La Cina e l’Associazione della Nazioni del Sud-Est
Asiatico (i paesi che la compongono sono: Giappone, Corea del Sud, Australia,
Indonesia, India, Tailandia, Nuova Zelanda, Malesia, Singapore, Filippine,
Vietnam, Brunei, Laos, Cambogia e Myanmar) hanno sottoscritto un accordo che
nel quale si impegnano ad aprire settori chiave dei servizi come parte di un
percorso che va verso la creazione di una delle più grandi zone di libero commercio
del mondo.
L’accordo diventerà effettivo a partire da luglio.
Diciotto mesi fa la Cina e l’Asean hanno realizzato un altro accordo per
liberalizzare il commercio di beni che ha abbassato le tariffe di oltre 7.000
prodotti.
L’accordo è considerato un passo vitale per la creazione
entro il 2015 di un’area di libero mercato Cina-Asean, che riunirà la
popolazione cinese che conta un miliardo e duecento milioni di persone e quella
Asean che arriva a cinquecento milioni. Dimostra la crescente influenza della
Cina come potenza regionale. Le imprese del sud-est dovrebbero ottenere un
maggiore accesso a settori cinesi in rapida crescita come le banche, la
tecnologia dell’informazione, l’immobiliare, la salute, l’ingegneria,
l’istruzione, i trasporti e l’edilizia. Dovrebbe anche aiutare i paesi Asean a
ridurre l’enorme deficit commerciale che hanno con la Cina, lenendo le paure
che avere legami economici con la Cina in espansione sia uno svantaggio per le
piccole economie.
Financial Times 15.01.07,
pag 1
2 - La zona di
libero scambio unisce i vecchi avversari
Le catene di ipermercati originarie della Serbia, Croazia
e Bosnia Erzegovina si sono avviate verso un ambizioso piano di espansione che
potrebbe ricostituire i legami economici rotti durante la guerra di 15 anni fa
nella precedente Yugoslavia.
L’estendersi del settore privato fra precedenti avversari,
mentre dimostra una ripresa di fiducia nell’economia dell’aera, è una risposta
alle paure che derivano da un assalto delle più grandi catene al dettaglio
basate nella Unione Europea.
I dettaglianti locali riconoscono la necessità di unire le
forze e acquisire il predominio domestico in un momento in cui i crediti
bancari conferiscono ai consumatori un maggiore capacità di spesa e le barriere
commerciali cominciano a cadere.
Dettaglianti e produttori hanno accolto favorevolmente
l’estensione dell’Accordo di libero scambio dell’Europa centrale (Cefta) del 19
dicembre scorso, che crea una zona di libero scambio fra i paesi sud-orientali
dell’Europa che non sono ancora ammessi nella UE. Lo scopo dell’accordo è
quello di facilitare il futuro ingresso nella UE per quei paesi che ne sono
ancora fuori.
Due delle maggiori imprese della nuova zona hanno
annunciato di volersi fondere, la Delta Holding (Serbia) e Agrokor (Croazia).
Con una rete di circa 1.000 negozi, le due imprese si aspettano di generare
entrate pari a 3,5 miliardi di euro.
I sostenitori del Cefta hanno evitato qualunque
suggerimento a ricreare la fallita federazione, e l’estensione dello scorso
anno ha incluso anche due paesi, Moldavia e Albania, che non facevano parte
della ex-Yugoslavia
Financial Times 16.01.07,
pag 6
La fine delle quote tessili nel 2005 non ha portato
beneficio ai consumatori ma alle insegne che dominano il settore
Per l’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), come
per la UE, l’apertura degli scambi deve aumentare la concorrenza e far
abbassare i prezzi. Questo vale anche per il settore tessile e abbigliamento,
poiché la fine degli Accordi sul tessile e l’abbigliamento all’inizio del 2005
ha aperto l’era del libero scambio fra le principali regioni del mondo. Il
primo effetto di questa apertura è stato un afflusso massiccio delle
importazioni provenienti dalla Cina. L’insieme degli attori sapeva che sarebbe
accaduto. Le importazioni sono aumentate del 23% per il tessile e del 45,4% per
l’abbigliamento.
Le misure prese a giugno del 2005 dalla UE (ristabilire
protezioni quantitative su certe categorie di prodotti) sembra abbiano portato
i loro frutti, ma in realtà una gran parte dei prodotti fabbricati in Cina
passa per Hong Kong e dunque le misure prese non hanno avuto alcun effetto.
Chi è responsabile? La Cina. No, è l’Europa, dove la
natura della globalizzazione combinata alla concentrazione della distribuzione
ha determinato questa situazione.
La grande distribuzione, giocando sulle fonti di
approvvigionamento a bassa prezzo, ha soppiantato l’industria europea. Ha
confiscato i profitti, e ha contribuito e contribuisce alla delocalizzazione
delle produzioni. In pochi anni, vari grandi gruppi di distribuzione tessile
hanno conquistato un posto centrale nel settore dell’abbigliamento. Sette delle
principali firme europee (H&M, Inditex-Zara, Etam, Camaieu, Benetton,
Marzotto-Valentino, Kibé-Pimkie-Xanaka-Orsay) rappresentano già il 45% della totalità
delle importazioni del tessile-abbigliamento proveniente dalla Cina. Ovviamente
i loro risultati hanno spiccato il volo.
Se i profitti aumentano tanto, è perché l’enorme
maggioranza dei consumatori non ha beneficiato fino a oggi di un abbassamento
dei prezzi che si sarebbe dovuto produrre … poiché siamo in un’economia
concorrenziale. In realtà, i prezzi aumentano leggermente sull’insieme della
zona euro, abbassandosi significativamente solo nel Regno Unito. L’apertura
degli scambi non ha prodotto per ora che una posizione di rendita per la grande
distribuzione a detrimento dei produttori europei e dei paesi partner
dell’Europa, oltre che dei consumatori.
Le Monde 15.01.07, pag VIII
Ci sono buoni segnali, ma
l’Italia non ha risalito la china. I politici, gli economisti e le banche
centrali da tempo mostrano di preoccuparsi del crollo della competitività
italiana.
Il corrispondente finanziario dell’Handelsblatt da Londra
riferisce sulla situazione italiana. Sul fronte fiscale l’anno scorso non è
andato male, e le previsioni catastrofiche che si erano sentite sul deficit non
si avvereranno. Il governo prevede di ridurre la quota di deficit a meno del
tre percento. Ma, continua l’Handelsblatt, non è cessato allarme: da parecchio
l’Italia arranca e la sua capacità competitiva è in preoccupante discesa.
Secondo le statistiche OCSE il costo del lavoro unitario in Italia è aumentato,
rispetto alla Germania, del 33% dall’ingresso dell’Euro. Da allora è chiusa la
via d’uscita della svalutazione della lira, e, insieme al peggioramento della
situazione, si allarga il deficit commerciale. L’OCSE, alla domanda sul che
fare, non dà una risposta rassicurante. La Germania si trovava in una
condizione analoga nella metà degli anni novanta; le conseguenze della
riunificazione, spiega l’Handelsblatt, si facevano sentire sul costo del lavoro
unitario che era del 15% superiore alla media europea – come oggi in Italia. La
correzione, una ristrutturazione dell’industria tedesca brutale ma efficace, è
stata pagata con centinaia di migliaia di posti di lavoro, e i salari reali
sono da allora sotto pressione in Germania. Per Romano Prodi, conclude il
giornale, questo è un messaggio contraddittorio. La soluzione per l’Italia è
chiara, però non è una soluzione italiana, ma tedesca.