Secondo
la teoria liberale non c’è motivo di preoccuparsi. Globalmente il numero di
posti di lavoro nel settore privato non cessa di aumentare anche se si
distribuisce diversamente. I gruppi francesi inoltre sono redditizi e i loro
profitti provengono dalla loro internazionalizzazione o delocalizzazione della
produzione. E’ anche una delle ragioni del deficit del commercio estero. La
Germania esporta, ad esempio, le sue vetture, mentre la Francia le fabbrica
all’estero.
L’internazionalizzazione
è stato finora un atout per il paese finchè la materia grigia restava in
Francia. Ma oggi i gruppi delocalizzano anche una parte della ricerca e
sviluppo. Inaugurato nel settembre del 2007, il centro di ricerca Saint-Gobain
a Shanghai avrà, in certi ambiti, una vocazione mondiale.
Sarkozy
ha ragione a dire che un paese che non ha più fabbriche non ha più economia,
per via dell’effetto trainante che l’industria ha sul resto dell’economia. Se
Mittal chiude una fabbrica in Lorraine il problema sarà che la regione non è in
grado di attirare industrie innovatrici che ne prendano il posto. Questa
situazione si riflette a livello nazionale. Dal 2003 gli investimenti sono
essenzialmente consacrati al rinnovo degli impianti. La parte destinata
all’introduzione di nuovi prodotti diminuisce con il conseguente rischio di
subire un ritardo tecnologico e compromettere la competitività.
La
situazione non è ancora catastrofica. In molti settori (farmaceutici,
automobili, energia, trasporto ferroviario, aeronautica) la Francia possiede
gruppi mondiali molto presenti sul
territorio. Ma la situazione è fragile. Visto che le spese per ricerca e
sviluppo stagnano e che il nostro paese è assente in due settori strategici per
l’avvenire – le biotecnologie e le tecnologie dell’informazione – la Francia
secondo Brussel sarebbe al secondo posto in materia di innovazione. Gli
esportatori francesi subiscono la crescita dell’euro perché innovano poco. In
quindici anni la Francia ha perso tre volte più della Germania nel commercio
mondiale.
(Le Monde 27 febbraio 2008, pag.
2)
(Moscou tempère sa colère sur l’indipendence du Kosovo)
Dopo le minacce, la
Russia sembra tornare a un atteggiamento pragmatico che traduce la sua
impotenza
Il rappresentante russo alla Nato Dmitri Rogozine ha detto
che la Russia “non ha intenzione di intervenire militarmente su un punto caldo
lontano dalle sue frontiere, non c’è stato un attacco diretto contro la Russia
contro i nostri interessi nazionali. La Russia eserciterà la sua autorità
politica e morale nei Balcani per difendere il suo punto di vista”.
Il cambiamento di tono illustra l’ambiguità della Russia
sulla questione, e la sua impotenza. L’annuncio dell’indipendenza del Kossovo
non ha prodotto alcuna dichiarazione ufficiale da parte del Kremlino. Il
sostegno dato al presidente serbo filo-occidentale Boris Tadic prova che la
Russia sa distinguere fra i suoi interessi reali e quelli immaginari. Essendo
la Gazprom il suo vero interesse.
(Le
Monde 26 febbraio 2008, pag. 7)