1 – Gli alti
costi della ferrovia erodono l’attrattiva di un trasporto “più pulito”
(Rail’s higher costs erode the appeal of ‘cleaner’
transport)
Secondo le statistiche europee, circa tre quarti delle
merci spedite all’interno della Ue viaggia attraverso i camion, forti
consumatori di benzina, solo il 15% avviene su via ferrata. Il restante 10%
viaggia per via mare o per via aerea.
Cinque anni fa, per riequilibrare la situazione, la
Commissione europea aveva disegnato una strategia ambiziosa, volta a ridurre il
traffico su strada a favore di un aumento del ricorso alla ferrovia. L’idea era
quella di portare al 25% l’ammontare del traffico di merci su via ferrata per
il 2020. Ma oggi, cinque anni dopo, i risultati degli sforzi comunitari sono
ben magri.
Nel 2006 il traffico di merci su via ferrata tocca il 16%
(dal precedente 14%). Il basso PIL ha ristretto la capacità dei vari stati di
investire in nuove strutture ferroviarie. I governi europei oggi spendono
appena lo 0,8% del PIL nelle infrastrutture, rispetto al 2,5% di 15 anni fa.
International Herald Tribune, 1-2.7.06, pag. 11-12
(On line forniture store in a fight)
Battaglia fra un sito on line, Europe by Net, e cinque
industriali del mobile italiano. Il sito, basato a Londra, vende soprattutto
negli Stati Uniti mobili di lusso a un prezzo molto inferiore di quello dei
dettaglianti negli Stati Uniti. Un divano italiano in vendita a 11.000$ viene offerto
da Europe by Net a 8.000$. Cinque industriali del mobile italiani hanno
lanciato una campagna contro il sito, si tratta di Mintoti, Cassina, Poltrona
Frau, B&B e Zanotta. Gli industriali sostengono che il sito utilizzi
illegalmente il loro logo e le immagini dei prodotti.
Europe by Net pratica il così detto ‘mercato grigio’:
raccolgono le ordinazioni sul loro sito, cercano la fornitura presso negozi al
dettaglio in Italia e la spediscono ai clienti. Questo è considerato mercato
grigio perché i clienti non comprano i beni dal rivenditore ufficialmente
autorizzato dall’industriale. I prezzi praticati sono inferiori per una
percentuale che varia dal 20 al 40% rispetto a quelli praticati dai
dettaglianti autorizzati negli Stati Uniti.
La cosa che più preoccupa il sito oggi è la campagna di
falsità che, secondo loro, mettono in giro gli industriali e i loro
dettaglianti, come sostenere che vendono prodotti contraffatti, cosa che il
sito nega.
Il mercato dei mobili non è l’unico affetto dal fenomeno
che ha già coinvolto prodotti elettronici, borse di lusso, gioielli. Gli
industriali vendono questi prodotti a distributori negli Stati Uniti a prezzi
più alti che in altri paesi e poi si ritrovano con imprese via internet che li
vendono a prezzi inferiori.
International Herald Tribune, 4.7.06, pag. 14
3 - Un reciproco
disconoscimento: gli arabi hanno bisogno di molta più diplomazia pubblica negli
Stati Uniti
(Mutual misconception: arabs need a lot more
public diplomacy in the U.S.)
Di James
Zogby
L’attuale dibattito negli USA sui molteplici aspetti della
politica in Medio Oriente pone l’accento su una realtà negativa: gli americani non conoscono il mondo arabo,
la sua gente, la sua cultura.
Questo spiega perché le discussioni politiche sul Medio
Oriente sono di bassa levatura, perché il pubblico americano ha accettato
decisioni politiche pessime e perché Washington continua ad agire in modo da
alienare il mondo arabo dagli Stati Uniti.
Riconoscendo questo gap in crescita, l’amministrazione di
Bush e qualche pensatore d’assalto
propone iniziative di diplomazia pubblica, cioè non sotterranea.
Mentre non ci sono dubbi che gli arabi non conoscono l’America e la sua complessa cultura sociale e politica, è necessario per gli Stati Uniti comprendere il mondo arabo.
Il problema è tanto più critico se si considerano i legami
che legano gli USA a queste regioni.
Il primo e più importante è di carattere umano: più di un milione di uomini e donne hanno
combattuto in Medio Oriente; più di cento mila americani vivono e lavorano
nella zona del Golfo e centinaia di migliaia si recano in quei paesi come
turisti.
Anche gli arabi hanno una lunga storia negli Stati Uniti: più di tre milioni di americani sono di origine araba, centinaia di migliaia studiano in USA, milioni di altri vengono ogni anno in America come uomini d’affari o turisti. Senza considerare i benefici provenienti da una ingente quota di investimenti finanziari che le due aree si scambiano da tempo.
A questo si può aggiungere la enorme quantità di armi, truppe, guerre, vite perdute,
aiuti e capitali con intenti diplomatici che sono stati spesi come in nessuna altra zona del mondo dal
Vietnam in poi.
Il fatto negativo è che per la maggior parte degli
americani il Medio Oriente non esisteva fino all’ undici settembre e soltanto
dopo sono sorti degli interrogativi.
Purtroppo ci sono in giro degli “esperti” che ancora non sanno la differenza fra Iraq e Iran, dei giornalisti che commentano
senza conoscere la storia e la cultura,
gente che fomenta la paura a loro esclusivo vantaggio. E il risultato è la vittoria di stereotipi
negativi presentati come reali e portatori di danni gravissimi.
E’ questo il
contesto in cui l’amministrazione ha potuto dichiarare che l’invasione
dell’Iraq avrebbe portato la democrazia in Medio Oriente, che gli estremisti odiano gli Stati Uniti
perché hanno la libertà. E il baratro si va facendo sempre più profondo.
Qualche segnale di cambiamento è comunque stato
registrato. Alcune organizzazioni arabe stanno investendo in programmi di
educazione sul mondo islamico e molte testate medio orientali hanno assunto
commentatori americani. Ma possono fare di più. I politici americani hanno bisogno di spinte che vengano da fuori e il pubblico deve
essere informato sui nodi irrisolti alla base di tutto, come il conflitto in
Palestina o l’utilizzo del porto di
Dubai.
International Herald Tribune,
6 luglio 2006, pag. 4