
Anzitutto l’Italia
Stati Generali 2011
Relazione
del Presidente
Carlo
Sangalli
Milano,
25 ottobre 2011
Cari Amici,
anzitutto grazie per
avere accolto l’invito ad essere protagonisti di questo appuntamento di
apertura degli Stati Generali dell’Economia dei Servizi, promossi da
Confcommercio-Imprese per l’Italia.
Oggi, siamo qui in
tanti. In tanti e da protagonisti: per proporre e per chiedere attenzione e
risposte.
Una così importante
partecipazione è dunque, per me, la migliore conferma della validità della
nostra iniziativa.
Della scelta, cioè, di
predisporre e presentare un documento di base, che vuole sintetizzare attese ed
esigenze, analisi e proposte di quel mondo dell’economia dei servizi, che
Confcommercio particolarmente rappresenta.
E di promuovere, sui
contenuti di questo documento, un confronto ampio e partecipato.
All’interno della
nostra Organizzazione e tra le imprese associate, ma aperto anche al contributo
di tutti coloro che, come noi, ritengono che discutere delle ragioni del mondo dei servizi significhi contribuire alla formazione
delle scelte necessarie per un’Italia che cresca di più e meglio.
Oggi più che mai,
infatti, le nostre analisi, le nostre proposte partono dal contributo che
pensiamo di potere mettere in campo a vantaggio degli interessi generali del
Paese.
“Anzitutto, l’Italia”: è questo,
infatti, il titolo che abbiamo voluto dare al nostro documento.
Per ricordare che
l’Italia operosa che noi rappresentiamo sperimenta sulla propria pelle tutto
l’impatto della grande crisi. Ma, soprattutto, per dire che questa Italia
produttiva non ha tirato i remi in barca e cerca, davvero nonostante tutto, di
costruire ogni giorno crescita ed occupazione.
E’ questa la nostra
fondamentale scelta di responsabilità.
Ed è questa scelta di
responsabilità che legittima la nostra richiesta esigente di una
“responsabilità repubblicana”.
In altri termini, di
una condivisione di responsabilità fra tutte le forze sociali e politiche, fra
tutte le istituzioni per scelte urgenti a vantaggio del bene comune
dell’Italia.
Responsabilità
repubblicana e condivisa: che
interroga particolarmente la politica e, anzitutto e soprattutto, la capacità
di azione di chi oggi governa il Paese.
Su questo punto,
bisogna essere chiarissimi.
Sono evidenti le
caratteristiche globali della crisi.
Nata come crisi del
sistema finanziario, si è rapidamente propagata all’economia reale ed investe,
ora, anche la tenuta dei debiti sovrani.
Ed è chiaro quanto
l’incompiutezza del progetto politico europeo abbia nuociuto, determinando
incertezze e ritardi nella risposta alla crisi dell’euro.
Ma, all’interno di
questo innegabile quadro, il punto è che, alla fine, per l’Italia, tutti i nodi
sono venuti al pettine.
E l’interrogativo
fondamentale che i mercati internazionali si sono posti – ed ancora si pongono
– è quale sia la capacità dell’Italia di sostenere e rapidamente ridurre il suo
debito pubblico.
Di sostenere e ridurre
un debito pari a circa il 120% della ricchezza nazionale annua a fronte di una crescita debole
nel lungo periodo e rimasta debolissima, anche dopo la conclusione “ufficiale”
della grande crisi e della recessione.
Le stime di crescita
dell’Italia si attestano infatti, per il 2012, intorno ad un frazionale 0,3%.
Per conseguire
l’obiettivo dell’azzeramento del deficit,
occorreranno poi, tra il 2012 ed il 2014, circa 100 miliardi di tasse ed
imposte aggiuntive e circa 40 miliardi di minori spese.
In breve, pressione
fiscale record e crescita al lumicino.
Come abbiamo annotato
nelle prime pagine di “Anzitutto, l’Italia”: “Senza crescita, senza più
crescita, la stagnazione è alle porte. La recessione è dietro l’angolo”.
Conosciamo benissimo
cosa ciò significhi in concreto.
Significa, ad esempio,
che, nei primi nove mesi di quest’anno, nel commercio, il saldo tra nuove
imprese e imprese cessate è negativo per circa 23 mila unità.
Conosciamo i numeri e
ancora meglio conosciamo cosa sta dietro i numeri.
Conosciamo le “storie
della nostra gente”: storie di impegno e di valori, di fatica ed anche di
dolore.
Talora, di estrema
disperazione.
Storie di progetti
d’impresa e di vita che si infrangono, e per le quali non c’è neppure uno
straccio di decenti ammortizzatori.
Si chiude e si viene
“rottamati”. Punto e basta.
“Basta”, però, oggi lo
diciamo noi. E’ arrivato il
momento di dire “basta”, di reagire, di cambiare.
Perché ci stiamo avvitando in una
spirale perniciosa tra crescita debole
ed effetti depressivi delle pur necessarie manovre di risanamento della
finanza pubblica.
Diventa così più
difficile assicurare anche la
tenuta ed il risanamento dei conti pubblici.
E cresce, intanto, il
costo della provvista per le nostre banche ed il costo del credito per imprese
e famiglie.
Bisogna evitare che
l’Italia vada in cortocircuito.
Per farlo non bastano
le “manovre”.
Occorrono scelte e
riforme che rilancino la crescita, facendo leva sulle energie del mondo delle
imprese e del lavoro.
Queste energie ci sono
ancora. E l’Italia ha ancora buoni fondamentali.
Ma scelte e riforme vanno
fatte ora.
Ora, proprio per
mettere a frutto, a vantaggio della crescita, i sacrifici richiesti per il
risanamento dei conti pubblici.
E sono scelte e riforme
che interrogano la responsabilità – anzitutto e soprattutto – di chi governa
l’Italia.
Non sono tollerabili
rinvii e non bastano annunci.
Perché il tempo della partita è già scaduto e siamo ai recuperi.
E’ tempo di fare: con
determinazione, con serietà, con rigore.
Ricostruendo
credibilità, riguadagnando la fiducia degli italiani e la fiducia internazionale
nei confronti dell’Italia.
E’ questo il cambio di
passo che, ancora di recente ed insieme alle principali Associazioni
imprenditoriali, abbiamo chiesto con il “Progetto delle Imprese per l’Italia”.
Sollecitando controllo
e riduzione della spesa pubblica, riforma del sistema previdenziale e del
fisco, cessioni di patrimonio pubblico, liberalizzazioni e semplificazioni,
investimenti in infrastrutture e per l’efficienza energetica.
Servono, allora,
riforme ed ancora riforme.
Per una funzione pubblica
più efficiente ed una spesa pubblica più contenuta e produttiva: condizioni
necessarie per una progressiva riduzione di un troppo elevato livello di
pressione fiscale, che avanzi in parallelo al sacrosanto recupero di evasione ed elusione.
Sacrosanto, perché chi
evade mina le fondamenta del patto di cittadinanza ed agisce contro la crescita
e contro lo sviluppo dell’Italia.
Noi – noi che dei
“paradisi fiscali” non conosciamo neppure l’indirizzo e che di “santi in
paradiso” non ne abbiamo – lo diciamo forte e chiaro.
Il tutto nella
prospettiva della costruzione di un federalismo fiscale responsabile
nell'utilizzo delle risorse pubbliche e nel ricorso alla tassazione, e di un
ordinamento tributario certo,
stabile, semplificato.
"Abbiamo bisogno -
ricordiamo nel nostro documento - di riduzione netta di pressione fiscale e non
di una semplice traslazione di pressione dalle persone alle cose ".
Procedere all'aumento
dell'aliquota IVA standard è stato un errore. Un errore grave.
E’ necessario che non
lo si ripeta: tanto in riferimento alla clausola di salvaguardia della manovra,
quanto in relazione al percorso “ad ostacoli” della riforma fiscale.
Perchè gli incrementi
di aliquote IVA penalizzano i livelli di reddito medio-bassi, sollecitano
inflazione, rendono più difficile il recupero di evasione ed elusione. Insomma,
vanno a danno dell'occupazione e della crescita.
Così scriveva, nel
1946, Luigi Einaudi:
“In Italia nessuno
crede, nemmanco a scuoiarlo vivo, che le imposte possano in futuro diminuire...Gli
italiani hanno sentito gran bei discorsi sulla necessità di sgravare i
contribuenti, ma i fatti hanno insegnato ad essi che le imposte crescono
sempre. E' accaduto persino che gli italiani abbiano visto nei titoli dei
giornali annunciati sgravi tributari; ma, leggendo il testo sottostante, si
sono accorti che lo sgravio consisteva in un aumento minore di quello che si
temeva od era stato annunciato".
Considerazioni,
purtroppo ed ancora una volta, attualissime. Considerazioni che sollecitano il
passaggio dai discorsi a scelte e fatti conseguenti.
Per ridare fiducia alle
imprese ed ai cittadini. Per reagire a
nuovi livelli record di pressione fiscale.
Cambio di passo,
riforme: torniamo a chiederli con “Anzitutto, l’Italia”.
Oggi, qui, a Milano.
E, poi, nelle altre
tappe territoriali degli Stati Generali.
Sarà il nostro viaggio
nell’Italia produttiva che non si arrende e crede, per il suo Paese, nella
possibilità di un futuro diverso e migliore.
Crediamo in questo
futuro e non accettiamo l’ineluttabilità del declino dell’Italia.
Ma occorre davvero “uno
sforzo comune – come si legge nel documento unitario delle Associazioni
imprenditoriali – in grado di far sì che l’Italia continui ad essere uno tra i
primi Paesi manifatturieri del mondo e possa far conto su un forte e dinamico
sistema dei servizi”.
“Tutte le imprese –
prosegue il documento unitario – sono pronte a fare la loro parte”.
Ecco, con “Anzitutto,
l’Italia”, noi vogliamo raccontare la parte che intendono svolgere tutte
le imprese – micro e piccole,
medie e grandi – del sistema dei servizi.
Sono quei servizi di
mercato, che, già oggi, contribuiscono alla formazione del valore aggiunto del
Paese per circa il 58% ed alla formazione dell’occupazione per circa il 53%.
Soprattutto, è da
questi servizi che potrà venire la produttività e la crescita aggiuntiva, di
cui l’Italia ha assoluta necessità.
Ed è ancora da questi
servizi che potrà soprattutto venire il riassorbimento di disoccupazione e la
costruzione di nuova occupazione.
E’ ora che se ne tenga
conto. Che ne tenga conto la politica e chi governa.
Se non ora, quando?
Se non subito, quando?
Perché è da qui – dal riconoscimento del ruolo
propulsivo dei servizi – che passano, anche in Italia, crescita, occupazione e
futuro.
Occorre, dunque, che si
agisca per rimuovere, attraverso liberalizzazioni ancora necessarie e
semplificazioni, barriere ed ostacoli all'attività d' impresa.
Quelle barriere, quegli
ostacoli che, nel recentissimo rapporto della Commissione europea sul test di
competitivita' dei Paesi membri, ci inchiodano all'ultimo posto per regole
"amichevoli" nei confronti dell'iniziativa economica, e ci
consegnano, tra l'altro, la "maglia nera" europea per il ritardo dei
pagamenti da parte della pubblica amministrazione.
Liberalizzazioni, dunque:
meno asimmetriche rispetto a quanto fin qui realizzato e che muovano, ora, dai
servizi pubblici locali, dal trasporto ferroviario, dai servizi professionali.
Semplificazioni,
ancora: per una funzione pubblica più efficiente, anche per via di innovazione
tecnologica ed organizzativa, e per ridurre quella “tassa della burocrazia”
che, nel nostro Paese, costa ben oltre quattro punti di PIL.
Mettere in campo una
politica per i servizi – una
politica, cioè, che accompagni incrementi di produttività e di crescita del
sistema dei servizi –significa anche impegno per la qualificazione del capitale
umano nella scuola, nell’Università, nei processi di formazione continua, e per
il migliore collegamento tra formazione e mercato del lavoro.
E, sul versante della
sicurezza sociale e dei rapporti di lavoro, politica per i servizi significa,
ancora, completamento della riforma della previdenza e chiusura del circuito
della flexicurity attraverso la riforma degli ammortizzatori sociali.
Insieme alla
valorizzazione del welfare contrattuale, al decollo del nuovo apprendistato,
alla messa a regime della detassazione e della decontribuzione del salario di
risultato.
Insomma, si tratta di
fare dell’Italia una società più attiva, in cui il lavoro, il lavoro dei
giovani anzitutto, è il fondamento di una sicurezza sociale più inclusiva e
finanziariamente sostenibile.
Ma, tra gli
“ingredienti” di una politica per i servizi, emerge, in particolare, il tema
dell’innovazione.
Un’innovazione che,
applicata al “patrimonio” dell’identità italiana, ne faccia fruttare le
straordinarie potenzialità: sia, ad esempio, della vitalità di quel pluralismo
distributivo pro-concorrenziale, che così profondamente connota le nostre città
e i nostri territori; sia, ancora ad esempio, della risorsa straordinaria del
turismo.
“Puntare sulla
specificità italiana”: questo è il titolo di un articolo di Giuliano Amato,
pubblicato, una decina di giorni fa, dal “Sole 24 Ore”.
Ve ne voglio leggere
quello che, a mio avviso, è il passaggio chiave: “Siamo pieni – scrive Giuliano
Amato – di carenze e di acciacchi, ma vivaddio abbiamo la fortuna di vivere in
un Paese che davvero dispone di carte fra le più preziose in un mondo
globalizzato in cui quasi tutti potranno replicare quasi tutto”.
“Ciò che non potranno
replicare però – prosegue Amato – è tanto il patrimonio naturale e culturale
italiano, quanto l’insieme delle qualità italiane che quel patrimonio lo sanno
aggiornare e poi offrire sia in Italia che ovunque nel mondo”.
Puntiamo, allora e con
decisione, su questa “specificità italiana”. E facciamola fruttare, per via di
innovazione, sia rispetto al mercato interno, sia rispetto alle prospettive del
nostro export.
Innovazione, dunque.
Non solo quella di “Industria 2015”. Ma, ora, anche e soprattutto quella di un
grande progetto per l’economia dei servizi: di “Servizi 2020”, in coerenza con
il quadro di “Europa 2020”.
Innovazione tecnologica
e diffusione di banda larga, certo. Ma anche innovazione organizzativa in senso
ampio.
Soprattutto,
incentivando aggregazioni di gruppo e relazioni di distretto, di filiera e di
rete come piattaforme per la maggiore competitività e per
l’internazionalizzazione del tessuto delle piccole e medie imprese.
Reti, ad esempio e in
concreto, per la costruzione di
centri commerciali naturali e di distretti commerciali urbani.
Partendo dal
riconoscimento del fatto che non si tratta di arretrare rispetto alle ragioni
della concorrenza, ma di lavorare per il rafforzamento della produttività del
commercio, di tutto il commercio.
Integrando urbanistica
generale ed urbanistica commerciale ed affrontando e risolvendo, tra l’altro, i
nodi strutturali della logistica urbana e della riforma delle locazioni
commerciali.
Reti, ancora, per la
costruzione di distretti turistici e di ogni altra forma di aggregazione pro-competitiva dell’offerta turistica
italiana: della sua organizzazione, del suo funzionamento, della sua
promozione.
Occorre convergenza
d’impegno tra iniziativa privata e politiche pubbliche, tra Stato, Regioni,
Enti locali e forze sociali.
Occorre – questa
convergenza d’impegno - per migliorare costantemente trasporti e fruibilità del
patrimonio ambientale e culturale, professionalità e formazione, qualità
dell’ospitalità e dei servizi turistici.
In un Paese come il
nostro – che ha il terzo o il quarto debito pubblico del mondo, ma il primo
patrimonio storico-culturale – i crolli annunciati e ripetuti di Pompei sono intollerabili.
Si agisca con
rapidità, determinazione e
coerenza.
Perché un grande
obiettivo può essere colto: raddoppiare il contributo reso dal turismo alla
formazione del PIL del nostro Paese.
Come avrete notato,
tornano, nelle considerazioni sul commercio e sul turismo, i temi
dell’efficienza del sistema dei trasporti e della logistica.
Qui, bisogna rapidamente
avanzare. Anche attraverso l’istituzione di un’Autorità indipendente.
Perché persistenti
inefficienze determinano, per il Paese, svantaggi competitivi nell’ordine di 40
miliardi di euro all’anno.
Bisogna avanzare per la
completa attuazione della liberalizzazione regolata dell’autotrasporto e per la
definizione e la messa in opera di
un Patto e di un Piano nazionale per la mobilità urbana.
Bisogna avanzare nella
liberalizzazione del trasporto ferroviario e del trasporto aereo, e portando
finalmente a compimento il percorso di riforma del sistema portuale.
Le priorità
d’intervento infrastrutturale vanno attentamente selezionate.
Ma, poi, le opere vanno
portate rapidamente a compimento.
Snellendo drasticamente
iter decisionale e procedurale ed assicurando un quadro di riferimento
finanziario adeguato, certo, stabile.
Semplicità e coerenza
di procedure e controlli, certezza e stabilità degli strumenti di
incentivazione occorrono anche per cogliere le opportunità dello sviluppo
sostenibile e dell’innovazione finalizzata all’efficienza ed al risparmio
energetico.
E, insieme, serve una
gestione “normalmente” europea del ciclo dei rifiuti ed il contrasto delle
ecomafie.
Occorre, soprattutto,
una strategia energetica nazionale.
Anche qui, non c’è
tempo da perdere.
Perché, ad esempio,
l’ultimo test europeo di competitività, che già prima ricordavo, ci dice che,
per le piccole e medie imprese italiane, la bolletta elettrica è la più cara
d’Europa, fatta eccezione per quelle di Cipro e di Malta.
L’Italia tutta ha,
dunque, bisogno di più crescita. Ma, anzitutto, ne ha bisogno il Mezzogiorno.
Tra il 2001 ed il 2010,
infatti, il PIL del Mezzogiorno si è ridotto dello 0,3% a fronte di una
crescita del 3,5% del Centro-Nord.
E’ a rischio la
coesione del Paese.
Gli esiti deludenti di
larga parte delle politiche d’intervento storicamente praticate per il
Mezzogiorno devono portare ad una
nuova stagione di scelte.
Scelte per la tutela
rigorosa della legalità e della sicurezza e per meccanismi di
premialità/sanzione dell’operato delle pubbliche amministrazioni ai fini della
maggiore produttività della spesa pubblica, a partire dai fondi comunitari.
“Piano per il Sud” o “Piano EuroSud” che
sia, si mettano a frutto le
risorse disponibili.
Nel Mezzogiorno, vanno
anzitutto rafforzate le dotazioni infrastrutturali per l’accessibilità
logistica dei suoi territori,
e le reti per la propagazione dell’innovazione e per il potenziamento
del capitale umano: banda larga; scuola, Università e processi di formazione
continua.
Su queste basi, va
rafforzata la competitività
dell’offerta produttiva dell’area: nella filiera agroalimentare e nel turismo,
nel commercio e nei servizi, nel sistema manifatturiero.
Tutela della legalità e
della sicurezza, dicevo. Nel Mezzogiorno e nell’Italia tutta.
E’ una nostra
fondamentale richiesta.
E’ un nostro
fondamentale impegno. Il rigoroso codice etico di Confcommercio-Sicilia ne è la
riprova.
Rigore: contro il
racket delle estorsioni e contro la criminalità organizzata; contro la
criminalità diffusa e contro il cancro della corruzione: una “tassa immorale ed
occulta”, stimata dalla Corte dei Conti nell’ordine di 50/60 miliardi di euro
all’anno.
Su questo terreno, va
costantemente rafforzato l’impegno nostro e di tutte le forze sociali. Vanno sviluppate
tutte le azioni di collaborazione con le istituzioni e, certo, non possono
essere lesinate le risorse necessarie per la più efficace azione delle forze
dell’ordine e della magistratura. Vanno riformate norme ed organizzazione, a partire dall’organizzazione della
giustizia civile.
Vanno affrontate, con
severità e determinazione, anche le patologie dell’abusivismo e della
contraffazione.
Alterano mercato e
concorrenza, alimentano economia sommersa e lavoro nero.
“Debellandole –
ricordiamo nel nostro documento – il circuito legale dell’economia
registrerebbe un incremento di valore aggiunto tra i 18 ed i 25 miliardi di
euro”.
Particolarmente oggi,
la crescita dell’Italia richiede anche una rafforzata collaborazione tra
imprese e sistema bancario.
Ci ritroviamo insieme
sulle ragioni della crescita del Paese.
Possiamo e dobbiamo
ritrovarci insieme, quotidianamente e concretamente.
Per promuovere i
contratti di rete ed il
rafforzamento patrimoniale delle
imprese.
Per la modernizzazione
del sistema dei pagamenti, riducendo costi e commissioni della moneta
elettronica.
Soprattutto,
quotidianamente e concretamente, bisogna lavorare per agevolare l’accesso al credito e per contrastare gli
effetti restrittivi dei parametri di Basilea 3.
E per valorizzare,
intanto, il ruolo dei consorzi fidi
e del Fondo centrale di garanzia.
Peccato che, proprio
rispetto all’esigenza di agevolare l’accesso al credito e in questa
delicatissima fase, si sia proceduto in controtendenza, riducendo la dotazione
di risorse per l’attività del Fondo.
E’ una decisione che
chiediamo al Governo di rivedere con urgenza.
Ho tentato, fin qui,
una sintesi della nostra proposta di scelte per la crescita del Paese.
E’ una rassegna che
chiudo segnalando anche il tema delle riforme istituzionali: dal Senato
federale alla razionalizzazione dei livelli di governo.
Per ridurre i costi
della politica e soprattutto
perché – come evidenziamo nel nostro documento – “istituzioni solide e
credibili …incrementano il livello e la dinamica del prodotto potenziale,
favoriscono propensione imprenditoriale, investimento di capitale di rischio,
innovazione”.
Riforme istituzionali e
riforma della rappresentanza politica, anche mediante una legge elettorale che
restituisca ai cittadini la possibilità di scegliere gli eletti in Parlamento.
Per rinnovare l’etica
pubblica, per ricostruire credibilità e fiducia: la fiducia degli italiani, la
fiducia internazionale nei confronti dell’Italia.
Agire è urgente,
drammaticamente urgente a centocinquant’anni dall’Unità.
Non possiamo e non
dobbiamo soggiacere a “commissariamenti” e “protettorati”: europei o
franco-tedeschi che siano.
Non possiamo e non
dobbiamo lasciare senza risposta “l’indignazione” dei giovani.
Senza alcun
giustificazionismo, i violenti vanno isolati e le violenze vanno prevenute e
punite.
Perché, in un Paese
normale, non sono ammissibili e tollerabili auto date alle fiamme, piazze e
centri storici devastati, negozi a saracinesche abbassate o, addirittura,
assediati e distrutti.
Ma, per il futuro dell’Italia
e delle sue giovani generazioni, occorrono risposte politiche.
Due milioni di giovani
che non studiano e che non lavorano sono una dissipazione di energie e di
capitale umano, che un’Italia in via di rapido invecchiamento non può
assolutamente permettersi.
Anche per questo, “è
importante – come ha scritto il Governatore Draghi – che tutti ci convinciamo
che la salvezza e il rilancio dell’economia italiana possono venire solo dagli
italiani”.
Perché risanamento
della finanza pubblica e crescita sono il bene comune dell’Italia, e condizione
di una cooperazione europea che chiede a ciascuno di fare la propria parte:
tutta e sino in fondo.
Noi – insieme alle
altre forze sociali ed imprenditoriali, insieme a tutti gli italiani di buona
volontà – ne siamo convinti.
E chiediamo, dunque, al
Governo di confrontarsi con le nostre proposte e di agire.
Di agire presto e bene,
entro ed oltre il perimetro del decreto per lo sviluppo.
Perché si deve aprire
un ciclo nuovo di politiche e di riforme a sostegno della crescita.
Di riforme, a partire
dalla riforma fiscale.
Di politiche, perché
non tutto può essere risolto a costo zero e, con attenta selezione e misura, le
risorse necessarie vanno assicurate.
Non è facile, certo.
Ma l’itinerario, le
tappe ed i tempi del cammino per la crescita devono essere chiarissimi e
serratissimi.
Procrastinare non
giova.
E’ bene, invece, che le
decisioni necessarie, a partire dal completamento della riforma della
previdenza, siano assunte con urgenza.
Lo chiede l’Europa.
E, soprattutto, lo
chiede – tutta insieme – quell’Italia produttiva, di cui le nostre
imprenditrici, i nostri imprenditori e le nostre imprese dei servizi sono tanta
parte e parte protagonista e propulsiva.
Riforme e politiche per
la crescita, dunque.
Chiediamo che si
realizzino, assicurando al Paese quella governabilità responsabile ed ambiziosa di cui vi è, oggi, assoluta
necessità ed urgenza.
Una governabilità che
non può considerarsi automaticamente garantita dal ricorso ai voti di fiducia e
dalla ricorrente verifica della sussistenza di una maggioranza parlamentare pur
che sia.
E’ una governabilità
che, piuttosto, deve tradursi in capacità “di operare – cito dalla nota del
Presidente Napolitano rilasciata dopo la mancata approvazione dell’articolo 1
del Rendiconto Generale dello Stato – con la costante coesione necessaria per
garantire adempimenti imprescindibili come le decisioni di bilancio e soluzioni
adeguate per i problemi più urgenti del paese, anche in rapporto agli impegni e
obblighi europei”.
Chiediamo questa
governabilità e questa coesione.
Le chiediamo –
anzitutto, soprattutto – a chi oggi governa. Le chiediamo alla politica tutta.
Per parte nostra,
scegliamo il “campo” degli interessi generali del Paese.
E saremo sempre con
tutti coloro che si ritroveranno in questa scelta di responsabilità
repubblicana.
Se questa scelta di
responsabilità prevarrà e saprà battere in breccia privilegi e rendite di
posizione, sterili muscolarità di confronto e faziosità, attendismi,
opportunismi e pigre indifferenze, non abbiamo dubbi: il declino dell’Italia
non ci sarà.
Se questa scelta di
responsabilità prevarrà e saprà mobilitare le energie del lavoro e delle
imprese, rinvigorendo coesione sociale, territoriale e generazionale, non
abbiamo dubbi: l’Italia saprà onorare i suoi impegni e tornerà a crescere.
Prevalga questa
responsabilità.
Noi - noi che
conosciamo l’impegno e la fatica
del fare impresa, il rischio quotidiano del confronto con il mercato e la
durezza dei tempi di crisi, la necessità di non demordere e l’esigenza di
cambiare ed innovare – lo chiediamo.
Lo chiediamo in tanti
ed a gran voce.
Chiediamo un’Italia
unita e protagonista in un’ Europa più unita e più protagonista.
Anzitutto, l’Italia,
dunque. Anzitutto, l’Italia, il suo futuro ed il futuro dei suoi giovani