1.  L’America e le
sfide della globalizzazione
(America needs to make a
new case for trade)
Mentre la crisi finanziaria domina le
discussioni sull’economia america, si profilano interrogativi sul futuro
approccio dell’America alla globalizzazione.
Se dopo la Seconda Guerra Mondiale, gli
USA si sono fatti sostenitori di un’economia globale integrata, stimolando lo
sviluppo nei paesi poveri, particolarmente in Asia oggi la situazione appare
mutata. I candidati presidenziali attaccano l’Accordo di libero mercato
dell’America del Nord, ci sono continui attacchi agli investimenti stranieri e
un crescente sostegno a politiche di limitazione dell’immigrazione.
Nonostante gli argomenti a favore dei
vantaggi di un’integrazione economica mondiale, c’è il crescente sospetto che
il suo fine – la crescente prosperità globale – non sia nell’interesse
dell’America.
Quando gli altri paesi si sviluppano, i
produttori americano si avvantaggiano perché hanno nuovi mercati dove
espandersi , ma sono anche sfidati da una competitivitĂ ancora piĂą potente.
L’effetto che dominerà non può essere giudicato a priori. Ma c’è il sospetto
che un successo all’estero sarà più problematico per gli operai americani in
futuro.
I paesi in via di sviluppo aumentano
l’esportazione di beni tipo i computer che gli americani producono su vasta
scala, mettendo gli stipendi sotto pressione. La crescita di paesi come la Cina
aumenta la competizione per le risorse energetiche facendo aumentare i prezzi
per gli americani. La crescita dell’economia globale favorisce la creazione di
elite senza stato piĂą interessate al loro benessere che agli interessi della
nazione dove hanno i loro uffici.
In un mondo in cui gli americano
dubitano che l’economia globale sia buona per loro sarà sempre più difficile
mobilitare un sostegno per tale internazionalizzazione. SarĂ necessario mettere
l’accento su un internazionalismo che allinea con più successo gli interessi
dei lavoratori e delle classi medie dei paesi ricchi con l’economia globale.
(Financial Times, 28 aprile 2008, pag.
9)
A gennaio, mentre andava diffondendosi la crisi finanziaria
americana, il governo indiano dichiarava che non vi sarebbe stato pericolo di
contagio per il paese. Quando però, in aprile, i prezzi delle materie prime
agricole sono aumentati bruscamente, il Primo Ministro indiano ha dovuto
correggere il tiro e prendere atto degli ostacoli esistenti lungo la strada del
progresso. Dopo cinque anni di crescita stabile intorno al 9%, l’india potrebbe
vedere il suo PIL progredire del 8% o 7% quest’anno. Nell’eterna competizione
con la Cina, che cresce ad un tasso superiore del 10%, l’India vedrà il suo
ritardo accentuato.
Nonostante i progressi, l’India rimane un paese povero e
rurale, il cui PIL per abitante è inferiore a 1000 dollari. L’agricoltura, che
contribuisce per il 21% del PIL, occupa il 58% della popolazione attiva e il
65% della popolazione totale, è un problema politico a tutti gli effetti. Le
cifre parlano chiaro: se 300 milioni di indiani appartengono alla classe media,
ve ne sono ben 800 milioni che vivono in povertà . L’aumento dei prezzi agricoli
è quindi una catastrofe.
Per sostenere la crescita, il governo indiano punta
sull’industria (28% del PIL) e sui servizi (54,6% del PIL), ma il cattivo stato
delle infrastrutture e dei servizi pubblici non aiuta certo a raggiungere lo
scopo. Tata, Wipro, Reliance, Mittal, ecc, sono senza dubbio delle “success
stories” dell’economia indiana, ma non devono illudere. Studi affermano che
solo il 15% dei lavoratori totali è regolare. Nel settore dei servizi l’impiego
è in diminuzione, mentre le imprese puntano più sul capitale che sul lavoro. In
questa situazione di crisi, il sistema democratico stesso è messo “sotto
accusa” per le sue lunghe procedure decisionali che non permettono azioni
rapide. Secondo il pronostico dell’economista Jean-Joseph Boillot, l’India si
appresta a divenire una potenza di medie dimensioni, piuttosto che una
superpotenza come la Cina.                       Â
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