Cari Amici,
sono stato davvero particolarmente lieto del Vostro
invito ad intervenire per “raccontare” dell’esperienza di Rete Imprese Italia.
Lieto, perché considero il Vostro interesse nei
confronti di questa esperienza come un’ulteriore riprova della validità e della
vitalità di un’innovativa formula di rappresentanza delle ragioni del “popolo
del fare impresa”.
Lieto, perché il racconto dell’esperienza di Rete
Imprese Italia mi consentirà di fare il punto su quanto si è fin qui fatto e
sul percorso futuro, mettendolo in stretta connessione con una stagione del
Paese certamente difficile, ma a cui occorre reagire con determinazione e
responsabilità.
La responsabilità, anzitutto, di ricordare con
ostinata determinazione che – come si legge nelle prime righe del Manifesto
programmatico di Rete Imprese Italia – “il futuro del Paese è inscindibilmente
legato alle piccole e medie imprese ed all’impresa diffusa”.
Imprese che – da sempre ed a volte quasi nonostante
tutto – hanno costruito crescita ed occupazione. Imprese ed imprenditori che
hanno scritto – particolarmente in aree come la Vostra – la storia dei processi
di sviluppo territoriale e che, nel territorio, hanno agito come straordinario
fattore di coesione sociale.
Insomma, è la storia – la bella storia – di
un’Italia produttiva che – anche a prezzo di ristrutturazioni silenziose e
dolorose e pur in una lunga stagione di competitività difficile e di crescita
lenta – non ha tirato i remi in barca ed ha continuato a confrontarsi, nel
nostro Paese e nel mondo, con il mercato e con le sue profonde e veloci
trasformazioni.
Di questa storia siamo giustamente orgogliosi. Ma
sappiamo che il modo migliore per onorarla è quello di essere capaci di agire
per rappresentare di più e meglio le ragioni del “popolo del fare impresa”.
Per questo nasce Rete Imprese Italia. Nasce per
dare al “popolo del fare impresa” identità e voce comune e dunque più forte;
capacità di rappresentanza e di rappresentazione comune e dunque più forte.
Comune e dunque più forte, perché il nostro
obiettivo non è la sommatoria aritmetica dei tanti – imprese ed imprenditori –
che pur siamo e rappresentiamo.
Il nostro obiettivo, la nostra ambizione è
piuttosto quella “di modernizzare – come conclude il Manifesto – la
rappresentanza delle imprese per modernizzare l’economia e la società
italiana”.
Abbiamo così scelto di costruire un modello di
rappresentanza che andasse oltre frammentazioni per classi dimensionali, per
inattuali logiche settoriali, per antiche e cadute appartenenze politiche
originarie.
Abbiamo così scelto di costruire, invece,
un’esperienza di rappresentanza capace di fare anzitutto e meglio valere il
contributo delle imprese del territorio alla crescita, allo sviluppo, alla
coesione sociale del Paese.
Rendendo così chiaro che queste imprese non sono,
allora, anomalia o contraddizione, eccezione o marginalità rispetto alla
modernità.
E rendendo soprattutto chiaro che questo nostro
“popolo” è larghissima parte di quell’economia reale, fatta di impresa e di
lavoro, la cui rivalutazione è davvero la prima necessità da trarre dalla
lezione della “grande crisi”.
Insomma, abbiamo scelto coesione ed unità,
guardando al futuro. E di coesione, di unità, di scelte per un futuro migliore,
il nostro Paese ha oggi particolarmente bisogno.
A centocinquant’anni dall’Unità d’Italia, è infatti
necessario uno sforzo straordinario per accelerare ed irrobustire la dinamica
della crescita.
Da circa un quindicennio, la crescita annua
dell’Italia è inferiore di un punto alla media dell’area euro. Nel 2009, il Pil
pro-capite è risultato inferiore a quello del 1999.
E le previsioni di crescita – tanto per il 2011,
quanto per il 2012 – si collocano intorno ad un modesto 1%.
Così, ancora di recente, il Presidente della
Repubblica, Giorgio Napolitano, ha sottolineato che occorre “forzare la
crescita oltre queste previsioni che sono troppo inferiori alle nostre
esigenze…”.
Esigenze di benessere dei cittadini, esigenze di
riassorbimento della disoccupazione e di costruzione di nuova occupazione,
esigenze di coesione sociale e territoriale in un’Italia segnata dal divario di
crescita e di sviluppo tra il Nord ed il Sud del Paese e dal tasso di
disoccupazione giovanile.
Ma di più crescita l’Italia ha necessità anche per
proseguire l’opera di risanamento della finanza pubblica e, particolarmente,
per alleggerire il fardello storico del debito pubblico, senza cedere alla
tentazione iniqua ed inefficace di “patrimoniali” vecchie e nuove.
Più crescita, dunque. E – a proposito del Piano per
la crescita varato dal Governo – “liberare” le energie dell’attività d’impresa
per imprimere una robusta spinta all’economia è, di certo, un giusto principio.
E’ giustamente celebre, al riguardo,
un’affermazione di Luigi Einaudi: “Migliaia, milioni di individui lavorano,
producono e risparmiano nonostante tutto quello che noi possiamo inventare per
molestarli, incepparli, scoraggiarli”.
Ecco, vorremmo che, nel nostro Paese, non fosse più
necessario dire “nonostante tutto”!
Vorremmo, invece, che chi lavora, produce e risparmia venisse concretamente
incoraggiato a farlo.
L’obiettivo – il nostro obiettivo – è infatti la
crescita delle imprese. Di tutte le imprese: piccole, medie o grandi che siano.
Perché, per le piccole imprese, non vogliamo
“riserve indiane”, al cui interno lentamente si deperisce e si muore.
Vogliamo, invece, che crescano, che possano
crescere. Crescere anche attraverso le aggregazioni di gruppo e di distretto,
di filiera e di rete.
Bene, dunque, ogni scelta che vada concretamente in
direzione di quella “tassa della burocrazia”, che grava sulle imprese italiane
per circa 1 punto di Pil.
Bene – tornando al Piano per la crescita –
l’impulso all’edilizia ed il perseguimento di una maggiore crescita nel
Mezzogiorno come occasione di maggiore crescita per l’intero Paese.
Bene giuste liberalizzazioni ed il riordino del
sistema degli incentivi, semplificandone l’accesso e prevedendo un’adeguata
riserva di risorse per le piccole e medie imprese.
Occorre, però, che principi, disegni di legge, decreti
e regolamenti si traducano con urgenza in fatti concreti, consentendo, ad
esempio, lo sblocco operativo di investimenti infrastrutturali pubblici e
privati ed una reale velocizzazione dei tempi di pagamento delle pubbliche
amministrazioni.
Ed occorre, ancora, che procedano celermente i
lavori per un incrocio virtuoso tra costruzione del federalismo fiscale e
riforma del sistema fiscale.
Salvaguardando il bene prezioso della stabilità dei
conti pubblici, ma anche mirando alla riduzione della pressione fiscale
complessiva, attraverso il controllo, la riqualificazione e la riduzione della
spesa pubblica ed il contrasto ed il recupero di evasione ed elusione.
Dal nostro punto di vista, infatti, l’incrocio tra
federalismo e riforma fiscale rappresenta un’occasione – non scontata, ma
possibile – per rafforzare, ad ogni livello istituzionale ed amministrativo, il
principio di responsabilità: responsabilità nella quantità e nella qualità
della spesa pubblica; responsabilità nel ricorso alla leva della tassazione.
Più responsabilità.
Perché la spesa pubblica è superiore al 52% del Pil
e le sue inefficienze, le sue improduttività, i suoi sprechi sono stati
ripetutamente quantificati nell’ordine dei 70 miliardi di euro all’anno, pari a
circa 5 punti di Pil.
Perché, per chi paga regolarmente tasse e
contributi, la pressione fiscale complessiva ed effettiva è anch’essa prossima
al 52% del Pil.
Ristrutturare, riqualificare e ridurre la spesa
pubblica; contrastare e recuperare un imponibile evaso stimato nell’ordine di 260 miliardi di
euro: sono queste le condizioni di fondo per un progressivo e significativo
alleggerimento della pressione fiscale complessiva.
E pensiamo che un buon federalismo fiscale – cioè
necessariamente pro-competitivo e giustamente solidale – possa portare un
decisivo contributo all’avanzamento di questi processi.
Proprio per questo, però, non ci convincono alcune
scelte recate dal recente decreto in materia di federalismo municipale, tra
cui l’ampia facoltà riconosciuta
ai Comuni di procedere all’attivazione della tassa di soggiorno e ancora la
semplice facoltà (in luogo di un’originaria previsione di obbligo) di riduzione fino alla metà dell’IMU a
carico degli immobili commerciali.
Nell’un caso come nell’altro, si tratta, infatti,
di facoltà che rischiano di tradursi in un appesantimento del prelievo fiscale
sulle attività produttive e che, dunque, contraddicono la necessità di una
responsabile cooperazione tra sistema pubblico ed iniziativa privata per il
rafforzamento della crescita.
Una contraddizione particolarmente stridente nel
caso dell’istituzione della tassa di soggiorno, che va ad incidere su quella
risorsa turismo, che pure viene sempre ricordata come potenziale e grande
volano di crescita aggiuntiva per tutto il nostro Paese.
Chiediamo che queste scelte vengano riviste. Perché
certo, anche e soprattutto nello scenario del federalismo fiscale,
responsabilità significa consapevolezza del fatto che “nessun pasto è gratis”.
Ma se, intanto, il conto lo si rende particolarmente salato per le imprese, di
crescita ne vedremo ben poca.
Fare avanzare le ragioni della crescita, fare
avanzare le ragioni del “popolo del fare impresa”: questa è, dunque, la
missione di Rete Imprese Italia.
Il suo percorso di accreditamento – nel rapporto
con le istituzioni e con la politica, nel rapporto con le altre forze sociali –
può già dirsi largamente compiuto: sia come Associazione interconfederale, sia
come Fondazione.
Ma ora, e sempre di più, vogliamo che la nostra
capacità di rappresentanza sia contata e pesata per il contributo che
oggettivamente possiamo recare all’avanzamento degli interessi generali del
Paese, alle scelte per una maggiore produttività e per una crescita più
robusta.
Condividendo, tra impresa e lavoro, regole di responsabile
cooperazione, secondo un modello ed una pratica delle relazioni sindacali e
dell’architettura contrattuale che deve più efficacemente connettere dinamica
della produttività e dinamica salariale.
Condividendo, tra imprese e banche, regole di responsabile
cooperazione, che consentano di sostenere il sistema produttivo del Paese, a
partire dal rinnovo dell’accordo con l’ABI che sigleremo il prossimo mercoledì
16.
Condividendo, tra iniziativa privata e funzione
pubblica, scelte di formazione ed innovazione, che consentano, in ogni ambito,
di riconoscere e premiare responsabilità, merito e talento.
Condividendo. Perché pensiamo di essere, perché
vogliamo essere fattore di coesione e di unità.
Lo facciamo con l’autorevolezza di storie
confederali diverse, ma che hanno avuto la forza di ritrovarsi insieme.
E di ritrovarsi insieme secondo un modello
programmaticamente aperto e plurale, che non è “contro”, ma “per”.
Per l’affermazione di principi giusti e solidi:
Fare avanzare la storia nuova di Rete Imprese
Italia è certamente una nostra responsabilità: di Confcommercio e di
Confesercenti, di Confartigianato, di CNA e di Casartigiani.
Ma pensiamo che, proprio per i principi che prima
richiamavo, sia un’opportunità per il Paese tutto