1 - Rapporto
sul mercato al dettaglio in India.
L’arrivo sul mercato. La frontiera finale del dettaglio
globale comincia ad aprirsi.
(Coming to market)
Secondo uno studio pubblicato lo scorso anno, l’India ha
la più alta densità di negozi al dettaglio del mondo, oltre 15 milioni di punti
vendita contro i 900.000 dell’America dove il mercato è 13 volte più grande in
termini di valore. Dopo l’agricoltura, il commercio al dettaglio è il maggiore
fornitore di posti di lavoro. E’ anche un settore protetto dalla competizione
straniera attraverso leggi che impediscono investimenti stranieri diretti
(ISD). Le imprese straniere, come Wal Mart, e le sue rivali inglesi e francesi,
Tesco e Carrefour, bussano alla porta attratte dallo sviluppo dell’economia
indiana e dalla sua classe media in crescita. Il governo, una coalizione
guidata dal partito del Congresso, è impegnata in un processo di
deregolamentazione e apertura del mercato indiano avviata da una quindicina di
anni. La questione se aprire il commercio al dettaglio agli investimenti
diretti stranieri è diventata una cartina di tornasole della capacità del
Partito del Congresso di portare avanti le riforme a dispetto dell’opposizione.
La questione degli ISD è solo una parte del problema. Una
serie di limitazioni hanno impedito nel paese lo sviluppo di un dettaglio
organizzato su grande scala. Alcune aziende ci stanno provando e così facendo
stanno creando una nuova lobby protezionista contro gli ISD.
Solo il 4% dei negozi indiani occupa una superficie
superiore a 46 metri quadri La maggior parte dei negozi indiani appartiene a
quello che è noto come il “settore non organizzato”: negozi piccoli, a gestione
familiare che sopravvivono di lavoro non retribuito e spesso spazio libero per
un piccola bancarella. Il dettaglio organizzato rappresenta solo il 2-3% del
totale, e di questo, il 96% è nelle dieci città più grandi, e l’86% nelle sei
città principali. Il commercio organizzato cresce comunque del 18-20% all’anno.
Alcune catene hanno una rilevanza nazionale, ad esempio Pantaloon, nata nel
1987, occupa 12.000 persone negli oltre cento negozi Pantaloon, e in altri
negozi, come gli ipermercati Big Bazar o i supermercati Food Bazar. Altre ne
stanno nascendo. La Reliance Industries, un gigante petrolchimico, ha grandi
progetti nel dettaglio, talmente grandi che qualcuno li ritiene irrealizzabili.
Il progetto è quello di creare nell’arco di due anni 1.500-1.800 fra
supermercati e ipermercati che dovrebbe impiegare fra le 400.000 e le 500.000
persone.
Gli ostacoli che il commercio organizzato si trova davanti
sono immensi. Ecco un elenco.
1) Il rifornimento di energia elettrica, le strade e i
porti hanno bisogno di investimenti. Il governo non ha i mezzi per investire
nelle infrastrutture e spera che un aiuto gli possa venire dal settore privato.
I ritardi nei trasporti e un’inadeguata catena del freddo significano che il
35%, 40% della frutta e della verdura che cresce in India marcisce nel luogo
del raccolto o lungo il trasporto.
2) I progetti vengono spesso ostacolati dalla difficoltà
di ottenere la terra. In molti posti in India la proprietà della terra è poco
chiara e soggetta a dispute e l’utilizzo della terra è soggetta a limitazioni
restrittive. Secondo una stima, 500.000negozi nella capitale, Delhi, operano
come locali “residenziali”. In altri centri più piccoli però si possono
costruire ipermercati in periferia. La Reliance ad esempio sostiene di aver già
acquistato il 30% della terra che le serve per i suoi centri di distribuzione.
3) Il commercio organizzato deve inoltre districarsi
all’interno di un numero intricato di norme e regolamenti centrali, statali e
locali a ogni stadio delle attività. A Bangalore, ad esempio, in un
cash-and-carry aperto dalla Metro, gli scaffali destinati a frutta e verdura
sono riempiti da altri prodotti perché i la maggior parte dei prodotti agricoli
devono essere venduti nel mercato gestito dal governo. La legge sul lavoro
scoraggia le grandi imprese rendendo loro difficile licenziare il personale. I
dettaglianti devono avere anche una enorme quantità di licenze. Secondo uno
studio condotto nel 2003, un nuovo negozio ha bisogno di una media di 15
licenze da 11 uffici governativi diversi. Procurarsele richiede 6 mesi di tempo
e un costo di 500.000 rupie. Il commercio organizzato deve inoltre affrontare
un sistema fiscale di straordinaria complessità e costo. E’ in atto una
transizione verso l’IVA a livello degli stati e una tassa nazionale su beni e
servizi. Il sistema attuale comporta dazi all’importazione e accise, tasse
sulle vendite a livello degli stati e a livello nazionale, IVA, una tassa sui
beni in transito e altre.
4) Un ultimo fattore è quello umano. Il commercio al
dettaglio non è un’occupazione ambita.
Coloro che si oppongono al commercio organizzato e agli
ISD sostengono che faranno chiudere i piccoli dettaglianti e che non offriranno
un lavoro a coloro che hanno solo un’istruzione di base.
L’economia dell’India è una di quelle che crescono più
rapidamente al mondo con un Pil che raggiunge il 7,5% all’anno da tre anni. Dal
punto di vista del commercio al dettaglio l’India è molto attraente perché c’è
una crescita delle spese private. I consumi privati rappresentano il 64%
dell’economia indiana. Più che in Europa (58%), Giappone (55%), Cina (42%).
L’India è ancora un paese povero. Solo una famiglia su 50 ha la carta di
credito, una su 6 il frigorifero. La classe media conta 58 milioni di persone
secondo la stima di un thik-tank indiano, ma sta crescendo.
Wal-Mart sta studiando il mercato con attenzione. Coloro
in India che sono a favore degli ISD sostengono che favoriranno l’occupazione.
Circa 100 milioni di indiani entreranno nel mondo del lavoro nei prossimi dieci
annie c’è molta preoccupazione, perché nonostante la forte crescita,
l’occupazione è rimasta bassa, in parte per il mancato decollo di industrie a
intensa occupazione come il food processing.
Guardando all’esempio della Tailandia, se da un lato
l’ingresso degli stranieri ha avuto un impatto negativo in tutti i settori, ci
sono stati però dei vantaggi. Si è sviluppato il commercio organizzato, i
produttori sono diventati più efficienti e i dettaglianti stranieri hanno
cominciato a comprare i prodotti tailandesi.
Wal-mart sostiene che lo stesso potrà avvenire in India. I
fornitori si familiarizzeranno con le sue richieste e le esportazioni
aumenteranno. In Cina, Wal-Mart rappresenta circa il 10% delle esportazioni
verso l’America.
In gennaio il governo indiano ha reso più elastiche le
normative sugli investimenti stranieri diretti consentendo la proprietà fino al
51% in rivendite al dettaglio mono marca, ma anche l’investimento in negozi
mono marca ma con più prodotti sarà consentito. Molti pensano che si tratti
solo di operazioni cosmetiche e che una vera competitività ci sarà solo quando
ci sarà un commercio organizzato locale.
(The Economist, 15-21 aprile, pag.69)
(For Europeans, unpalatable options)
di Richard Bernstein
La crisi non è soltanto italiana: le elezioni hanno messo in evidenza che i tre maggiori paesi dell’Europa continentale - Germania, Francia e Italia – si stanno avviando verso la paralisi politica ed economica.
L’economista tedesco Wolfang Nowak afferma che tutti si
rendono conto che le cose non possono andare avanti in questo modo ma che,
essendo un problema non soltanto di misure economiche ma anche di scelte
politiche nessuno è in grado di trovare soluzioni. La volontà di cambiamento è
presente in tutti e tre i paesi ma non si traducono in azioni reali.
Secondo i più accreditati commentatori economici in
Italia, come in Francia e in Germania, gli alti costi del lavoro, la bassa
crescita demografica potrebbero portare ad un declino nel lungo termine.
Le soluzioni quindi non
riguardano la sfera strettamente economica ma coinvolgono la politica.
L’agenda di Lisbona si
attestava su una serie di obiettivi, in primo luogo quello della crescita del 3
per cento e di 20 milioni di nuovi posti di lavoro attraverso investimenti sulla formazione e le nuove
tecnologie, che non sono stati
raggiunti in nessuno dei tre paesi.
Charles Grant,, direttore del Centro per le riforme
europee a Londra, dichiara di essere d’accordo con Jean Claude Junker, primo
ministro del Lussemburgo, quando dichiara che tutti conoscono quali riforme
necessitano per implementare lo sviluppo
ma nessuno sa ancora con precisione come
vincere le elezioni.
Il quadro non è lo stesso in tutta Europa: Spagna, Gran Bretagna e Irlanda hanno
registrato una forte crescita e i paesi scandinavi hanno iniziato a operare
cambiamenti al loro sistema di welfare.
In ogni caso la situazione in Francia e in Italia appare
ancora meno ottimistica che in Germania dove, in questi ultimi anni, si sono
registrati alcuni timidi segnali di cambiamento. Il governo tedesco di larga
alleanza sarà comunque frenato a causa della sua stessa natura mista nelle decisioni più incisive ma,
almeno per il momento, non ha crisi di delegittimazione come quello francese né
problemi di insediamento come quello italiano.
Le forti e generali
proteste in Francia sono il
sintomo che esiste in tutta l’ Europa continentale una diffusa ostilità
popolare e intellettuale a politiche troppo liberiste, soprattutto per quanto
concerne il mercato del lavoro.
IL quotidiano inglese “The Indipendent” nel suo editoriale
di ieri, afferma che in Italia, come in Francia e Germania, le politiche
occupazionali e di sviluppo sono fallite. Ancora non si può dire se Prodi sarà
in grado di dare una svolta alla situazione italiana ma si sa con precisione
che eredita un paese che lo scorso anno ha subito una crescita uguale a zero, un deficit pubblico considerevole e una
concorrenza pericolosa con Cina e India per alcune delle sue industrie
primarie, come i tesili e le calzature.
Nei suoi cinque anni di governo il governo Berlusconi ha
fortemente fallito nelle sue promesse di liberalizzazione e di sviluppo, anche
se la presenza di comunisti nel governo Prodi fanno supporre che riforme troppo
liberiste potrebbero essere osteggiate. Il giornale la Repubblica commenta che
l’Italia è stata punta da uno scorpione
velenoso: non può costruire un governo nuovo ma non può tenere il vecchio.
Herald Tribune, 14 aprile 06, pag 1
3 - L’Europa
delle parti sociali non voterà mai per una riforma dell’agenda economica.
(Europe’s
insiders will never vote for a reform agenda)
di John Kay
La prosperità e la libertà dei paesi dell’Europa occidentale è la prima causa dei disordini sociali e della stagnazione di questi ultimi tempi.
La maggioranza degli operatori economici crede che l’Europa occidentale abbia bisogno
di un mercato finanziario più attivo e di livelli di tassazione e di protezione
sociale meno elevati.
Le occasioni per disperarsi a tal proposito non sono
mancate negli ultimi tempi.
In Germania l’attuale grande coalizione di governo non promette certo iniziative
forti in campo sociale ed economico. In Francia le strade sono state invase per
contrastare le riforme del lavoro. In Italia i risultati elettorali vedono
Berlusconi che si propone ancora per le riforme, anche se fin’ora non abbia
fatto molto, e Prodi che è atteso al varco a causa delle sue varie alleanze di
governo.
La storia dei processi politici nel mondo evidenzia come i
gruppi interni ai vari sistemi di potere da sempre cercano di difendere
privilegi e conquiste. Questo avviene nei paesi poveri in cui, per rafforzare
situazioni di potere, si affermano gruppi di rappresentanza che poi cercano di
competere con quelli ancora esterni ai processi decisionali. In America latina
abbiamo assistito per due secoli all’uso degli apparati militari a sostegno dei
governi e dei gruppi economici.
Il nazionalismo belligerante e la difesa dei valori
tradizionali sono due strumenti fondamentali per persuadere i poveri a votare
per i ricchi. Il moderno partito repubblicano in USA si basa anche sui valori
religiosi e sul pericolo del terrorismo.
Ma l’Europa è ora fortemente secolarizzata e ha imparato
la lezione sulla distruttività delle guerre.
Gli stati europei occidentali
sono ricchi, tolleranti e democratici e sono i primi nella storia a dare
spazio alle parti sociali più rappresentative. Ancora molti lavorano nel
settore pubblico e gli esclusi dal lavoro possono godere di alcuni
ammortizzatori sociali.
Molti di questi settori non intendono rinunciare alle loro
conquiste e rifiutano altri modelli sociali come quello statunitense e quello
del New Labuor thatcheriano.
In Europa i problemi demografici e di esclusione dal mondo
del lavoro aumentano col crescere delle
spinte dell’economia globalizzata e la situazione incerta spinge la gente a
difendere la posizione raggiunta.
L’argomento che si deve rinunciare a qualcosa per avere
qualcos’altro in futuro non può funzionare, soprattutto se il clima di incertezza è predominante.
Questo è il vero motivo delle dimostrazioni in
Francia e le prime vittime saranno
probabilmente gli esclusi, come i giovani e gli immigrati, se non si opereranno
misure di liberalizzazione del mercato energetico e di rinuncia di privilegi da parte di alcuni
settori lavorativi.
Tutto sommato i problemi di questi paesi europei non
appaiono così drammatici e seri:in fondo sono il prodotto della democrazia e
della prosperità.
Internatinal Financial Times, 18 aprile 2006, pag 11