Data:
21 giugno 2006
1 - Secondo un sondaggio, gli europei
considerano gli Stati Uniti una
minaccia alla sicurezza globale
(Europeans see US as threat to global security, says
poll)
Di John Thornill
da Parigi, Daniel Dombey da
Bruxell, Edward Alden
da Washington
Gli
europei vedono gli USA come la più
grande minaccia alla stabilità del mondo,
più che la Cina e l’Irak. I
risultati dell’indagine, condotta dall’istituto Harris su richiesta del Financial Times, è stata
pubblicata alla vigilia dell’ultima recente visita in Europa del
presidente Bush.
Nei cinque paesi, (Italia, Francia, Germania, Spagna, Gran
Bretagna) in cui si è scelto il
campione è risultato che la spaccatura con gli Stati Uniti si sta facendo
sempre più profonda: il 36 per cento
degli intervistati ritiene la politica USA come un serio pericolo per la
stabilità globale, l’equivalente di 8 punti percentuali in più dell’Iran, mentre soltanto il 18 per cento si preoccupa
della Cina.
Parmentier, direttore del
French Centre on the US,
sostiene che questo tipo di risultato riflette la reazione all’invasione
dell’Irak nel 2003 che, come effetto collaterale, tende ad oscurare l’intera cooperazione tra Europa e USA anche
riguardo gli altri grandi nodi come il Libano. L’Afghanistan e l’Iran.
Durante il summit di mercoledì scorso a Vienna, a Bush
è stato richiesto con forza di onorare il pieno risarcimento dei milioni di dollari garantiti dai paesi
europei per l’Irak e l’Afghanistan. Dei circa 14 milioni di dollari
versati da tutti i paesi donatori,
soltanto 4 sono stati rimborsati.
Inoltre i leaders europei si aspettano che sia chiusa la
prigione di Guantanamo e il ministro degli esteri austriaco, Ursula Plassnik,
ha sostenuto che non vi dovranno essere dubbi sul fatto sul rispetto di questo impegno entro breve tempo.
Il meeting di Vienna è comunque stato caratterizzato da
una notevole difficoltà di accordarsi su vari temi, in particolare quelli
riguardanti le strategie distributive dell’energia e le misure per affrontare
il cambiamento del clima.
Il sondaggio evidenzia come i francesi siano i più
pessimisti, gli spagnoli i più fiduciosi della propria autonomia, i britannici
i più avversi alle imprese straniere sul proprio territorio.
Contrari al nucleare sono
soprattutto gli italiani e gli inglesi.
Financial Times, 19.06.2006, pag. 1
(L’Union s’interroge sur le rythme de l’élargissement)
Riunitisi a Bruxelles venerdì 16 giugno, i 25 capi di
Stato e di governo dell’Unione Europea hanno tentato di attenuare le proprie
divergenze riguardo all’allargamento dell’UE, un anno dopo il doppio “no” alla
Costituzione in Francia e Olanda.
Presentando l’integrazione dei nuovi paesi membri come
“un’occasione storica”, il Consiglio europeo afferma che bisogna “tenere conto
della capacità d’assorbimento dell’Unione”. Mancando il consenso, la presidenza
dell’Unione Europea, secondo le parole del cancelliere austriaco Wolfgang
Schussel, ha tuttavia abbandonato l’idea di fare della “capacità di
assorbimento” un nuovo criterio per l’integrazione dei paesi candidati. Questo
concetto è considerato come una semplice “condizione” che dovrà essere affinata
in occasione del vertice europeo di dicembre.
Il Presidente francese Chirac, che si è vantato di aver lanciato il dibattito, ha insistito affinché i 25 Stati Membri precisassero che cosa si intende per “capacità di assorbimento dell’Unione” sul piano istituzionale, finanziario e democratico. Per Parigi, si tratta di dimostrare all’opinione pubblica più reticente nei confronti dell’allargamento che tale argomento resta sotto controllo politico. Ma numerose delegazioni, ovvero il Regno Unito, la Spagna, l’Italia e la Svezia, hanno cercato in tutti i modi di ammorbidire la portata di tale riflessione, temendo che ciò possa contribuire a frenare il processo.
Alla vigilia i 25 avevano deciso di prolungare il periodo
di riflessione stabilito all’indomani del rigetto della Costituzione nei due
paesi fondatori, mancando l’accordo sulle modalità di uscita dalla crisi.
Sperano di trovare un compromesso sulla riforma delle istituzioni di qui alla
fine del 2008, sotto la presidenza francese, al fine di migliorare il
funzionamento dell’Europa allargata. Senza attendere, i 25 hanno confermato
l’adesione della Bulgaria e della Romania, “se sono pronte nel gennaio 2007”.
Dal momento che sono iniziati i negoziati di adesione con la Croazia, hanno
ribadito che “l’avvenire dei Balcani occidentali è nell’UE”.
Di contro, Bruxelles ha messo in guardia Ankara. Il
Consiglio invita la Turchia ad intensificare le riforme e a metterle in opera
completamente ed effettivamente”. Alcuni dirigenti, fra i quali i primo
ministro lussemburghese Jean-claude Juncker e Chirac hanno minacciato di
sospendere i negoziati se Ankara non autorizza l’ingresso nelle proprie acque
territoriali alla navi cipriote, in virtù degli impegni presi prima delle
trattative di adesione.
Le Monde, 18-19.06.2006, pag.4