1 – La Germania lavora per grandi cambiamenti alla Costituzione
(Germany to make big changes to Constitution)
di Hugh Williamson
da Berlino
I parlamentari tedeschi hanno
approvato il 30 giugno la più grande
riscrittura della Costituzione dal dopoguerra ponendosi l’obiettivo di modernizzarla e
appoggiando il cancelliere Angela Merkel. Questo voto rappresenta la prima significativa riforma in
materia e si propone di fronteggiare sponde populiste malgrado la forte
maggioranza di cui gode il governo
attuale. I leaders delle varie
coalizioni stanno comunque ancora discutendo sugli aspetti chiave del
cambiamento che riguardano il settore della sanità. La riforma federalista si propone processi decisionali più rapidi nell’ambito della scuola,
dell’apertura degli esercizi commerciali e delle regole ambientaliste. Parlando al Parlamento la Merkel ha presentato il pacchetto di circa 25 cambiamenti come “una delle più importanti riforme
del nostro tempo” che dimostra che “c’è il coraggio di cambiare”.
La
Costituzione tedesca, in vigore dal 1949,
prevede una ripartizione di competenze fra lo Stato centrale e le
Regioni ma, in realtà, spesso è stata
la causa del rallentamento delle decisioni a carattere operativo. Il Bundesrat, la camera dei rappresentanti
regionali, ha spesso invalidato le riforme votate nel Parlamento centrale come, per esempio, nel 2003 il programma
dell’Agenda 2010.
Le
riforme costituzionali, rare in Germania, richiedono i due terzi dei voti in
entrambe le camere, problema inesistente per l’attuale governo composto da una
inusitatamente grande coalizione fra
democristiani e socialisti
democratici. I nodi ancora da
sciogliere sono quelli che, secondo
l’opposizione, danno strapoteri alle
Regioni sulla scuola e l’università, ma tutti sperano che ci sia un forte
diminuzione del farraginoso passaggio della discussione delle norme fra le due camere, sia resa più agile la funzione operativa e
che i deputati regionali interverranno
solo nelle questioni di forte rilevanza
per tutto il paese.
Financial Times,
1° luglio 2006, pag.2
(The silent withdrawal from Iraq)
di David Ignatius del Washington Post
L’amnistia si presenta come una delle condizioni per la
fine della guerra in Iraq. Per porre
fine ad un conflitto si deve bilanciare
la necessità di riconciliazione con quella di giustizia.
Sono le
dichiarazioni dell’ambasciatore iracheno negli USA Zalmay Khalilzad. E mentre è
difficile immaginare nell’immediato la fine del brutale conflitto in Iraq,
sembra che i generali americani stiano lavorando ad un piano di ritiro.
Khalilzad, in una intervista dello scorso lunedì, ha precisato che la sua agenda prevede un incontro USA-Iraq per decidere il
graduale rientro delle truppe americane a partire dal prossimo anno e per discutere i dettagli necessari. In primo piano sembra opportuna l’amnistia
per gli insorti iracheni, ai fini di una reale riconciliazione, e la negoziazione
con i gruppi di resistenza all’occupazione.
Cosa da chiarire nei commenti
dell’ambasciatore, tenendo presente che a Washington nel dibattito di parte
sull’Iraq la chiarezza è materia rara, è come l’amministrazione di Bush voglia
trovare una via di uscita dal pantano Iraq.
L’altra settimana si è avuto un esempio di questo pasticcio con, da una parte l’aggressione dei
repubblicani ai democratici che chiedevano la data del ritiro delle truppe e,
dall’altra, il generale Casey,
comandante in capo, che tranquillamente parlava di un calendario da concordare
con il Pentagono.
Come è sempre successo, anche se Bagdad è per una risposta più veloce, i suoni della riconciliazione,
positivi all’inizio, risultano già agonizzanti.
Alla domanda sulle
eventuali reazioni dei membri del Congresso alla proposta di amnistia,
Khalilzad ha risposto che essi dovranno manifestare se veramente tengono alla
fine del conflitto e che le speranze comuni per la fine della guerra partono
dalla creazione di un Iraq pacificato e democratico. In fondo l’amnistia fu applicata più volte nella storia americana,
dalla guerra civile all’intervento nelle Filippine e altri, quando cioè le vie
d’uscita da un conflitto ormai impantanato militarmente ed eticamente
richiedeva gesti di pacificazione.
Tutto sommato ci si
aspetta che Maliki, capo del governo
iracheno, si terrà su posizioni improntate alla cautela mentre il
generale Casey già parla di un rientro parziale del contingente USA dalla fine del
2007.
Le parole di questo ambasciatore, che possiamo definire
ultra-realista, riportano comunque alle rumorose proteste che negli Stati Uniti vogliono, ora e subito, la fine
della “sporca guerra”. Ma in realtà si
sa che la sporca guerra non finirà con una parata vittoriosa ma con un processo
altrettanto sporco, lento, insicuro e, soprattutto, ambiguo di cui l’unica alternativa
potrebbe essere una prosecuzione
illimitata della guerra. E questo nessuno lo vuole.
The Wall Street Journal, 29 giugno 2006, pag 13
3 - Bersaglio
terroristi: lo schema etnico
indebolisce l’Europa
(Targeting terrorist: ethnic profiling fails Europe)
A sei mesi dalla morte
dei due giovani musulmani che fuggivano dalla polizia e che ha acceso proteste
in tutta la Francia, molti leaders
europei continuano ad equiparare la sicurezza con gli atteggiamenti polizieschi
verso le minoranze.
Di James A. Goldston e Rachel Neild
La semplice residenza in un quartiere musulmano è
occasione di scontri che hanno la finalità di combattere il crimine comune
nelle strade o fermare la violenza dei terroristi. L’implicita premessa che
l’appartenenza ad una razza o religione sia la naturale condizione per atti criminali è, in realtà, la ricetta del disastro.
Sono ormai decine di anni che l’eterogeneità della
popolazione europea si incontra con il disagio popolare ed il silenzio
ufficiale.
Inoltre sulle strade delle capitali europee i giovani
musulmani, e ognuno che appaia “diverso”,
è stato sottoposto a dure perquisizioni e ha subito immotivati fermi e, spesso, sproporzionate molestie.
La loro situazione precaria è peggiorata dopo gli attentati
terroristici negli Stati Uniti e in
Europa e il vero dilemma rimane quello
di come reagire alle minacce reali senza porre le basi per un accrescimento di
altra violenza.
Per esempio, gli asiatici arrestati ingiustamente dalla
polizia britannica è triplicata in
questi ultimi anni, in Germania si è
saputo che sono sotto controllo personale 8 milioni e 300 mila persone dal
2001 e
altrove ci sono state incursioni di forze dell’ordine nelle moschee.
Ma procedere per
stereotipi e legittimare il pregiudizio producono umiliazione e risentimento
che non aiutano la causa della lotta al terrorismo. Ricordiamo l’errore dell’Intelligence britannica che, prima
dell’attentato del luglio 2005, aveva perseguito molti innocenti e si era fatta
sfuggire uno degli attentatori perché non rispondente al profilo dello
stereotipo. Nel suo ultimo rapporto il
governo Blair ha dovuto ammettere che
delineare uno schema predefinito è la maggiore scappatoia per il terrorista.
Cosa fare? Sicuramente lavorare insieme, non contro, le
rappresentanze delle varie comunità,
come ha ammesso il responsabile dell’antiterrorismo in Olanda. E, in secondo
luogo, monitorare gli effetti delle
normative che devono controllare ma anche prevenire l’avanzamento del razzismo,
e se necessario cambiarle.
La minaccia della violenza terrorista riguarda purtroppo
tutti i paesi, ma si combatte meglio enfatizzando, e non minando alla base i
diritti umani e individuali.
International Herald Tribune, 30
giugno 2006, pag. 7