(Sarkozy jeopardises the future of the eurozone)
Mentre la Germania si muove molto seriamente verso la
riduzione del suo deficit, la Francia va nella direzione opposta. Infatti,
quando Sarkozy prometteva uno shock fiscale non aveva certo in mente un
bilancio equilibrato, al contrario ne pianificava un aumento al di lĂ del 3%
previsto dal trattato di Maastricht al fine di mettere in atto le riforme
economiche mirate ad aumentare la produttività . E’ immaginabile che né la Ue né
la Germania accetteranno una deviazione del genere, e probabilmente i politici
e gli economisti tedeschi si cominceranno a chiedere se l’unione monetaria con
la Francia è nel miglior interesse della Germania. Fino ad oggi la posizione
fiscale di Francia e Germania si è mossa in parallelo in questi otto anni che
hanno visto l’introduzione dell’euro.
Un altro possibile punto di conflitto potrebbe essere la
minaccia di Sarkozy di abbassare il tasso di cambio dell’euro all’estero. La
critica di Sarkozy risiede nel fatto che devono essere i politici e non i
banchieri a stabilire la politica del tasso di cambio e che il tasso dell’euro
dovrebbe venir gestito in modo appropriato al fine di renderlo competitivo.
Il riemergere di un disaccordo fra la Francia e la
Germania rimetterà a fuoco il dibattito sulla sostenibilità dell’euro.
(Financial Times 2 luglio 2007, pag. 11)
(Democracy? Hu needs it)
Negli ultimi mesi, il Presidente cinese Hu Jintao ha
tollerato un dibattito piuttosto aperto sulle opzioni politiche del paese. A
parte la democrazia multipartitica, che resta un tabĂą, molti alti aspetti sono
soggetti a discussione.
In previsione del Congresso del Partito che si terrĂ in
ottobre, il dibattito attuale e il discorso pronunciato dal Presidente pochi
giorni fa in cui sostiene di dover andare incontro al desiderio della gente di
“partecipare alla politica”, costituiscono segnali incoraggianti. Alcuni
intellettuali e accademici hanno sostenuto in diversi articoli che la
democrazia è essenziale per la Cina. Fra i sostenitori della necessità di
avviare riforme politiche ci sono anche esponenti della scuola di Partito, che
pur attenti a mantenere l’idea del monopolio politico del Partito, prevedono
cambiamenti che nell’arco di 20 anni trasformerebbero la politica cinese.
Fra le novità di cui si parla, ad esempio, è il ruolo
della religione nel promuovere una societĂ armoniosa, e il fatto che non
necessariamente tutti i membri del Partito debbano essere atei. Un’altra
proposta vuole eliminare due livelli della struttura burocratica: le
municipalitĂ e le prefetture; altre vogliono favorire lo sviluppo delle ONG, o
ridurre del 15% la dimensione del parlamento, incoraggiare elezioni competitive
per i posti di Partito con candidati non piĂą proposti dai vertici.Â
(The Economist, 30 giugno 2007, pag.54-55)