(Gorge W. Bush’s Italian
problem)
La vittoria sottile come un wafer della coalizione di
centro sinistra di Romano Prodi su quella di centro destra di Silvio Berlusconi
è un ulteriore ostacolo alla politica estera dell’amministrazione Bush e
inaugura un periodo complesso per le relazioni tra gli USA e l’Italia.
Berlusconi ha offerto un sostegno acritico alla guerra in
Iraq nonostante la schiacciante opposizione del suo elettorato. Politicamente è
stato un danno per lui, anche se l’economia stagnante del paese e la sua
esibizione eccentrica e poco dignitosa durante la campagna elettorale sono
stati probabilmente fattori più importanti nel decidere la sua sconfitta.
Negli anni dell’immediato dopo guerra, avere uno stretto
rapporto con un presidente americano era un più per un dirigente politico
europeo, e soprattutto per uno italiano. Ma ormai quei tempi sono purtroppo
finiti.
Il Presidente George W. Bush ha sbagliato a far rivolgere
a Berlusconi un discorso al Congresso alla vigilia delle elezioni italiane e ad
appoggiare la sua rielezione nel corso di una conferenza stampa. Gli italiani,
e in particolare la coalizione vincente, non dimenticheranno facilmente questa
sfacciata intromissione nei loro affari interni.
Prodi e i suoi non sono antiamericani, anche se la maggior
parte di loro sono contrari a Bush. Durante la campagna elettorale hanno
denunciato la decisione di invadere l’Iraq sia in quanto un errore strategico
sia in quanto una violazione del diritto internazionale, e hanno chiaramente
affermato che ritireranno le loro truppe di 3.000 uomini il prima possibile.
Il governo di Prodi cercherà di mantenere buoni rapporti
con l’America, ma riequilibrerà la politica estera italiana verso a suoi
pilastri tradizionali: l’Unione Europea e il Mediterraneo (incluso il Medio
Oriente).
A differenza dell’euroscettico Berlusconi, Prodi
promuoverà una comune politica estera europea e una capacità militare europea
credibile. Cercherà anche un ruolo più attivo dell’Europa nel conflitto Israelo
-.Palestinese. In Iraq limiterà il ruolo dell’Italia alla costruzione della
democrazia e alla ricostruzione dell’economia.
Queste posizioni italiane meritano comprensione da parte
dell’amministrazione Bush abituata ad un sostegno entusiasta per ogni
iniziativa degli USA. Dopo tutto, il centro-sinistra italiano ha già dimostrato
di saper lavorare con gli Stati Uniti per delle buone cause. Massimo D’Alema,
quando era Primo Ministro, sostenne con lealtà la campagna militare della NATO
per mettere fine alla pulizia etnica in Kosovo.
Bush dovrà avere a che fare con un governo che tiene per
l’ “altra America”, l’America di Roosvelt, Truman, Kennedy, Carter e Clinton,
un’America che sapeva combinare il potere militare con un “potere morbido” che
attirava il sostegno dei paesi stranieri che identificavano gli interessi
americani con il loro.
Trent’anni fa, quando l’Italia era minacciata dalla
violenza delle Brigate rosse e dalla prospettiva di un ruolo governativo per il
Partito Comunista Italiano, la decisione del Presidente Jimmy Carter di
coltivare i capi del centro-sinistra e iniziare programmi pratici per aiutare
l’Italia a riformare la sua economia e le istituzioni pubbliche, pagò nella
decisione da parte dell’Italia di accettare il dispiegamento sul suo territorio
dei missili cruise americani, un evento che Mikhail Gorbachev nelle sue memorie
considerò il fattore chiave per la fine della guerra fredda. Se
l’amministrazione Bush fosse disposta oggi a usare lo stesso approccio non
ideologico e pragmatico verso la realtà italiana, ne sarebbe ampiamente
ricompensata.
Il nuovo governo Prodi dovrà, da parte sua, superare il
risentimento verso il pesante sostegno dato da Bush a Berlusconi e venire a
termini con il fatto che l’amministrazione Bush durerà ancora tre anni. Dopo
tutto, un solido rapporto fra l’America e l’Italia è ancora una parte
importante dell’alleanza fra l’America e l’Europa, mai stata più importante di
oggi di fronte alle sfide che riguardano la sicurezza transnazionale,
l’economia e l’ambiente.
In altre parole, tanto in Italia che in America, la
ricerca di un partner politico favorito oltre Atlantico deve essere messa in
disparte a favore della realizzazione di quegli interessi comuni che ancora
uniscono i due paesi.
Herald Tribune, 22-23 aprile 2006, pag. 6
(Italy still dominated by
pact mentality)
L’arresto di Stefano Ricucci ha messo in evidenza come il
sistema aziendale italiano sia ancora dominato dai patti, attraverso i quali
gli azionisti controllano un considerevole numero delle più importanti imprese
italiane. I patti non sono di per sé negativi, criminali o opachi. Ma possono
venir criticati dagli azionisti di minoranza preoccupati che i membri del patto
non gestiscano l’azienda nell’interesse di tutti gli azionisti. In passato sono
stati usati per conservare il controllo delle imprese e tenerle lontane dal
pubblico esame.
Gli investitori internazionali cercano segnali che
l’Italia prenda seriamente in esame la riforma e la trasparenza della
governance. Gli accordi fra azionisti sono considerati rimasugli di un passato
quando poche teste con un capitale limitato prendevano azioni una dell’azienda
dell’altra per tener fuori gli intrusi.
Quella rete esclusiva di influenza, nota come il “salotto
buono”, aveva al centro Mediobanca, che detiene a tutt’oggi il 13,3% della RCS.
L’idea di un gruppo ristretto che controlla gli affari più importanti del paese
è stata sottolineata al meglio dal desiderio di avere voce in capitolo nel
Corriere della sera, il quotidiano più influente del paese.
I patti, secondo il Professor Umberto Mosetti
dell’Università di Siena, hanno aiutato a rinforzare i fallimenti di un sistema
di mercato incompleto, ma probabilmente oggi sono sopravvalutati come problema.
Il “salotto” non è più quello di un tempo, e la vecchia generazione di
imprenditori è ormai passata. I patti sono diventati più deboli poiché la legge
dice che devono venir dichiarati e devono sciogliersi se uno scalatore lancia
un’Opa.
Tuttavia i membri del patto RCS, 15 in totale,
appartengono ancora in buona parte al “salotto buono”, e comprendono Fiat,
Mediobanca, Pirelli, Banca Intesa e Generali. Secondo una testimonianza anonima
di qualcuno vicino alla RCS, alcuni aderiscono al patto per ottenere uno status
e pensando di poter avere un miglior trattamento da parte del giornale.
Rastrellando il 21% delle azioni RCS la scorsa estate,
Ricucci dichiarava arditamente la nascita di una nuova ondata di imprenditori
italiani. Le sue azioni hanno portato i membri del patto ad attaccarlo con
affermazioni che sarebbero state un tempo inimmaginabili. I membri del patto
hanno concordato di conferirsi l’un l’altro la prima opzione di acquisto in
caso che qualcuno decidesse di lasciare.
Gli sforzi di Ricucci sono implosi nel momento in cui è
stato implicato nello scandalo. Ci si chiede ancora se avesse dei sostenitori
occulti o se i membri del patto gli avessero detto che volevano vendere. Oggi
le sue azioni RCS potrebbero venir messe in vendita. Il patto, nel frattempo,
continua a vivere.
FT, 21 aprile 2006, pag. 22
(Italy’s real election
flaws embarrass the EU)
Mentre l’Unione Europea promuove
la democrazia in tutto il mondo, non ha in realtà a disposizione strumenti
effettivi che indirizzino lo stato della democrazia nei propri stati
membri. Le recenti elezioni in Italia
danno un esempio delle difficoltà che incontra.
Silvio Berlusconi ha dichiarato
errori nel conteggio dei voti ed ha rifiutato di riconoscere la vittoria di
Romano Prodi. Mentre non vi è nulla di sbagliato nell’utilizzare rimedi legali
per creare dubbi dopo le elezioni, i difetti di questa tornata elettorale sono
in particolare nati prima ancora che venissero fatte le prime proiezioni.
Quando l’Unione Europea osserva
le elezioni in altri paesi, verifica da vicino che l’accesso alle notizie sui
media sia garantito a tutti i partiti. Su questo aspetto, le elezioni italiane
non hanno trovato riscontro rispetto agli standard democratici.
Il problema dell’Italia rispetto
alla proprietà dei canali televisivi è ben conosciuto: Berlusconi ha influenza
nel controllo di tre fra le più importanti reti televisive private nazionali,
che contano su più del 40% dell’audience nazionale, e allo stesso tempo ha
esercitato un qualche controllo sulle reti pubbliche in qualità di Capo del
governo. La domanda prima di queste elezioni era se questa anomalia avrebbe
influito sulla reale copertura televisiva. Lo ha fatto.
In base ai dati dell’istituto di
monitoraggio sui media “Centro d’Ascolto”, i partiti del centro destra hanno
ricevuto il 70% della copertura sui canali televisivi di Berlusconi, con solo
il 30% per l’opposizione. Uno di questi canali è stato multato per diverse
settimane di seguito dal garante italiano per le comunicazioni per aver dato un
chiaro e non corretto vantaggio a Berlusconi. Ma i soldi non sono mai stati un
problema. Il canale ha semplicemente pagato alcune centinaia di migliaia di
euro ogni settimana ed ha continuato i suoi programmi “di parte”.
Alcuni commentatori ora
affermano che la sconfitta di Berlusconi prova che il controllo dei media non
ha una reale importanza. Ma questa è una visione assolutista dell’impatto dei
media. E’ impossibile misurare l’influenza effettiva dei media nel
comportamento degli elettori, ma indubbiamente le più importanti reti
televisive hanno un impatto significativo sulla pubblica opinione. Nel caso
contrario, gli osservatori internazionali sulle elezioni non avrebbero diritto
di criticare la faziosa copertura televisiva in Ucraina o Russia.
Infatti questa parzialità ha una
particolare incidenza in un contesto di battaglia “punto a punto” come in
Italia, in cui le due parti politiche sono risultate alla fine separate solo
dello 0,1 in percentuale.
Oltre al problema di chi vince,
qualsiasi potenziale differenza nei risultati è ovviamente importante per la
stabilità del nuovo governo. E’ preoccupante che questi ovvi problemi
strutturali della televisione italiana non siano ancora stati affrontati
seriamente. Una legislazione messa in atto nel 2004 è stata dichiarata
inefficace dall’OCSE e dalle Nazioni Unite.
I cambiamenti dell’ultimo minuto
del sistema elettorale da parte del governo di centro-destra sono risultati un
problema. Alle democrazie instabili viene spesso detto che i sistemi elettorali
devono essere emendati solo per oggettive buone ragioni, dopo una consultazione
con i principali partiti politici e i cittadini, e mai appena prima di
un’elezione. Il sistema elettorale italiano è stato cambiato in fretta e furia
verso la fine del 2005. Per sua stessa ammissione, il centro-destra sperava che
avrebbe beneficiato della nuova formula proporzionale.
I difetti del sistema elettorale
italiano creano imbarazzo all’Unione Europea. Le mancanze di una democrazia in
uno Stato Membro possono avere influenza negativa sull’intero sistema UE, in
quanto tutti i governi nazionali sono parte della legislatura UE.
I problemi italiani inoltre
indeboliscono la credibilità dell’UE
come promotore globale della democrazia. L’Unione Europea sta spendendo
centinaia di milioni di euro per sostenere la democrazia al di fuori dei suoi
confini, osserva dozzine di elezioni ogni anno e verifica la democrazia nei
paesi che vogliono unirsi all’UE ed ha ulteriormente alzato la voce sulle
deficienze democratiche dei suoi vicini dell’Est, Ucraina e Bielorussia.
Tuttavia l’Unione Europea non
osserva le elezioni nei propri stati membri e non ha particolari e
significativi meccanismi di indirizzo verso gli standard democratici al suo
interno, a parte la drastica opzione di espellere uno Stato Membro dall’Unione.
A meno che L’Unione Europea non trovi sistemi per dare un indirizzo a questo
deterioramento degli standard democratici, la sua credibilità in qualità di
baluardo della democrazia continuerà a soffrire.
International Herald Tribune,
21.04.06, pag.6