1 - Brussel
vuole mettere ordine nei prezzi alimentari
La Commissione Europea propone oggi nuove misure per
lottare contro le pratiche sleali nel commercio alimentare e pervenire a una
maggiore trasparenza del settore.
L’esecutivo europeo sospetta da tempo che gli intermediari
fra produttori e consumatori finali (industria agro-alimentare e distribuzione
organizzata) realizzino dei margini eccessivi penalizzando consumatori e
contadini.
Dalla metà del 2008, il prezzo dei prodotti agricoli si è
notevolmente abbassato, come ad esempio il latte, senza che questo si sia
tradotto in una riduzione dei prezzi alla vendita. Il prezzo di un prodotto
varia notevolmente da un paese dell’Europa all’altro per motivi legislativi,
per la politica fiscale o diverse tradizioni. Il tasso di queste variazioni
raggiunge cifre da record ad esempio 70% per l’acqua minerale, 49% per le uova,
58% per il pane bianco, 44% per il manzo macinato.
Per rimediare a questa situazione Brussel propone di dare
la caccia alle pratiche sleali che contribuiscono a mantenere i prezzi alti,
incoraggiare la concorrenza aumentando la trasparenza, eliminare gli ostacoli
al commercio transfrontaliero dei prodotti agricoli.
(Le Monde, 28.10.2009, edizione online)
(Les Etats-Unis tentent de dynamiser leur croissance par les exportations)
Secondo un centro di ricerca americano specializzato nelle
relazioni economiche internazionali, il Paterson Institute, l’amministrazione
americana ha indicato con chiarezza la sua volontà di passare da un modello
economico basato sui consumi interni a un modello in cui la crescita è
sostenuta dalle esportazioni. Il 17 luglio a Washington, Larry Summers,
principale consigliere economico di Barack Obama , ha sostenuto senza
esitazioni che “la crescita netta delle esportazioni è la chiave per l’uscita
dalla crisi finanziaria”.
L’esportazione di bene e servizi
è resa favorevole da un dollaro debole, il rapporto di 1,5 dollari per un euro
difficilmente sarà appianato e né la Casa Bianca né la Federal Riserve si
preoccupano di questo deprezzamento visto che favorisce l’acquisto dei prodotti
americani fuori degli Stati Uniti. Ovviamente questo riorientamento della
politica economica americana ha conseguenze sull’intero pianeta. Gli scambi
internazionali infatti sono un esercizio a somma zero, poiché il deficit di 542
miliardi di dollari registrato dagli Stati Uniti nel corso dell’ultimo anno si
ritrova in positivo nelle casse dei conti cinesi, giapponesi e tedeschi.
La politica del dollaro debole
porta già dei frutti nella misura in cui si accompagna ad una caduta del prezzo
del petrolio e dei prodotti petroliferi. Il deficit del bilancio americano è
così passato da 6,5% del PIL del
2006 al 2,9% di oggi. L’eccedenza cinese è da parte sua passata dall11% del PIL
a meno del 10% e dovrebbe ridursi ancora nel corso del 2009.
Ma niente garantisce che la
Cina, il Giappone e altri stati emergenti dell’Asia vogliano lasciare che la
loro valuta si rivaluti per finanziare l’importazione dei prodotti americani.
L’operazione è delicata perché ad esempio lo yuan dovrebbe rivalutarsi pur
restando legato al dollaro. Se i cinesi perdessero fiducia nel dollaro e se ne
liberassero in maniera massiccia ci si ritroverebbe ad affrontare notevoli
incognite.
In Francia, l’istituto di
ricerca Sciences Po, ritiene che il declino del dollaro non costituisca tanto
un cambiamento di strategia americana quanto di una correzione. La moneta americana
era cresciuta perché i capitali cercavano un rifugio sicuro, la sua
svalutazione è cominciata quando è finito il panico nei confronti dei buoni del
tesoro americani. L’euro è la sola moneta che dispone di una capacità
rivalutativa in assenza di una strategia europea, secondo il Presidente
dell’istituto di ricerca Sciences Po, Fitoussi.
Secondo Daniel Cohen, professore
dell’Ecole Normale Superieure, “la debolezza del dollaro è positiva per ridurre
gli squilibri mondiali e rilanciare le esportazioni americane”. Dubita d’altra
parte che gli Stati Uniti specializzati nell’esportazione di prodotti
immateriali (film, computer …) abbiano abbastanza prodotti in magazzino per
raddrizzare in maniera significativa
e durevole la loro bilancia commerciale.
(Le Monde, 15.10.09, edizione
ondine)