(Italy needs to focus on productivity growth)
La nuova amministrazione italiana possiede una solida
maggioranza e la capacità di superare gli ostacoli politici e amministrativi,
per portare avanti il programma di riforma non deve mancargli il fine
strategico.
Quali dovrebbero essere le riforme prioritarie? Il
problema principale dell’Italia è la sua bassa produttività . Dall’inizio del
decennio, il Fattore Totale della Produttività (FTP) – la parte della
produttività considerata una componente strutturale – italiana ha stagnato. Il
Regno Unito, la Germania, la Danimarca e i Paesi Bassi sono riusciti a
mantenere un tasso di crescita del FTP vicino all’1%. Ad essere onesti,
l’Italia ha ottenuto un certo successo nella lotta alla disoccupazione, ma
questo è avvenuto sfortunatamente a spese della crescita della produttività .
Senza una crescita del FTP è difficile vedere come l’Italia possa prosperare
nella zona Euro o ridurre il suo alto debito pubblico.
I peggiori risultati della produttività italiana sono
concentrati nel settore pubblico, uno dei più cari e meno efficienti di Europa.
Né la destra né la sinistra offrono soluzioni di riforme su larga scala, ma il
centro- destra è un più ambizioso, promettendo di eliminare interi settori
della pubblica amministrazione e il numero eccessivo di coloro che vivono
facendo politica. Ma senza la volontà di confrontarsi con i sindacati non sarà possibile nessuna riforma
sostanziale.
Una delle priorità nel settore pubblico è l’istruzione. Il
livello è molto basso non perché le spese siano insufficienti ma perché le
priorità sono sbagliate. Una recente ricerca del Centro Europa ricerche ha
rivelato che in Europa uno dei fattori che sono legati alla crescita del FTP è
la capacità di parlare l’inglese, perché è la lingua di Internet e alcuni
economisti hanno attribuito la crescita del FTP a come i paesi usano le
tecnologie dell’informazione e della comunicazione.
Secondo Eurostat, il 56 % degli italiani nel 2005 non
avevano mai usato un computer e il 72% non aveva mai usato Internet. Una ampia
fascia di italiani di fatto non prende parte al 21 secolo.
(Financial Times 5 maggio 2008, pag. 9)