1 – Il nuovo sistema del “vieni a ritirarmi” crea profitto
(The new profit pick-me-up)
I dettaglianti sorpresi
dal successo del servizio che consente ai clienti di ordinare online e ritirare
in negozio
Esperienza positiva oltre le aspettative per la catena
Circuit City, la seconda maggiore catena di vendita al dettaglio di prodotti
elettronici americana, che ha visto arrivare al 60% le vendite dei suoi
prodotti ondine che vengono poi ritirati dal cliente presso il negozio. Il
sistema si è dimostrato estremamente popolare. A quanto pare ai clienti piace
ritirare la merce al negozio e il negoziante trova conveniente che il cliente
vi si rechi anche se acquista ondine. La consegna a casa implica che il cliente
paghi un extra per il trasporto. Il cliente che acquista ondine di solito va a
ritirare l’acquisto entro le 24 ore. La gente non vuole aspettare o provare la
delusione che il prodotto che vuole non è disponibile.
I dettaglianti hanno sviluppato un magazzino efficiente.Il
sistema si sta estendendo ad altre catene di abbigliamento, grandi magazzini,
ricambi auto, mobili.
Financial Times 21.6.06, pag. 8
(A cooling of the once passionate Franco-German love
affair)
Benché la ben oliata macchina di consultazione reciproca
messa su con il Trattato dell’Eliseo nel 1963 continui a funzionare come al
solito, i rapporti fra la Francia e la Germania sono in fredda da quando Angela
Merkel è diventata Cancelliere.
La Francia è stata sempre un goffo partner in periodi pre
elettorali, e oggi si sta preparando alle presidenziali del 2007. Ma a Berlino
si è diffusa l’opinione che i due paesi sono avviati su strade molto diverse
per quanto riguarda la politica economica, o meglio si pensa che la Germania è
andata avanti mentre Parigi è rimasta allo stesso punto.
Il punto di vista della Germania è che più mercato e meno
stato sia la via per risolvere il problema della disoccupazione e i problemi
fiscali, e che la globalizzazione deve essere indirizzata, ma non ostacolata.
Secondo la Germania i problemi di Parigi deriverebbero dal fatto di non avere
saputo fare questa stessa scelta, come dimostrano le rivolte nelle banlieu e le
proteste contro la riforma della legge sul lavoro. Le indecisioni francesi
spiegano anche il disperato immischiarsi dello stato negli affari, che ha
creato molta irritazione soprattutto quando ha leso gli interessi tedeschi,
come nel caso della fusione Sanofi e Aventis, architettata dallo stato.
Financial Times 24/25 giugno
2006, pag. 9
(Central
banks warned on inflation)
di Chris
Giles da Londra
La BIS, Bank of
International Settlements, dichiara che
il prossimo anno non sarà facile:
rischi di una deflagrazione, “bang”,
dovuta alla turbolenza del mercato o di
lamentazione, “whimper”, a causa della
crescita troppo lenta.
La soluzione? Superare le logiche dei provvedimenti chiusi
nei confini nazionali per pensare strategie anti-inflazionistiche adatte al nuovo mercato finanziario globale.
Le
banche centrali dovranno agire con maggiore determinazione. Le pressioni dovute alla instabilità del
mercato azionario vedono come necessario il rialzo dei tassi d’interesse.
Accanto al pericolo dell’inflazione incontrollata si aggira lo spettro della
stagflazione, l’altro rischio che i mercati finanziari corrono quando il monte
globale dei tassi d’interesse si attesta per un periodo troppo lungo su livelli
bassi.
Malcolm
Knight, general manager della BIS, ha dichiarato che sarebbe imprudente puntare
ad una crescita sostenuta concomitante con una inflazione bassa a tempo
indeterminato. Nel suo rapporto annuale sostiene che le politiche di
determinazione dei tassi seguite negli
ultimi anni vanno rimodulate sulla necessità di uscire da questa stagnazione ma
senza fare passi troppo lunghi che potrebbero innescare il rischio di una vera e propria recessione.
I
banchieri presenti all’incontro annuale non saranno stati troppo sorpresi da
queste affermazioni in quanto, ormai da
tempo, erano state espresse durante
incontri di natura privata o in documenti di lavoro ma che assumono particolare
importanza alla vigilia di rialzi da parte della Federal Reserve degli USA.
La
diagnosi prospettata si riallaccia agli effetti della globalizzazione che,
secondo la BIS, ha portato l’inflazione ai minimi del 1980 mascherando altri
problemi propri delle economie avanzate.
Le preoccupazioni maggiori riguardano i potenziali errori in cui le
banche possono incorrere soprattutto in Asia e, in particolare in Cina, nel
fissare artificialmente i cambi.
Immediate conseguenze potrebbero essere una ulteriore aumento del
processo inflazionistico soprattutto nell’ambito dei prezzi legati all’import e
considerando che il disavanzo della bilancia commerciale in Usa registra un enorme deficit e in
Cina, Giappone, Germania una notevole eccedenza.
In
somma, la spinta inflazionistica potrebbe riemergere con forza e nella fase
attuale conviene proseguire sulla via del contenimento monetario attuato con la
massima attenzione.
Le
banche centrali dei vari paesi dovranno tenere in conto la situazione mondiale,
predisporre interventi di rimodulazione dei prezzi con effetti che vadano oltre gli usuali 2 o 3 anni ma, soprattutto, non limitarsi ad una
visione interna ai confini nazionali del problema inflazionistico.
Financial Times, 27 giugno 2006, pag. 1
(Italy’s politicians manœuvre while voters go to the
beach)
Poche ore prima del referendum la stampa internazionale
riteneva che il risultato fosse imprevedibile e che, in questo caso, gli
italiani avrebbero potuto essere
perdonati per la propria indecisione nei confronti di un cambiamento così importante e così poco
discusso.
In realtà è stato commesso un errore sul fattore partecipazione: il tema ha
coinvolto e preoccupato più cittadini
del previsto. Ma le analisi del dopo voto rimangono valide.
Mentre le spiagge del Mediterraneo cominciano a
crogiolarsi al sole, a competere con le attraenti partite di Coppa del Mondo di
calcio in televisione, gli elettori d’Italia sono stati chiamati ancora una
volta alle urne ieri ed oggi, per decidere sulle riforme più radicali alla loro
costituzione dal 1948. Le possibilità di avere un risultato di un certo rilievo
appaiono decisamente poche, a meno che la pura e semplice imprevedibilità del
risultato dia prova di costituire un’attrazione diversa dallo spirito
vacanziero. Non è solo il fatto che pochi avrebbero interesse a prevedere se il
voto sarà SI o NO. Anche le conseguenze del pacchetto di riforme, spinto
tramite il Parlamento senza la maggioranza dei 2/3 lo scorso autunno dalla ora
sconfitta coalizione di centro-destra di Silvio Berlusconi, sono poco chiare.
Uno dei più popolari – o populisti – argomenti a favore
del SI è che ridurrebbe il numero dei politici eletti a Roma. La coalizione di
centro-sinistra guidata da Romano Prodi che ha vinto le elezioni generali dello
scorso Aprile vuole un “NO”, sia perché verrebbe visto come una sconfitta di
Berlusconi sia perché le misure potrebbero far divenire l’Italia meno
governabile, niente di più. E ancora argomentazioni contrastanti potrebbero
essere portate avanti da entrambe le parti, a seconda di quale parte del
pacchetto costituzionale si stia guardando. Ciò semplicemente conferma la
lezione derivante da tali referendum costituzionali in tutto il mondo: che non
ci si può aspettare dagli elettori che decidano con un semplice Si o No su tali
pacchetti. Molto spesso si vota NO per paura del cambiamento.
Dal punto di vista politico molti osservatori affermano
che Berlusconi sarebbe seriamente indebolito dal terzo scacco politico e potrebbe ritirarsi.
Se
questo avvenisse tuttavia potrebbe essere proprio ciò di cui Prodi non ha
bisogno. E’ a capo di una coalizione indisciplinata che si estende dagli ex e
riformati comunisti fino agli ex Cristiano Democratici, e la cosa che li tiene
uniti è la paura del ritorno di Berlusconi.
Dall’altra
parte, un “SI” al pacchetto costituzionale potrebbe rendere il primo ministro
più potente. Potrebbe scoraggiare qualsiasi coalizione dal cambiare il proprio
vestito politico nel medio termine – una delle cause del ricambio senza fine
dei governi in Italia. Nel futuro, una coalizione vittoriosa sarebbe in grado
di rimpiazzare il primo ministro solo tramite un voto parlamentare, in quanto
questo deve collettivamente nominare un nuovo leader. Questo potrebbe essere il
motivo per cui Prodi è stato in qualche modo ambiguo circa il suo atteggiamento
nei confronti del pacchetto costituzionale. Sembrava molto peggiore fino a
quando il beneficiario era verosimilmente Berlusconi.
Ma potrebbe essere illusorio pensare che un “NO” avrebbe
spinto al ritiro Berlusconi. Lui è ancora convinto che l’attuale governo non
potrà durare e che sarà in grado di vincere in caso di elezioni politiche
anticipate.
L’altro elemento di imprevedibilità nel pacchetto
costituzionale è il verosimile effetto della devoluzione dei poteri alle
regioni sull’educazione, la salute, l’ordine e la legge. Il timore è che questo
semplicemente aggiungerebbe ulteriori sovrastrutture burocratiche e spese per i
servizi pubblici, nel momento preciso in cui sono necessari drastici freni per
tagliare il deficit di bilancio e stabilizzare l’economia. Il cambiamento non
avverrebbe nel giro di una notte, ma il periodo di transizione potrebbe essere
completamente destabilizzante.
Questo è
il motivo per cui molti osservatori sembrano inclini a pensare che il voto sarà
“NO”: per evitare l’incertezza. Ma gli elettori Italiani devono essere perdonati
per la loro esitazioni riguardo all’andare alle urne o meno. I referendum sono
una via terribile per decidere su temi complessi come la Costituzione.
Financial Times, 26.06.06, pag.4