente sul versante dell’export, mostra di essere tanto più performante,
quanto più pigia il pedale dell’integrazione tra manifattura e servizi.
E’
un punto rilevante per quanto occorre urgentemente fare a sostegno delle
politiche per l’internazionalizzazione.
Ripristinando,
anzitutto, un quadro di certezze operative e di indirizzo strategico rispetto
all’incertezza di azione e di prospettiva determinatasi a seguito della
soppressione dell’ICE.
Politica
per i servizi significa, per noi, sospingerne produttività.
Per
via di liberalizzazioni condotte –
ci piace ricordare una notazione di qualche tempo fa del Presidente Monti - come una
sorta di disarmo bilanciato dei privilegi
di tutte le corporazioni e non solo di alcune.
Politica
per i servizi significa, per noi, sospingerne produttività.
Per
via di innovazione tecnologica e di diffusione di banda larga. Ma anche per via
organizzativa e di aggregazioni in rete.
Siamo
soliti dirlo così: è tempo non solo di “Industria 2015”, ma anche di “Servizi
2020”, cioè di un progetto strategico nazionale per l’innovazione del sistema
italiano dei servizi in coerenza con il quadro di “Europa 2020”.
Siamo
convinti che sia necessario e che lo si possa fare.
Occorre
attenzione politica ed accorto accompagnamento e stimolo da parte delle
politiche pubbliche, non meno che impegno delle imprese e dei sistemi
associativi.
Occorrono,
certo, ragionevoli risorse.
Ma
anche queste si possono reperire, indirizzando bene programmi europei e nazionali e rendendone più
facile l’accesso anche da parte delle PMI.
Basti
pensare, ad esempio, alla riserva di fondi di incentivazione in favore delle
PMI, prevista nel contesto dello Statuto delle imprese di recentissima
approvazione.
Ancora,
politica per i servizi significa lavorare sulla connessione profonda, vitale e
straordinariamente anticiclica tra processi di riqualificazione urbana e ruolo
delle reti commerciali e dei servizi in genere.
Vanno
affrontati nodi strutturali come la riforma delle locazioni commerciali e la
mobilità e la logistica urbana.
Si
affrontino e si risolvano questi nodi nel quadro di un Piano nazionale per le
città e per la mobilità urbana, che consenta, tra l’altro, agli Enti locali
virtuosi, in regola con gli obiettivi del Patto di Stabilità interno, di
sbloccare i propri investimenti.
Sarebbe
una scelta di assoluto rilievo strategico per la crescita dell’Italia.
Regole
e rigorosa tutela della sicurezza e della legalità vanno poi fatte valere anche
nei confronti delle patologie dell’abusivismo e della contraffazione.
Debellando
queste patologie, la nostra economia registrerebbe un incremento di valore
aggiunto tra i 18 ed i 25 miliardi di euro.
Quanto
al turismo, è davvero tempo di una strategia nazionale, che sappia mettere a
frutto – per via di innovazione e qualità – il patrimonio storico- culturale ed
ambientale dell’identità italiana.
Per
ricchezza ed oggettivo rilievo, il primo patrimonio del mondo. Un asset competitivo straordinario e, per di più,
irreplicabile.
Di
questo patrimonio, non abbiamo sufficiente cura e poca cura mettiamo nella sua
valorizzazione turistica.
Possiamo
e dobbiamo fare molto.
Per
riappropriarci di quote importanti della catena del valore generata dal turismo
in Italia e per ottimizzare la spesa promozionale.
Per
costruire “reti” e “distretti turistici”, che realizzino operazioni di prodotto
destinate a ben individuati segmenti di domanda internazionale.
Molto
compete alla responsabilità delle imprese, che devono perseverare nel
rafforzamento di produttività, qualità e professionalità.
Molto
possono fare anche le politiche pubbliche.
Per
la cura del territorio, per le infrastrutture a supporto dell’offerta turistica
e per la risoluzione della questione del demanio turistico.
Per
la formazione delle professionalità, per la fiscalità di settore e per una più
unitaria governance delle politiche per il turismo.
Il
costo complessivo dell’inefficienza logistica del Paese è stimato in 40
miliardi di euro all’anno.
Bisogna
agire, assumendo come vincolanti le priorità d’intervento segnalate dal Piano
Nazionale della Logistica.
I
fabbisogni finanziari di investimenti infrastrutturali sono stimati in oltre
200 miliardi di euro.
Occorre,
allora, selezionare le priorità, accelerando tempi decisionali e realizzativi e
battendo in breccia la troppo diffusa sindrome di Nimby.
Bisogna
favorire la mobilitazione delle risorse della Cassa Depositi e Prestiti, il ricorso alla finanza di progetto e,
particolarmente nel Mezzogiorno, l’uso strategico dei fondi comunitari.
Per
l’intero sistema dei trasporti, un contributo importante alla definizione di
assetti più efficienti può venire dalla istituzione di un’Autorità indipendente
di regolazione.
Bisogna
procedere alla compiuta attuazione della liberalizzazione regolata
dell’autotrasporto, assicurando il rispetto delle disposizioni di sicurezza
sociale.
E
va riconosciuto, in sede di Codice Civile, il contratto di logistica.
Vanno
realizzate condizioni di reale liberalizzazione nel trasporto pubblico locale e
nel trasporto ferroviario, così come nel trasporto aereo.
Va
portata finalmente a compimento la riforma della legge quadro della portualità,
dotando le Autorità portuali anche di strumenti di autonomia finanziaria.
Siamo
in ritardo e la competizione logistica si è fatta sempre più agguerrita. Anche
quella che viene dalla sponda Sud del Mediterraneo.
E’
una ragione in più per accelerare.
Anche
dopo gli esiti del referendum sul nucleare, resta confermata – ed anzi risulta
rafforzata – l’esigenza di una strategia energetica nazionale.
Occorrono
selezionati investimenti infrastrutturali con celeri tempi di realizzazione, a
partire dal potenziamento dei gasdotti, dalla costruzione di nuovi terminali di
rigassificazione e dall’adeguamento della rete elettrica, soprattutto nel
Mezzogiorno.
E,
anche qui, occorre gestione efficiente ed indipendente delle infrastrutture.
Come
occorre diversificazione del mix produttivo e riequilibrio e riduzione del
prelievo fiscale.
Promozione
della generazione diffusa, della produzione da fonti rinnovabili e del mercato dell’efficienza
energetica richiedono semplificazioni, innovazione e ricerca, stabilizzazione
di equilibrati incentivi fiscali, a partire dal 55% per la riqualificazione
energetica degli edifici.
Anche
qui, non c’è tempo da perdere.
Perché
il più recente test europeo di competitività segnala che, in Italia, la
bolletta elettrica è, per le PMI, la più cara d’Europa. Soltanto a Malta e a
Cipro si paga di più.
Caro
Ministro, ho fin qui tentato una rapida rassegna delle aspettative, delle
esigenze, delle proposte del mondo italiano dei servizi.
E’
un mondo che ha sperimentato – ed ancora sperimenta – tutto l’impatto della
“grande crisi” e dei suoi ancora inconclusi sviluppi.
Ma
è un mondo ancora vitale: che non
si rassegna e non crede
nell’ineluttabilità del declino dell’Italia.
Questo
mondo è, dunque, uno dei punti di forza del nostro Paese.
Come
lo sono, in generale, i grandi bacini di capacità ed energia delle imprese e
del lavoro, la tenuta delle reti di sicurezza sociale ed il contenuto
indebitamento delle famiglie, ed anche un sistema bancario ancora impegnato nel
mestiere nobilmente antico del finanziamento dell’economia reale.
Oggi,
siamo, però, in condizioni di “allarme rosso”.
Perché
la crisi del debito sovrano italiano, nel quadro della più generale crisi
dell’euro, sta già producendo i suoi perniciosi effetti in termini di credit-crunch
e di impennata del costo dei finanziamenti.
E,
in questo scenario, la questione dell’accelerazione dei tempi di pagamento da
parte delle pubbliche amministrazioni va definitivamente affrontata e risolta.
Con
l’intervento della SACE e della Cassa Depositi e Prestiti o in qualsiasi altro
modo: ma la si affronti e la si risolva.
Perché
60/70 miliardi di euro di crediti ancora non onorati – di cui circa la metà nel
settore della sanità – stanno soffocando tante, troppe imprese.
Occorre
la risposta politica alla crisi dell’euro, di cui ho già detto.
E
occorre, in generale, una voce più autorevole dell’Italia in Europa.
Non
giovano, infatti, le recenti decisioni dell’ Autorità Bancaria Europea a
discapito del nostro sistema bancario, che rischiano di innescare una forte
restrizione del finanziamento alle imprese.
E,
rispetto ai parametri di Basilea 3, va portata avanti l’iniziativa per
l’adozione di un fattore di bilanciamento a tutela dei finanziamenti concessi
alle PMI.
Sul
versante interno, resta confermato il ruolo prezioso degli istituti di garanzia
mutualistica e, in particolare, del Fondo Centrale di Garanzia, le cui
dotazioni andrebbero non decurtate, ma significativamente rafforzate.
Con
il sistema bancario, possiamo e dobbiamo ritrovarci insieme, quotidianamente e
concretamente, per sostenere le imprese che resistono, che cambiano e innovano,
che puntano al rafforzamento patrimoniale, che si aggregano in rete.
Ce
la stiamo mettendo tutta. E sono certo che la Tua esperienza sul campo sarà
ragione di specialissima ed intelligente attenzione dell’operato da Ministro.
Caro
Ministro, buon lavoro: a Te, al Presidente Monti, al Governo tutto.
Siete
chiamati ad una missione ardua, ma non impossibile.
Perché
non vi difetta la lucida intelligenza delle emergenze, né la passione del
cambiamento.
Ma,
soprattutto, perché sapete di potere far conto su un’Italia tenace e che non
demorde.
Su
un’Italia che - ogni giorno e, a
volte, quasi nonostante tutto – produce ricchezza ed occupazione.
E’
l’Italia del lavoro e delle imprese.
Liberiamone
le energie e le capacità.
Ridiamole
fiducia.