(Beyond Doha)
Il fallimento del Doha Round ha lasciato tutti
indifferenti. Per la maggior parte degli imprenditori riveste un’importanza
residuale, solo uno su dieci considera che il protezionismo sia la più grande
minaccia all’economia globale, mentre sono la recessione, l’inflazione e la
crisi finanziaria a preoccuparli. A prima vista sembra un giudizio ragionevole.
Molte barriere sono già state rimosse e i possibili guadagni ottenibili
attraverso Doha ammontano allo 0.1% del PIL globale. E’ difficile sostenere che
il Doha Round preso da solo possa cambiare in modo drammatico le fortune del
mondo. La ragione è che i negoziati erano sulle tariffe “obbligatorie” mentre
la maggior parte degli stati le hanno già abbassate unilateralmente e quello
che preoccupa il mondo degli affari sono le tariffe effettive. Non a caso le
azioni delle lobby nel corso dei negoziati sono state minori che in passato,
come ad esempio nel corso dell’Uruguay Round.
Non è neppure difficile capire perché molte imprese
tengono in poco conto il protezionismo. Le catene delle forniture sono talmente
integrate che si è tentati di
concludere che i negoziati multilaterali non sono più necessari e che nuove
barriere al commercio siano diventate poco plausibili. Si sbaglierebbe a
pensarla così. In un mondo sempre più integrato il multilateralismo conta
invece di più. L’impasse di Doha è preoccupante perché segnala l’impossibilità
di raggiungere accordi a livello multilaterale. Se gli stati perdono fiducia
nei negoziati multilaterali come strumento per ottenere un miglior accesso al
mercato, ricorreranno alle controversie legali per raggiungere i loro
interessi.
La preoccupazione principale del Doha Round è una maggiore
libertà del commercio dei prodotti agricoli. Ma oggi, la preoccupazione
principale è la sicurezza delle forniture. L’auto sufficienza alimentare è
diventato uno slogan politico e quel che si teme di più sono le politiche che
creano un aumento dei prezzi: divieti unilaterali all’export, sussidi per i
consumatori e i biocarburanti. Ma queste preoccupazioni sono sbagliate. Un
commercio più libero dei prodotti alimentari è il miglior modo per assicurare
stabilità ai prezzi e all’eccesso ai prodotti. Il riso è il prodotto con i
prezzi più volatili proprio perché è il meno soggetto al libero mercato. Ma un
mercato globale efficiente deve limitare le barriere unilaterali tanto alle
esportazioni che alle importazioni e oggi l’OMC fa poco per controllare le
restrizioni alle esportazioni. L’OMC è al momento male equipaggiato per
affrontare altri temi cruciali, dalle “tariffe verdi” (barriere imposte ai paesi che non agiscono in campo ambientale) al protezionismo
negli investimenti, alle monete sottovalutate.
(The Economist 11-17 ottobre 2008, pag. 30-33)