(China buys up the world)
Le imprese statali cinesi sono impregnate in una campagna
acquisti nel mondo. Gli acquirenti cinesi, per lo più opachi, spesso gestiti
dal Partito Comunista Cinese (PCC) e a volte guidati da fini politici oltre che
dai profitti, hanno raggiunto un decimo del valore degli accordi oltre
frontiera, partecipando a gare che vanno dal gas americano all’elettricitÃ
brasiliana all’industria automobilistica svedese, la Volvo.
La tendenza sta incontrando una opposizione crescente,
nonostante il fatto che le imprese cinesi detengano solo il 6% degli
investimenti globali.
Le ragioni per gli acquisti internazionali sono quelle di
sempre: acquisire materie prime, ottenere know-how tecnico e accesso ai mercati
stranieri. Queste però sono sotto la guida di uno stato che molti paesi
considerano più un concorrente che un alleato. L’idea che un governo poco
trasparente possa arrivare a dominare il capitalismo globale è poco attraente.
Le risorse verrebbero allocate dai funzionari, non dal mercato. La politica e
non il profitto potrebbe guidare le decisioni.
La spinta protettiva cui si sta assistendo oggi da parte
di paesi un tempo aperti, come Canada e USA, è tuttavia un errore. La Cina è
molto lontana dal rappresentare una minaccia e la maggior parte delle sue
imprese stanno giusto cercando di mettere un piede fuori. Inoltre la Cina non è
un sistema monolitico come pensano spesso gli stranieri. Le imprese di stato
sono in concorrenza in patria e il loro processo decisionale è più basato sul
consenso che dittatoriale. Se le imprese cinesi portano capitali nel mondo,
Europa e America dovrebbero usare questi capitali. Le preoccupazioni che il
capitale cinese possa minare i rivali sarebbero meglio affrontate rafforzando
la legge sulla competitività piuttosto che tenendo al largo gli investimenti.
Le imprese cinesi possono portare nuove energie e capitali
alle compagnie indebolite attorno al mondo. Nello stesso tempo, per avere
successo all’estero le compagnie cinesi si dovranno adattare, il che significa
assumere manager locali, investire in ricerca a livello locale. Investendo
nell’economia globale, la Cina si allineerà sempre più con il resto del mondo.
Respingere l’avanzata delle imprese cinesi sarebbe fare un cattivo servizio alle
generazioni future, oltre ad essere un brutto segnale sullo stesso capitalismo.
(The Economist, Novembre
2010, pag. 11)