(Heurs et malheurs de l’euro)
di Martin Wolf
Cosa sarebbe accaduto nel corso della crisi finanziaria se
non ci fosse stato l’euro? Le monete greca, irlandese, italiana, spagnola e
portoghese sarebbero state svalutate rispetto al marco. Ed è precisamente questo
che i creatori della zona euro volevano evitare. Ci sono riusciti. Ma se non si
può più aggiustare il passo di cambio, bisogna che qualcos’altro si
aggiustabile. All’occorrenza, le economie dei paesi membri situate alla
periferia della zona.
Prima della crisi, i paesi periferici presentavano una
domanda in eccesso rispetto all’offerta, mentre i paesi del centro si trovavano
in una situazione opposta. Nel 2006, il settore privato greco, irlandese,
portoghese e spagnolo spendeva più di quello che guadagnava, mentre il settore
privato tedesco e olandese spendeva di meno.
Poi è arrivata la crisi che evidentemente ha colpito più
duramente i settori privati più esposti. Dal 2006 al 2009, i settori privati
irlandese, spagnolo e greco, hanno modificato il rapporto fra le entrate e le
spese rispettivamente del 16%, 15% e 10% del PIL. La conseguenza è stato un
enorme peggioramento della posizione di bilancio. Fatto che sottolinea un punto
che gli economisti sembrano reticenti ad ammettere: la posizione di bilancio
non è sostenibile se non lo è il finanziamento del settore privato.
Nei primi dieci anni della sua esistenza, gli squilibri
all’interno della zona euro hanno creato danni considerevoli al credito dei settori privati delle
economie più prospere. Oggi tali squilibri gravano sui settori pubblici.
In che situazione si trovano oggi gli stati periferici? In
recessione strutturale. Ad un certo punto dovranno ridurre il deficit di
bilancio e non potendo compensare con il tasso di cambio della moneta, la recessione
non potrà che aumentare. Anche considerando che questi paesi hanno perso
competitività all’interno della zona euro. E anche questo è inerente al
sistema.
I paesi periferici sono oggi presi in trappola: non
possono facilmente generare un’eccedenza esterna, non possono facilmente
rilanciare il prestito del settore privato, e alla lunga sopporteranno male
l’attuale deficit di bilancio. L’emigrazione di massa potrebbe essere una
possibilità ma difficilmente raccomandabile.
La crisi che colpisce i paesi periferici della zona euro
non è accidentale, ma deriva dal sistema stesso. I membri più deboli dovranno
trovare un modo di uscire dalla trappola, non avranno aiuti: la zona non
possiede membri disposti a giocare il ruolo di compratori di ultima risorsa.
Al momento della creazione della zona euro, si è assistito
alla pubblicazione di numerosi documenti che si chiedevano se sarebbe stata la
migliore delle unioni monetarie. Oggi sappiamo che non era così. Presto ne
vedremo le conseguenze.
(Le Monde, 12 gennaio 2010, pag. 2 inserto Economia)