(Europe must not trade its principles for Russian gas)
di Timothy Garton Ash, Dominique
Moisi e Aleksander Smolar
Alla vigilia del summit del G8, che si apre questa
settimana a San Pietroburgo, gli europei si trovano di fronte a un delicato
problema di equilibrio riguardo alla loro politica verso la Russia. Il
messaggio che dovranno mandare deve essere quello di fiducia verso un potere
riemergente le cui risorse energetiche sono vitali per noi, o di allerta per un
regime i cui istinti autoritari sono oggi più evidenti che mai?
Dieci anni fa gli europei potevano riconoscersi nel motto:
“Attiriamo la Russia se possiamo, conteniamola se dobbiamo”. Oggi l’equilibrio
psicologico del potere è slittato. La Russia ha riconquistato il suo orgoglio e
la confidenza in sé, mentre l’Europa è entrata in una crisi profonda. Poiché
nel mondo di oggi c’è più Russia e meno Europa, il motto non è più attrarre la
Russia in Europa, ma impegnarci con la Russia.
L’Unione Europea è paralizzata nel pantano istituzionale
in cui è precipitata con il rifiuto di Francia e Olanda della proposta di
costituzione. Nei prossimi anni dovrà provare di poter migliorare la vita dei
suoi cittadini e far sentire la sua voce nel mondo.
Come riconciliare dunque il desiderio europeo di
proiettare le sue norme fuori dei suoi confini
e il bisogno di assicurarsi le risorse energetiche necessarie alle sue
economie? La sfida con la Russia a questo riguardo è una delle più importanti.
Questo è evidente se si considera la storia delle
relazioni fra la Ue e la Russia. Una politica europea verso la Russia non c’è
stata in questi anni, ma piuttosto ci sono state politiche nazionali, che per i
maggiori paesi europei sono equivalse a politiche di pacificazione a prezzo di
concessioni. Oggi potremmo assistere a una competizione fra gli stati europei
in cerca di una relazione privilegiata con Mosca e un accesso di favore al gas
Russo. La Russia oggi considera come dato il suo ingresso nel G8, mentre prima
era considerato un credito dato in anticipo ad una nazione avviata a diventare
una grande potenza democratica.
E’ ormai tempo che l’Europa sviluppi una politica
propriamente europea verso la Russia. Mentre cerca un partenariato strategico a
lungo termine con il vicino gigante euro-asiatico, la Ue non dovrebbe esitare a
chiedere alla Russia tre cose elementari, positive non solo per l’Europa ma per
la Russia stessa.
La prima è che la Russia dovrebbe lasciare che i paesi
limitrofi decidano del loro futuro. Il mondo di oggi non può essere un mondo di
sfere d’influenza. L’epoca di Yalta dovrebbe essere alle nostre spalle. Forme
di intervento neo-imperiali in paesi come la Bielorussia, l’Ucraina, la Moldova
e la Georgis non sono soltanto anacronistiche, ma dannose per le relazioni tra
la Russia e l’Unione europea. Contrariamente a quanto sostengono i funzionari
russi, la guerra in Cecenia non è finita e il comportamento delle forse russe
lì è, a dir poco, problematico.
La seconda potrebbe essere così espressa: pacta sunt
serranda. I contratti per la fornitura di energia dovrebbero essere chiari,
e venir rispettati – se non altro per il futuro economico della Russia nell’era
della globalizzazione. La Russia è nel G8, mentre l’India non c’è. Ma per la
maggioranza degli azionisti dell’acciaieria europea Arcelor, l’impresa
capeggiata dall’indiano Mittal era più sicura, prevedibile della russa
Severstal. Con il potere viene la responsabilità. Proprio perché la Russia è
una superpotenza energetica, deve usare quella responsabilità che deriva dal suo
potere. La Russia non dovrebbe ricattare l’Europa con la prospettiva di
sviluppare legami più stretti con l’Asia se gli Europei diventano troppo
esigenti e arroganti. Il rubinetto dell’energia non dovrebbe venir aperto o
chiuso – né i prezzi aumentati o diminuiti – in base a ragioni politiche.
La terza riguarda alcuni standard minimi di condotta
legale e politica all’interno dei confini russi. Non ci aspettiamo che diventi
una democrazia parlamentare in un giorno, ma ci aspettiamo che che non torni
indietro verso un autoritarismo neo sovietico. Come gli europei vogliono che
l’energia sia governata attraverso le leggi, i cittadini russi dovrebbero
aspettarsi un livello minimo di sicurezza legale e il rispetto dei diritti
umani da parte del loro stato. Le Ong dovrebbero potere funzionare nella
società civile e l’indipendenza dei media dovrebbe essere una realtà.
I concetti di “democrazia sovrana” e “democrazia gestita”,
avanzati da Putin, ricordano il passato concetto di “democrazia del popolo”.
Più si cerca di qualificare la democrazia, più si rischia di squalificarla.
Glie europei devono restare fedeli ai propri valori e ai
propri interessi nel formulare queste richieste. L’Europaha bisogno, più di
qualunque altra regione, di una Russia stabile, rispettosa della legge, e via
via più democratica. Il mondo vedrà alla riunione di San Pietroburgo che i
membri del G8 daranno ai leader della Russia un posto ai vertici della politica
mondiale, come agli zar prima di loro. Aiutiamo la Russia ad esser degna di
quel posto, secondo i puù alti standard del nostro tempo.
Financial Times, 10.7.06,
pag. 13
(Afghanistan mission faces risk of vicious circle )
di Quentin Peel
Mentre le forze statunitensi, che hanno avuto l’unico scopo di combattere una guerra ai talebani e a ciò che
rimane di al-Qaeda, rischiano una terribile sconfitta, gli alleati britannici stanno ampliando il loro intervento: dalle
iniziali operazioni previste come peace-keeping stanno per convergere sotto il
comando militare unificato nell’intero paese, rischiando di trovarsi nel
circolo vizioso dei combattimenti con la resistenza interna e alienandosi del
tutto la popolazione locale.
Due autorevoli rapporti indipendenti, usciti in questi
ultimi giorni, delineano la sconfitta della
comunità internazionale rispetto all’obiettivo di riportare alla
normalità i cittadini afgani.
L’ultimo, pubblicato lunedì da “Human Rights Watch” di New York, afferma che a causa dei pericolosi combattimenti sempre più aspri
sono state chiuse tutte le scuole nel sud del paese, favorendo una situazione
peggiore dello stesso regime talebano.
Il direttore della nota agenzia afferma che il fallimento
di questa guerra potrebbe portare la popolazione verso un vero e proprio
inferno, in quanto si registra un crescendo di ramificazioni delle varie forme
dell’estremismo, e questo contemporaneamente alla forte ripresa della
produzione dei due più grandi “prodotti” d’esportazione: la droga e i rifugiati. L’altro rapporto, del “Senlis Council”,
istituto inglese che si occupa di lotta
alla droga, dimostra come la ripresa delle coltivazioni dell’oppio,
precedentemente vietate dai talebani, favoriscono uno stato di guerra
permanente.
Sul tema in questione si aggiungono le dichiarazioni
di Tom Koenigs, inviato della
segreteria generale ONU, che afferma che nelle aree meridionali del paese la situazione peggiora di mese in
mese e non c’è alcun rispetto per le vite dei civili. In accordo con l’Human rights watch dichiara che il problema non sono soltanto i
talebani: altri gruppi interni temono
che il nuovo sistema di scolarizzazione allontani la popolazione dalle precedenti
leggi tradizionali.
Il triste epilogo
è che gli USA e la Gran Bretagna hanno fallito, soprattutto nel sud, non
rispettando quella promessa iniziale di impegno per un miglioramento delle
condizioni di vita delle persone, anzi trovandosi imprigionati in un brutto
vicolo cieco con la popolazione ostile alle truppe straniere e vessata dalla
accresciuta violenza.
Saman Zia Zarifi, direttore dell’Human Rights Watch,
dichiara che se la missione si proponesse realmente di aiutare la popolazione e
non soltanto di uccidere i talebani, avrebbe un esito migliore anche per i
paesi coinvolti nella missione. L’unica via di scampo rimane quella di non assecondare gli americani che
stanno combattendo una guerra, ma di scegliere di intraprendere un impegno
migliore che si accorda anche con le funzioni tradizionalmente europee
di peace-keeping.
Financial Times,
11.07.06, pag. 2